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(Adnkronos) - Gli Stati Uniti attaccano l'isola di Kharg, il 'cuore' dell'industria del petrolio dell'Iran, per ottenere l'apertura dello Stretto di Hormuz. L'offensiva, annuncia Donald Trump, ha risparmiato le infrastrutture sull'isola. "Su mio ordine, il Comando Centrale degli Stati Uniti ha condotto uno dei più potenti bombardamenti nella storia del Medio Oriente, annientando completamente ogni obiettivo militare sull'isola di Kharg, il gioiello della corona iraniana", afferma il presidente degli Stati Uniti con un post sul social Truth. "Le nostre armi sono le più potenti e sofisticate che il mondo abbia mai conosciuto. Per ragioni di decenza, ho scelto di non distruggere le infrastrutture petrolifere sull'isola", che si trova nel Golfo Persico. "Tuttavia, se l'Iran o chiunque altro dovesse fare qualcosa per interferire con il libero e sicuro passaggio delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz, riconsidererò immediatamente questa decisione", avverte Trump, annunciando che "molto presto" le navi della marina americana inizieranno a scortare le petroliere. L'Iran, con il blocco dello Stretto, tiene in scacco la via del greggio, con effetti sul 20% del traffico mondiale. Risultato: prezzi alle stelle, con un barile a oltre 103 dollari - record da giugno 2022 - e effetti sul costo di benzina e diesel. Il New York Times, sulla base di informazioni fornite da una fonte militare, afferma che i raid americani hanno colpito depositi di missili e di mine, potenzialmente utilizzabili nelle acque dello Stretto. "Durante il mio primo mandato, e tuttora, ho ricostruito le nostre forze armate trasformandole nella forza più letale, potente ed efficace al mondo. L'Iran non ha la capacità di difendere nulla di ciò che vogliamo attaccare: non c'è niente che possano fare al riguardo", aggiunge Trump prima di ribadire che "l'Iran non avrà mai un'arma nucleare, né avrà la capacità di minacciare gli Stati Uniti d'America, il Medio Oriente o tantomeno il mondo intero", afferma, prima di esortare il nemico alla resa: "L'esercito iraniano e tutti gli altri che hanno un ruolo in questo regime terroristico farebbero bene a deporre le armi e a salvare quel che resta del loro paese, che non è molto". L'attacco, come evidenzia Trump, potrebbe essere solo uno step intermedio. Il Pentagono sta trasferendo 5000 uomini tra Marines e marinai dal Giappone al Medio Oriente. In movimento anche altre navi, secondo il Wall Street Journal. C'è un assalto in vista all'isola di Kharg? "Non posso rispondere a una domanda del genere. Non dovrebbe nemmeno essere posta", dice il presidente a Fox News qualche ora prima del bombardamento. "Ok, diciamo che io abbia intenzione di farlo o diciamo che non abbia intenzione di farlo. Cosa dovrei dire? 'Oh, sì, sto pensando di farlo, lascia che ti faccia sapere a che ora e quando avrà luogo'. E' una domanda un po' sciocca". Intanto, l'Iran mobilita imbarcazioni di ogni tipo per iniziare a posizionare mine nello Stretto. "Le petroliere devono mostrare gli attributi, possono passare: l'Iran non ha più la Marina, non c'è niente da temere", il messaggio di Trump, che non appare turbato nemmeno dall'acclarato sostegno di Mosca a Teheran: "La Russia sta un po' aiutando l'Iran. Anche noi stiamo aiutando l'Ucraina, Putin lo dice, e probabilmente lo dice anche la Cina. Loro lo dicono e noi lo diciamo, è tutto giusto". Pete Hegseth, segretario alla Difesa, afferma che "il mondo sta vedendo la disperazione dell'Iran nello Stretto di Hormuz. Ce ne siamo occupati e ce ne occuperemo, non c'è motivo di preoccuparsi". Ed in effetti, a giudicare dagli sviluppi, gli Usa se ne sono occupati. Il muro dell'Iran potrebbe cedere, almeno in parte. Secondo la Cnn, Teheran potrebbe concedere il semaforo verde ad un numero limitato di petroliere se gli acquisti di greggio venissero perfezionati in yuan, la moneta della Cina. Il commercio internazionale del petrolio avviene quasi esclusivamente in dollari: solo il petrolio russo chiama in causa yuan o rubli. I messaggi e le contromisure degli Stati Uniti non bastano per tranquillizzare i mercati, mentre la revoca delle sanzioni alla Russia non piace affatto all'Europa che, secondo il Financial Times, cerca soluzioni alternative. La Turchia fa sapere di aver chiesto e ottenuto il permesso per il passaggio di una nave. Da Roma, dopo la smentita fornita da fonti di Palazzo Chigi, ecco le parole dell ministro degli Esteri Antonio Tajani: "Assolutamente non stiamo trattando con l'Iran per far passare navi italiane dallo Stretto di Hormuz'', dice il numero 1 della Farnesina. Per ora, l'unica vincitrice nella corsa all'oro nero è la Russia. "La decisione unilaterale degli Stati Uniti è molto preoccupante, impatta sulla sicurezza europea", sottolinea il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa, via social. "Aumentare la pressione economica sulla Russia è decisivo perché accetti negoziati seri per una pace giusta e duratura. Indebolire le sanzioni aumenta le risorse della Russia per condurre la guerra di aggressione contro l'Ucraina", aggiunge. "Questa singola concessione da parte degli Stati Uniti potrebbe fornire alla Russia circa 10 miliardi di dollari per la guerra. Ciò non contribuisce certo alla pace", l'affondo del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Le voci critiche abbondano. Secondo il presidente francese Emmanuel Macron la situazione nello Stretto di Hormuz "non giustifica in alcun modo" un allentamento delle sanzioni contro la Russia. