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(Adnkronos) - "Gli studi hanno dimostrato una riduzione statisticamente significativa delle riacutizzazioni sia gravi che moderate in pazienti affette da asma grave con e senza comorbidità. Abbiamo osservato anche una riduzione delle ospedalizzazioni e degli accessi in pronto soccorso. Parliamo del primo farmaco ultra long-acting per le infiammazioni di tipo 2 con caratteristiche eosinofiliche, una terapia pionieristica progettata per avere un effetto 'disease modifying', cioè in grado di modificare sul lungo periodo la malattia e capace di trattare contemporaneamente patologie strettamente correlate. Questo rappresenta una svolta importante nella gestione clinica di pazienti complessi e ad alto bisogno assistenziale". Così Cristiano Caruso, direttore Uosd Allergologia e Immunologia clinica Fondazione Policlinico A. Gemelli Irccs Roma -università Cattolica del Sacro Cuore, all'Adnkronos Salute commenta i risultati degli studi di fase III Swift che hanno portato all'approvazione in Europa di depemokimab, primo e unico biologico ultra long-acting, da somministrare ogni 6 mesi, per 2 indicazioni: nell'asma grave che presenta comorbidità sostenute dall'infiammazione di tipo 2 come la rinosinusite cronica con poliposi nasale. "Avere un farmaco che nasce già con una doppia indicazione - spiega Caruso - significa poter trattare in modo integrato una popolazione molto ampia di pazienti, rispondendo a un bisogno clinico finora solo parzialmente soddisfatto, puntando non solo al controllo dei sintomi, ma anche a modificare il decorso della patologia". Il trattamento risponde a un bisogno clinico "estremamente rilevante - sottolinea l'esperto - perché circa 3 milioni di persone in Europa soffrono di asma grave e, secondo i dati della Severe Asthma Network Italy", di cui Caruso fa parte, "circa il 60% di questi pazienti presenta una rinosinusite cronica con poliposi nasale. Questa comorbidità contribuisce in modo significativo alle riacutizzazioni e alle ri-ospedalizzazioni, accompagnando il paziente lungo tutto il decorso della malattia". La vera novità, evidenzia lo specialista, "è aver sviluppato un farmaco più potente rispetto ai precedenti anti-interleuchina-5, con caratteristiche biochimiche che ne consentono una durata molto più lunga. Questo permette una somministrazione ogni 6 mesi, con un impatto molto rilevante sia sull'aderenza terapeutica sia sulla qualità di vita dei pazienti". L'obiettivo di queste cure, chiarisce, "è arrivare alla remissione clinica e, quando possibile, alla remissione off-treatment. In questo senso parliamo di farmaci potenzialmente disease modifying, cioè capaci di modulare l'infiammazione sulla base di caratteristiche fenotipiche specifiche". Tornando all'efficacia del trattamento, valutata negli studi registrativi Swift 1 e Swift 2, Caruso rimarca "un aspetto particolarmente interessante rappresentato dallo studio di estensione in aperto della durata di ulteriori 12 mesi, che ha confermato non solo l'efficacia e la sicurezza del trattamento, ma anche un possibile effetto cumulativo, con miglioramenti progressivi nel tempo". Il farmaco è stato studiato anche nella rinosinusite cronica con poliposi nasale attraverso il trial clinico Anchor. "In questi studi abbiamo valutato parametri oggi considerati tra i più sensibili, come il Nasal Polyp Score che misura endoscopicamente l'estensione della poliposi. I risultati - riporta lo specialista - hanno mostrato una riduzione statisticamente significativa dello score rispetto al placebo". I pazienti arruolati erano soggetti con malattia severa, spesso già sottoposti a interventi chirurgici o trattati con corticosteroidi sistemici. "Il trattamento ha dimostrato di ridurre la necessità di corticosteroidi orali e di limitare il ricorso a ulteriori interventi chirurgici. Questo suggerisce un effetto modificante la malattia anche nella poliposi nasale, sia nei pazienti con asma associata sia in quelli con poliposi isolata", precisa l'esperto. La ricerca clinica sta valutando l'impiego della terapia anche in altre patologie caratterizzate da infiammazione eosinofilica. "Il farmaco è attualmente in fase III di studio in patologie come la granulomatosi eosinofila con poliangioite e le sindromi ipereosinofile - anticipa Caruso - L'obiettivo è costruire una strategia terapeutica capace di coprire in modo trasversale tutte le patologie sostenute dall'infiammazione di tipo 2 con alti livelli di eosinofili e interleuchina 5".
