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(Adnkronos) - L’escalation tra Israele, Stati Uniti e Iran apre una fase di forte incertezza per l’intero Medio Oriente. L’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei, i raid israeliani e le ritorsioni di Teheran stanno ridefinendo equilibri già fragili, mentre il conflitto si estende al Golfo e mette sotto pressione rotte energetiche e traffici commerciali globali. In questo contesto, il futuro dell’Iran resta una delle incognite principali: è davvero possibile un cambio di regime? E un Iran indebolito renderebbe la regione più stabile o potrebbe generare nuove crisi? Secondo Valeria Talbot, responsabile del Centro Medio Oriente e Nord Africa dell’Ispi e docente di studi mediorientali, la situazione è estremamente fluida e gli scenari restano aperti. In questa intervista con l'Adnkronos analizza la possibile tenuta del regime iraniano, il ruolo delle Guardie della rivoluzione, la posizione prudente dell’Arabia Saudita e il rischio che il Medio Oriente venga ridefinito unilateralmente dopo l’indebolimento dell’Iran. Quanto è solido oggi il sistema di potere iraniano dopo gli attacchi e la morte di Khamenei? La situazione interna è estremamente fluida. Da una parte vediamo una penetrazione molto profonda dell’intelligence israeliana, dall’altra emergono evidenti falle nel sistema iraniano. Questo è ciò che al momento possiamo osservare con una certa chiarezza. Detto questo, il tema della successione esiste da tempo in Iran. La leadership iraniana si è preparata a questa eventualità e il sistema prevede procedure e strutture per gestire il passaggio di potere. Non bisogna però immaginare il regime come un blocco completamente monolitico: al suo interno esistono divisioni e competizioni. È realistico lo scenario di un cambio di regime sostenuto da Stati Uniti e Israele? Non è affatto chiaro che ci sia un allineamento totale di obiettivi tra Washington e il governo israeliano. La spinta più forte verso l’attacco è venuta da Israele e da parte israeliana è stata esplicitata una volontà di cambio di regime. Non sappiamo però fino a che punto questa prospettiva sia condivisa dagli Stati Uniti, perché la posizione americana negli anni è stata piuttosto oscillante. Inoltre bisogna chiedersi se esista davvero una strategia chiara per il "dopo". Stiamo parlando di un paese di circa 90 milioni di abitanti, con un territorio vastissimo, una popolazione composita dal punto di vista etnico e un sistema di potere molto strutturato. Pensare che il cambio di regime sia un obiettivo semplice sarebbe un errore. All’interno della società iraniana esiste una forza politica capace di prendere il controllo del paese? Un’opposizione al regime esiste e lo abbiamo visto chiaramente negli ultimi anni. L’Iran è un paese in cui la popolazione è scesa in piazza più volte. Lo abbiamo visto con le proteste dopo la morte di Mahsa Amini nel 2022, ma anche con altre mobilitazioni più recenti. Ma questi movimenti sono stati repressi duramente e non sembrano aver sviluppato una struttura organizzativa capace di rovesciare il sistema politico. In questa fase è più plausibile immaginare un rafforzamento del ruolo delle Guardie della rivoluzione islamica, che rappresentano uno dei pilastri del sistema. Trump e Netanyahu hanno invitato gli iraniani a "riprendersi il loro paese". In questo momento è difficile immaginare che una mobilitazione popolare possa portare al collasso delle istituzioni. La questione centrale è capire se chi ha deciso l’attacco abbia realmente valutato tutte le conseguenze. Il rischio è quello di gettare l’Iran nel caos. E il caos in un paese di queste dimensioni avrebbe conseguenze molto gravi non solo per l’Iran ma per l’intera regione. L’estensione del conflitto al Golfo cambia gli equilibri regionali? Sì, perché l’Iran sta dimostrando che, pur indebolito, mantiene una significativa capacità di colpire. Il sistema di alleanze regionali iraniane è stato indebolito: Hezbollah, alcune milizie in Siria e Iraq e gli Houthi hanno subito colpi importanti, e Teheran ha perso anche il sostegno del regime di Bashar al-Assad in Siria. Tuttavia l’Iran mantiene la capacità di reagire e di infliggere danni. Estendere il conflitto ai paesi del Golfo significa aumentare i costi della guerra per tutti: costi militari, economici ed energetici. Quanto sono vulnerabili le monarchie del Golfo? Le monarchie del Golfo hanno aumentato molto la loro spesa militare negli ultimi quindici anni. Arabia Saudita, Emirati e Qatar sono tra i paesi con i più alti livelli di spesa per la difesa al mondo. Questo riflette l’instabilità regionale e la percezione della minaccia iraniana. Eppure la loro sicurezza dipende ancora in larga misura dall’ombrello militare degli Stati Uniti. Questi paesi potrebbero arrivare a un contrattacco diretto