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz è perentorio: "Voglio essere molto chiaro: rimuovere le sanzioni ora, per qualsiasi motivo, è qualcosa che riteniamo sbagliato". Il dado ormai è tratto, almeno per un mese. Il semaforo verde made in America ridarà fiato al business della Russia, che già nelle ultime 2 settimane ha beneficiato delle condizioni internazionale. Con lo stop al petrolio del Medio Oriente, aumenta la richiesta di greggio russo. "Siamo stati informati che la Russia ha guadagnato 150 milioni di dollari al giorno in entrate aggiuntive dalle vendite di petrolio dall'inizio del conflitto in Medio Oriente, il che rende la Russia probabilmente il maggiore beneficiario di questo conflitto", dice la portavoce-capo della Commissione europea, Paula Pinho. Mosca, intanto, gongola. Gli interessi di Russia e Stati Uniti per la stabilizzazione dei mercati globali dell'energia "al momento coincidono", dice il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Prima della guerra, il petrolio russo si accumulava nelle navi in mare aperto e spesso veniva venduto con forti sconti. Il quadro, ora, è cambiato radicalmente. Gli analisti di Kpler, fornitore di dati sul tracciamento delle navi, come riferisce il Wall Street Journal stimano che circa 135 milioni di barili di greggio russo fossero in mare prima dell'inizio dell'offensiva di Usa e Israele. Ora il totale è sceso a 121 milioni di barili e questo indicherebbe che gli acquirenti asiatici hanno rapidamente acquistato il petrolio russo e lo hanno portato a terra. Non è chiaro esattamente quanti di quei barili siano già stati venduti, ma Naveen Das, analista senior del greggio presso Kpler, stima che in media più di 4 milioni di barili di greggio russo siano stati scaricati nei porti ogni giorno questo mese.
(Adnkronos) - "La situazione è estremamente seria perché colpisce diversi segmenti della catena industriale del metallo leggero, molti dei quali sono snodi vitali per la stabilità del sistema alluminio in Europa. Non si tratta di allarmismo: siamo di fronte a una crisi annunciata che rischia di mettere in ginocchio un pilastro dell'economia europea, una filiera che genera un fatturato annuo di circa 40 miliardi di euro e sostiene oltre 1 milione di posti di lavoro tra diretti e indiretti. Le tensioni geopolitiche hanno innescato un aumento verticale dei costi energetici, portando le quotazioni dell'alluminio primario oltre i 3.400 dollari a tonnellata, con il prezzo del gas schizzato del 93% in sole 48 ore. Il conflitto comporta, in primo luogo, un rischio fisico per gli impianti dei nostri partner del Golfo: se le celle elettrolitiche degli smelter dovessero fermarsi, il metallo solidificherebbe all'interno, rendendo gli impianti inutilizzabili per sempre. È un pericolo sistemico, dato che i Paesi del Golfo rappresentano l'8% della produzione mondiale e sono integrati con l'industria europea da quasi trent'anni". Così, con Adnkronos/Labitalia, Mario Conserva, segretario generale Face (Federazione europea consumatori di alluminio), sugli effetti della crisi in Medio Oriente sulla fliera europea dell'alluminio. E Conserva chiarisce che "lo stretto di Hormuz rappresenta un collo di bottiglia obbligato e delicatissimo per le rotte marittime globali. Se il transito in quel braccio di mare venisse compromesso, si creerebbero problemi immediati alle normali vie di approvvigionamento verso l'Europa. Ma il rischio più grave riguarda la sopravvivenza stessa degli impianti nel Golfo: questi siti dipendono totalmente dall'importazione di allumina, la materia prima fondamentale". "Per produrre una tonnellata di alluminio servono due tonnellate di allumina che arrivano via nave; senza rifornimenti costanti, gli smelter andrebbero incontro a un collasso tecnico nel giro di poche settimane, con conseguenze irreversibili per la disponibilità globale di metallo", aggiunge ancora. Una situazione di estrema difficoltà che si combina con i dazi Usa. "In un mercato globale, ogni barriera -spiega Conserva- agisce come un moltiplicatore di crisi. Quando alle tensioni belliche si sommano politiche protezionistiche, come i dazi americani, i margini di disponibilità del metallo si riducono inevitabilmente. Queste restrizioni, sommate alla fuga dei rottami dall'Europa verso mercati esteri, creano una "scarsità