(Adnkronos) - La professionalità dei consulenti del lavoro si fonda su una specializzazione qualificata e istituzionalmente presidiata, connessa alle politiche del lavoro che non coincide né può essere automaticamente assimilata a quella dei dottori commercialisti ed esperti contabili. È questo il punto fermo ribadito dal Consiglio nazionale dell’ordine dei consulenti del lavoro nelle osservazioni e proposte presentate alla Camera dei Deputati sul disegno di legge delega per la riforma dell’ordinamento della professione di commercialista, attualmente all’esame della commissione Giustizia. Nel documento si evidenzia come "l’attuale quadro normativo delinei una netta distinzione strutturale tra le due professioni, soprattutto nella materia del lavoro e della legislazione sociale. I consulenti del lavoro operano infatti all’interno di un sistema ordinamentale e di vigilanza integrato con le politiche pubbliche del lavoro, sotto la supervisione del ministero del Lavoro e in stretto raccordo con l’Ispettorato Nazionale". "Un assetto che si riflette nel percorso di accesso alla professione – esame di Stato specialistico, tirocinio mirato e formazione continua – e nello svolgimento di funzioni di rilievo pubblicistico, come la certificazione dei contratti di lavoro, la conciliazione e l’arbitrato in materia di lavoro, il coinvolgimento nelle procedure della crisi d’impresa, la gestione delle politiche attive e l’asseverazione di conformità (Asse.Co.)", aggiungono i consulenti del lavoro. Coerentemente con questo impianto, la giurisprudenza amministrativa, sottolineano i professionisti, "ha escluso la possibilità che il praticantato per l’accesso alla professione di consulente del lavoro possa essere svolto presso studi di dottori commercialisti ed esperti contabili, proprio in ragione della diversa natura delle competenze, del percorso normativo e della funzione professionale attribuita ai consulenti del lavoro nell’ordinamento". Secondo i consulenti del lavoro, "ulteriore elemento distintivo è il rapporto con le strutture associative e di assistenza fiscale, che la normativa consente di organizzare, per pmi e imprese artigiane, solo tramite i consulenti del lavoro. Il Consiglio nazionale ricorda inoltre che gli iscritti all’albo dei commercialisti possono svolgere gli adempimenti lavoristici e previdenziali previsti dall’art. 1 della legge 12/79, esclusivamente previa iscrizione all’apposita piattaforma tenuta presso l’Ispettorato nazionale del lavoro e limitatamente alla provincia in cui ha sede l’azienda assistita; a ulteriore conferma della distinzione tra le due professioni". "Dunque, le competenze dei consulenti del lavoro e quelle dei dottori commercialisti non sono sovrapponibili né assimilabili", concludono i consulenti del lavoro.