contro l’Iran? Non è uno scenario da escludere. I paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo hanno ribadito il diritto di difendere il proprio territorio. Detto questo, la loro principale garanzia di sicurezza resta il supporto statunitense. Qual è il ruolo dell’Arabia Saudita e di Mohammed bin Salman in questa fase? La posizione saudita è molto delicata. Riyadh ha lavorato negli ultimi anni per ridurre le tensioni regionali e per favorire processi di distensione. Per questo oggi la linea ufficiale è una linea di cautela. I sauditi stanno cercando di capire come evolverà la situazione e nel frattempo assistiamo a un intenso attivismo diplomatico da parte dei paesi arabi e della Turchia per tentare di contenere l’escalation. Se l’Iran uscisse da questa crisi molto indebolito, il Medio Oriente sarebbe più stabile? Non è affatto scontato. La domanda da porsi è chi trarrebbe vantaggio dall’indebolimento dell’Iran. Il principale beneficiario sarebbe Israele. Ma dobbiamo chiederci se un Medio Oriente ridefinito unilateralmente da Israele rappresenterebbe davvero un assetto più stabile. Bisogna considerare anche le posizioni delle monarchie del Golfo e della Turchia. Ogni attore regionale ha i propri interessi e le proprie priorità. Gli accordi di Abramo potrebbero riprendere slancio senza l’Iran come grande antagonista regionale? Il vero nodo non è l’Iran ma la questione palestinese. Prima del 7 ottobre l’Arabia Saudita stava negoziando la possibilità di entrare negli accordi di Abramo. Riyadh aveva però posto una condizione chiara: la cessazione del conflitto a Gaza e il riconoscimento dello Stato palestinese. Queste condizioni non si sono realizzate e oggi il processo è congelato. Gli accordi di Abramo resistono, ma l’ingresso dell’Arabia Saudita non è più all’ordine del giorno. In definitiva, quanto è lontana la stabilità del Medio Oriente? Molto lontana. La questione palestinese resta irrisolta, Gaza non è stabilizzata, Hamas non è stato smilitarizzato e non esiste ancora una governance palestinese chiara. In questo contesto è difficile immaginare una stabilità regionale nel breve periodo. (di Giorgio Rutelli)
(Adnkronos) - Oggi in occasione dell’evento 'Ia nel mondo del lavoro, la visione umanocentrica dell’intelligenza artificiale', realizzato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, l'Inail ha presentato alcuni dei suoi progetti più innovativi e ha ricordato come l'Intelligenza artificiale sia stata applicata alle istruttorie dei progetti Isi. Nato nel 2010, il bando Isi è uno strumento strutturale delle politiche per la prevenzione, grazie ai finanziamenti a fondo perduto destinati alle aziende che adottano soluzioni tecnologiche, organizzative e gestionali per aumentare gli standard di salute e sicurezza negli ambienti di lavoro. A partire dal 2017, l’Inail ha investito sulla digitalizzazione e il modello di processo è stato rinnovato, prevedendo la standardizzazione delle tipologie di interventi ammissibili, la tracciabilità di ogni singolo evento di variazione di stato della pratica, la scomposizione dell’attività di valutazione tecnico-amministrativa dei progetti in singoli controlli elementari, la compilazione online delle perizie e la digitalizzazione di tanti altri documenti. Significativi sono stati anche i cambiamenti delle modalità di relazione con l’utenza, attraverso un modello totalmente digitalizzato, anche per le richieste di chiarimenti o integrazione a supporto dell’attività istruttoria. Ciò ha posto le basi per introdurre soluzioni evolute attraverso il supporto di algoritmi e modelli di intelligenza artificiale, grazie all’attivazione di analisi complesse che permettono di raccogliere informazioni, regole, relazioni. Le innovazioni introdotte consentono di applicare i modelli di Ia alla valutazione dei requisiti del bando per le domande, seguendo i percorsi valutativi dei professionisti tecnici e dei funzionari amministrativi e proponendo soluzioni fondate su un’ampia base dati presenti nel sistema e su casi analoghi. La valutazione assistita dall’Ia per alcuni requisiti è già disponibile in sperimentazione per alcuni utenti esperti. L’obiettivo ulteriore è realizzare un Osservatorio che raccolga le migliori esperienze da trasformare in 'casi tipo' a vantaggio dell’utenza, quale ventaglio di soluzioni di finanziamento ammesse dal Bando Isi per la specifica lavorazione. Le potenzialità dell’Ia consentono di predisporre per ogni tipologia di progetto delle schede informative, veri e propri casi d’uso. Si tratterà, in definitiva, di estrarre dalla base di conoscenza le esperienze positive e presentare all’impresa le possibili soluzioni ammissibili; in prospettiva, questo patrimonio di conoscenze potrà essere utilizzato per affiancarla nella fase di domanda per migliorare anche la qualità dei progetti Inail.