artificiale" che sta letteralmente soffocando i nostri trasformatori e gli utilizzatori finali. Se l'Europa non protegge i meccanismi di accesso alla materia prima — che oggi dobbiamo importare per coprire un deficit produttivo di alluminio primario superiore all'85% del fabbisogno — la nostra capacità manifatturiera rischia semplicemente di svanire", sottolinea. E con la crisi della filiera gli effetti concreti nelle tasche degli italiani non tarderanno ad arrivare. "L'alluminio -spiega Conserva- è un materiale onnipresente e indispensabile per la transizione ecologica, ma oggi rischia di trasformarsi nel vero collo di bottiglia dell'economia. Se il suo prezzo raddoppia, l'effetto domino travolge l'automotive (per telai e batterie), l'edilizia(per gli infissi), il settore alimentare e quello farmaceutico. Il cittadino comune percepirà l'impatto quotidianamente su prodotti di largo consumo come lattine, vaschette per alimenti e blister per medicinali. I dati del 2024 confermano un quadro impietoso: la nostra dipendenza dalle importazioni è ulteriormente salita e ogni rincaro del metallo o dell'energia si traduce in una spinta inflattiva diretta, che va dal carrello della spesa fino ai farmaci salvavita", sottolinea ancora. E lo sguardo della filiera è rivolto all'Ue "chiediamo pragmatismo e responsabilità immediata; i tempi della burocrazia non sono compatibili con l'urgenza di questa crisi. La nostra dipendenza dall'estero ci rende troppo vulnerabili. È necessaria la sospensione totale di ogni restrizione che ostacoli l'accesso all'alluminio primario e l'azzeramento immediato dei dazi sull'importazione del metallo grezzo. Questa è l'unica boccata d'ossigeno possibile per evitare che la filiera manifatturiera europea finisca fuori gioco a causa di una crisi che non ha scelto, ma di cui sta pagando il prezzo più alto", conclude.
(Adnkronos) - Il Gruppo Davines - azienda attiva nel settore della cosmetica professionale con i marchi per l’haircare Davines e per lo skincare 'comfort zone', B Corp dal 2016 - annuncia, per il terzo anno consecutivo, l’apertura delle candidature per 'The Good Farmer Award' 2026. Realizzato in collaborazione con la Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, è il primo premio in Italia a sostenere i giovani agricoltori che guidano la transizione ecologica attraverso pratiche di agricoltura biologica rigenerativa e agroecologiche, con un approccio sistemico e anche sociale. Anche per questa edizione è stata rinnovata l’estensione del bando alle aziende agricole dedite all’allevamento e impegnate a migliorare il benessere e la salute animale con pratiche che includono, tra le altre, il pascolo all’aperto e la conseguente riduzione dell’uso di farmaci veterinari. Il bando si rivolge ad agricoltori e agricoltrici di età inferiore o uguale a 35 anni al 31 luglio 2026 che gestiscano imprese con certificazione biologica in corso di validità. I due progetti più innovativi e avanzati riceveranno dal Gruppo Davines 10mila euro ciascuno per l’acquisto di materiali e per interventi finalizzati al miglioramento e allo sviluppo delle attività agroecologiche. Le candidature possono essere inviate dal 10 marzo fino al 15 maggio 2026 compilando il modulo online. La cerimonia di premiazione si terrà il 27 novembre 2026 presso il Davines Group Village a Parma. Requisiti necessari per accedere al bando sono l’avere una certificazione biologica in corso di validità e applicare i principi dell’agricoltura biologica rigenerativa e dell’agroecologia. In particolare i giovani agricoltori e le loro aziende dovranno dimostrare di utilizzare almeno tre tra le strategie e le pratiche di agricoltura biologica rigenerativa e agroecologia identificate dal regolamento, tra cui la rotazione colturale, il minimo disturbo del suolo, l’utilizzo di fertilizzanti organici, la coltivazione di alberi associata a campi seminativi o a pascoli, l’uso di colture di copertura come le leguminose e la pacciamatura del terreno (ossia la copertura del terreno con materiale organico come paglia o foglie). La Commissione che valuterà e selezionerà i progetti è composta da otto membri, fra professori universitari ed esperti in temi di agricoltura, agroecologia e sostenibilità. Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, è il presidente della Giuria. Gli altri membri sono: Davide Bochicchio, ricercatore del Crea Zootecnia e Acquacoltura; Dario Fornara, direttore di Eroc (European Regenerative Organic Center); Angelo Gentili, responsabile nazionale Agricoltura di Legambiente; Paola Migliorini, docente presso l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo; Alessandro Monteleone, dirigente di Ricerca del Crea, Centro Politiche e Bio-economia; Camilla Moonen, professoressa associata presso l’Istituto di Scienze delle Piante, Università Sant’Anna di Pisa; Francesca Pisseri, medica veterinaria esperta in agroecologia, Associazione Italiana di Agroecologia.