(Adnkronos) - L’Italia si colloca tra i primi tre Paesi europei per numero di brevetti green ed è terza anche per quota di imprese con brevetti sul totale delle imprese (16,5 ogni 1.000 imprese), dopo Germania (21,6) e Austria (18,9). Un dato importante che sottostima la dinamicità del sistema produttivo in cui sono in crescita costante gli investimenti in sostenibilità, con 578.450 imprese che tra il 2019 e il 2024 hanno realizzato eco-investimenti (38,7% del totale). Un’innovazione diffusa non sempre tradotta in titoli di proprietà intellettuale, anche per una cultura industriale ancora poco orientata alla valorizzazione sistematica dei risultati di ricerca e sviluppo. Questa la fotografia scattata dallo studio Competitivi perché sostenibili, realizzato congiuntamente da Fondazione Symbola e Unioncamere, in collaborazione con Dintec e il Centro Studi Guglielmo Tagliacarne. Stando al report, il nostro Paese detiene brevetti importanti in comparti chiave: la mobilità sostenibile, dove i brevetti italiani pesano per il 31% sul totale dei brevetti che riguardano la mitigazione dei cambiamenti climatici; l’efficienza energetica nell’edilizia, in cui superiamo la media Ue; la gestione dei rifiuti e delle acque reflue, settore in cui siamo per tradizione tra i Paesi più dinamici; le tecnologie Ict per la mitigazione climatica, con un incremento record del +270% negli ultimi dieci anni. Le regioni del Nord - Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte - trainano questa dinamica, forti della loro tradizione manifatturiera e della capacità di trasformare ricerca e know how industriale in soluzioni concrete. Le imprese risultano essere le principali protagoniste, titolari dell’81,9% delle domande pubblicate, seguono le persone fisiche (12,9%), mentre gli enti si attestano al 5,2%. “L’Italia sa innovare e competere nei settori ambientali - dichiara il presidente di Fondazione Symbola, Ermete Realacci - ma ha bisogno di un salto di scala: è necessario investire di più in ricerca, supportare la capacità di brevettare, rafforzare il trasferimento tecnologico e replicare il modello vincente dell’economia circolare nei comparti dell’efficienza, dell’elettrificazione e delle rinnovabili. Solo così il Paese potrà ambire ad essere leader dell’innovazione verde europea. Il report ‘Competitivi perché sostenibili’ di Fondazione Symbola e Unioncamere evidenzia anche il nesso tra innovazione verde e competitività. Infatti le imprese italiane che depositano brevetti in tecnologie verdi si distinguono per una competitività significativamente superiore rispetto a quelle che brevettano in altri ambiti”. “L’Italia ha compiuto grandi passi avanti nella brevettazione green (+44,4% tra 2012 e 2022) ma resta ancora una distanza significativa dalla Germania e dalla Francia - sottolinea il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli - Dietro ad ogni brevetto c’è un investimento in ricerca e innovazione di imprese, Università e Centri di ricerca, ma l’investimento non basta se non si tutela la proprietà intellettuale con i brevetti. E sempre di più anche il sistema del credito e della finanza ne valorizza il possesso come asset del capitale delle imprese per la concessione dei prestiti”. Analizzando la distribuzione settoriale delle domande italiane di brevetto europeo in ambito green, il manifatturiero si conferma il motore principale dell’innovazione (59,0%), seguono i settori legati alla ricerca scientifica (18,8%), telecomunicazioni e informatica (6,6%), commercio all’ingrosso (3,5%) e costruzioni (3,5%). A livello di ambiti tecnologici si rileva la forte presenza di soluzioni legate alla digitalizzazione dei processi produttivi e alla gestione efficiente delle risorse energetiche e ambientali (12,0%). A distanza seguono le tecnologie di misurazione e collaudo delle variabili elettriche e magnetiche (7,3%). Il terzo ambito in ordine di rilevanza è rappresentato dalle tecnologie per il trattamento delle acque reflue, delle acque fognarie e dei fanghi (6,5%). Seguono le tecnologie relative a biciclette e veicoli di micromobilità, riguardanti telai, sistemi di sterzo, sospensioni e vari dispositivi che rendono questi mezzi sempre più efficienti e competitivi. Quinto ambito quello energetico, include soluzioni per reti di distribuzione in corrente alternata o continua, sistemi di gestione e ricarica delle batterie, alimentazione da più fonti e perfino tecnologie per la trasmissione wireless dell’energia. Lo studio evidenzia anche il nesso tra innovazione verde e competitività: le imprese italiane che depositano brevetti in tecnologie verdi si distinguono per una competitività significativamente superiore rispetto a quelle che brevettano in altri ambiti (non green). Generano un fatturato per impresa molto più elevato (382 milioni di euro per impresa contro 41 milioni delle non green) e registrano una maggiore produttività (144mila euro di valore aggiunto per addetto contro 92mila). Dal punto di vista dell’export, oltre la metà (57,8%) esporta, generando oltre 63 miliardi di euro, con una forte diversificazione dei mercati di riferimento. Inoltre, il capitale umano è più qualificato, con una quota più alta di laureati (29,7%, di cui il 16,7% in discipline Stemplus). Infine, queste imprese attraggono più capitale estero: il 41,9% ha partecipazioni straniere, contro il 31,7% delle non green.