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(Adnkronos) - L'attacco degli Stati Uniti all'Iran è sempre più vicino, Donald Trump sta perdendo la pazienza e l'opzione militare prende quota. I negoziati di Ginevra non hanno prodotto nulla di paragonabile ad una fumata bianca. Il dialogo tra Washington e Teheran non ha prodotto risultati apprezzabili, le distanze rimangono ampie e - probabilmente - incolmabili. "La diplomazia è sempre stata la prima opzione per Trump, e per l'Iran sarebbe saggio fare un accordo con il presidente e la sua amministrazione", dice Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca, sintetizzando l'ennesimo ultimatum. Trump "sta parlando con molte persone, ovviamente anche il suo team di sicurezza nazionale, e il presidente prende molto seriamente questi colloqui, tenendo sempre al primo posto gli interessi degli Stati Uniti, dell'esercito e del popolo americano". La Casa Bianca sottolinea che "ci sono molte ragioni e argomentazioni a favore di un attacco contro l'Iran". "C'è stato un piccolo progresso nei negoziati - riconosce la portavoce - ma siamo ancora molto distanti su alcune questioni". C'è una scadenza? "Non parlerò di deadline a nome del presidente". Le indiscrezioni fornite da altri funzionari fanno pensare che l'Iran abbia tempo fino alla fine del mese per accettare un pacchetto di concessioni significative sul suo programma nucleare. A integrare il quadro provvede la testata americana Axios. L'amministrazione Trump sarebbe sempre più vicina a un conflitto su larga scala in Medio Oriente di quanto appaia all’opinione pubblica americana, ed è possibile che un'operazione militare contro l'Iran possa iniziare "molto presto". La strategia non prevede un'azione mirata come quella condotta in Venezuela, ma di una campagna massiccia e prolungata, potenzialmente congiunta con Israele, più ampia e con implicazioni esistenziali per il regime di Teheran rispetto alla guerra di 12 giorni guidata da Israele la scorsa estate. Secondo fonti israeliane, il governo di Benjamin Netanyahu si starebbe preparando a uno scenario di guerra "entro pochi giorni", mentre a Washington le valutazioni sui tempi divergono: alcuni parlano di settimane, altri di un orizzonte più ravvicinato. "Il capo si sta spazientendo", afferma un consigliere di Trump, stimando al 90% la probabilità di un'azione militare nelle prossime settimane in assenza di progressi diplomatici. "In un modo o nell'altro" gli Stati Uniti impediranno all'Iran di dotarsi di armi nucleari, dice Chris Wright, segretario Usa all'Energia. Gli iraniani "sono stati molto chiari su quello che avrebbero fatto con armi nucleari. E' assolutamente inaccettabile - dice Wright ai giornalisti a margine di riunioni dell'Agenzia internazionale dell'Energia (Aie) a Parigi - Quindi, in un modo o nell'altro, porremo fine alla marcia dell'Iran verso l'arma nucleare". Il mutamento della situazione è testimonato dalla crescente fibrillazione in Israele, con iunioni a tutti i livelli per prepararsi all'eventualità che Trump dia il via libera a un attacco. "I tempi si stanno accorciando - la posizione di Tel Aviv - e questo vale anche per la preparazione militare. Alla fine, sarà un uomo a decidere". Il Comando del Fronte Interno dell'Idf e altre agenzie di emergenza hanno ricevuto istruzioni di predisporre tutti i preparativi necessari. Il tempo sta per scadere e il rischio di un'imminente escalation è chiaro anche per Teheran. Il regime degli ayatollah "teme che il divario tra ciò che Washington è disposta ad accettare e ciò che Teheran è disposta a dare sia incolmabile", dice una fonte iraniana al Wall Street Journal. L'Iran nelle ultime ore ha emesso un avviso ufficiale per la sicurezza aerea (NOTAM), avvertendo del lancio di missili pianificato in vaste aree del sud del Paese per la giornata di giovedì 19 febbraio, come riporta Ynet News. Secondo i dati della Federal Aviation Administration (FAA) statunitense, lo spazio aereo nelle aree di lancio sarà chiuso al traffico tra le 6,30 e le 17,30 (ora italiana). Secondo il notiziario israeliano, l'Occidente e Israele stanno monitorando attentamente le segnalazioni, dopo che l'Iran ha condotto numerose esercitazioni nelle ultime settimane, che hanno portato anche alla chiusura dello Stretto di Hormuz. In questo panorama, Teheran sta esercitando forti pressioni su Hezbollah affinché si unisca ai combattimenti in caso di attacco americano. Le Idf hanno già predisposto un piano per infliggere danni significativi a Hezbollah, a seguito degli sforzi di riorganizzazione effettuati dal gruppo nell'ultimo anno. Il mese scorso, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi si è recato in Libano, una visita volta a garantire che nell'eventualità di una guerra i militanti di Hezbollah non rimangano indecisi.