(Adnkronos) - Un regolamento europeo che parla di pellicola e cinghie può sembrare materia da addetti ai lavori. In realtà riguarda ogni prodotto che attraversa un confine regionale, ogni bancale che entra in un supermercato, ogni spedizione che parte da un distretto industriale. Perché prima di arrivare sugli scaffali, quasi tutto viaggia su un pallet. È su quel livello – il trasporto interno tra stabilimenti, i flussi nazionali, la logistica quotidiana – che il regolamento Ue 2025/40 sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio (PPWR) aveva previsto un passaggio radicale: 100% di riutilizzo per gli imballaggi di trasporto, compresi i formati flessibili usati per stabilizzare i carichi. Un obiettivo che ha acceso il confronto tra industria, operatori logistici e istituzioni, fino all’adozione di un atto delegato che esenta pellicola e cinghie dal vincolo integrale. Sommario Gli imballaggi rappresentano circa il 40% della plastica utilizzata nell’Unione europea e sono responsabili di metà dei rifiuti marini. Nel 2022 ogni cittadino europeo ha generato in media 186,5 kg di rifiuti di imballaggio. È su questi numeri che si fonda la revisione normativa culminata nel PPWR, entrato in vigore l’11 febbraio 2025 e applicabile in via generale dal 12 agosto 2026. Il regolamento riscrive le regole del settore lungo l’intero ciclo di vita dell’imballaggio: progettazione, immissione sul mercato, gestione del fine vita. L’obiettivo è rendere tutti gli imballaggi riciclabili in modo economicamente sostenibile entro il 2030, aumentare l’uso di plastica riciclata e ridurre il ricorso a materie prime vergini, mettendo il comparto sulla traiettoria della neutralità climatica al 2050. Tra le novità figurano restrizioni su alcune plastiche monouso, obblighi di riduzione di peso e volume, limiti alle sostanze di preoccupazione come i PFAS. Ma per il mondo della logistica il passaggio più rilevante è l’articolo 29, che introduce obiettivi vincolanti di riutilizzo per gli imballaggi di trasporto. L’articolo 29 stabilisce che dal 2030 almeno il 40% degli imballaggi di trasporto e di vendita utilizzati per il trasporto debba essere riutilizzabile in un sistema di riuso. Per i flussi tra siti della stessa impresa, tra imprese collegate o per consegne a operatori nello stesso Stato membro, gli articoli 29(2) e 29(3) fissavano un obiettivo più stringente: 100% di riutilizzo. Nel campo di applicazione rientravano pallet, casse, contenitori sfusi intermedi, fusti e anche i formati flessibili utilizzati per stabilizzare i pallet, come pellicola e cinghie. L’ipotesi di un riuso integrale di questi ultimi ha sollevato forti perplessità nel settore logistico e manifatturiero. Lo studio commissionato dalla Direzione generale Ambiente ha valutato l’impatto di uno scenario a 100% riuso per pellicola e cinghie nei flussi interni o nazionali. Le conclusioni affermano che “sono necessarie esenzioni dagli obiettivi di riutilizzo del 100% di imballaggi e cinghie per pallet entro il 2030”. Tra le criticità evidenziate costi elevati di adattamento delle linee automatizzate, maturità limitata delle soluzioni riutilizzabili su larga scala, necessità di sistemi di logistica inversa e possibili effetti su sicurezza e igiene in specifiche filiere. Sulla base di queste evidenze, la Commissione ha esercitato il potere previsto dall’articolo 29(18), adottando un atto delegato che integra l’elenco delle esenzioni. Pellicola e cinghie non vengono escluse dal PPWR. L’esenzione riguarda esclusivamente l’obbligo del 100% di riutilizzo nei flussi interni o nazionali. Le aziende potranno continuare a utilizzare materiali monouso in questi contesti senza dover implementare sistemi di ritorno dedicati per rispettare un target integrale. Restano però in vigore gli altri obblighi: riciclabilità entro il 2030, requisiti di contenuto minimo di plastica riciclata, riduzione di peso e volume, rispetto delle restrizioni sulle sostanze di preoccupazione. Il regolamento mira a rendere tutti gli imballaggi immessi sul mercato europeo riciclabili in modo economicamente sostenibile; per pellicola e cinghie questo significa ripensare formulazioni, compatibilità con i sistemi di raccolta e qualità del materiale recuperato. Il target del 40% di imballaggi di trasporto riutilizzabili dal 2030 resta invariato. Le imprese potranno raggiungerlo investendo in pallet a rendere, casse riutilizzabili, contenitori rigidi e sistemi di pooling. Pellicola e cinghie restano dunque operative nel breve periodo, ma sotto una pressione crescente sul fronte dell’innovazione di prodotto, dell’efficienza del riciclo e dell’integrazione di plastica riciclata nel ciclo produttivo.