(Adnkronos) - Negli ultimi anni l’arte è uscita sempre più spesso dai musei per entrare negli spazi e nelle strategie delle imprese, come linguaggio capace di raccontare identità, valori e visioni di lungo periodo. Dalle collaborazioni con artisti contemporanei alle collezioni corporate, dalle mostre negli headquarter ai progetti culturali aperti al pubblico, le aziende utilizzano l’arte per comunicare all’esterno, rafforzare il dialogo interno e interpretare il cambiamento. Un fenomeno trasversale che coinvolge settori e che ridefinisce il rapporto tra cultura e impresa. A osservare questo fenomeno da una prospettiva ampia è Stefano Petricca, Ceo di Petricca&Co Capital S.A., che offre un servizio integrato per la strutturazione e la gestione di fondi di investimento alternativi e che ha nell’arte uno dei suoi fulcri: “L’arte negli ultimi vent’anni si è mossa come un'onda arrivando a lambire settori industriali e professionali. Cosa sarebbe Louis Vuitton senza la contaminazione con Murakami, Kusama e Prince? O Deutsche Bank o Clifford Chance senza la propria collezione? Ora esonda in hotels, ristoranti, strade, trasformati in museo da opere che vanno dalla video installazione alla performance: a Courchevel con James Turrell, a Modena con Cattelan. Non c'è più Mark Rothko che ritira i suoi quadri dal Four Season di New York”. In questa cornice si inserisce anche l’esperienza della mostra 'The Pantheon of Care', realizzata per ab medica da Andrea Crespi, uno degli interpreti più significativi della scena contemporanea italiana, a partire dal concept 2026 'Just One Care'. La mostra è articolata in 12 opere ed è intesa come un lungo di convivenza tra arte, persone e valori, un ambiente che attiva nuovi punti di vista per rendere visibile e universale il concetto di cura. Il risultato è un pantheon contemporaneo della cura, in cui mito, etica e innovazione dialogano in modo diretto e accessibile, un luogo in cui passato e futuro si incontrano, si riflettono e trovano, insieme, il senso del prendersi cura. “In ab medica - fa notare Francesca Cerruti, Ceo di ab medica - crediamo da tempo che l’arte, in tutte le sue forme, dal cinema al teatro, dalle mostre ai linguaggi visivi più contemporanei, sia uno strumento potente per raccontare valori, visione e innovazione. Siamo un’azienda tecnologica, ma da sempre aperta a contaminazioni culturali che arricchiscono sia la comunicazione esterna sia il dialogo interno. A partire dalla nostra sede che è essa stessa un’espressione di questa visione, progettata per coniugare tecnologia, benessere e qualità estetica. L’arte ci aiuta a interpretare il cambiamento, è un linguaggio universale che affianca scienza e tecnologia nel dare forma al futuro”. Un’esperienza che si colloca all’interno di un panorama più ampio, in cui il dialogo tra arte e scienza sta assumendo un ruolo sempre più centrale nei processi di innovazione, come evidenzia Andrea Parlangeli, caporedattore di Focus e founder del sito Josway.it, che ha una sezione dedicata all’intersezione tra arte e scienza: “Arte e scienza sono due mondi spesso considerati distanti, ma c’è sempre più interesse alla loro intersezione. Nel sito Josway.it, abbiamo raccontato per esempio come Anselm Kiefer sia affascinato dalla teoria delle stringhe e come Michelangelo Pistoletto abbia rivisto il significato del suo simbolo del Terzo Paradiso dopo essersi confrontato con il fisico Guido Tonelli". "Questo dialogo interdisciplinare - spiega - può costituire una leva strategica importante per le aziende che vogliono innovare. Una delle frontiere più interessanti è quella delle neuroscienze, ormai capaci di indagare quel che avviene nel nostro cervello con potenziali applicazioni anche alla medicina al marketing. Da qui l'idea, che ci piacerebbe realizzare, di registrare per la prima volta al mondo l’attività cerebrale di un artista mentre pensa ed esegue un gesto artistico, monitorando al tempo stesso il coinvolgimento del pubblico”. Da un punto di vista strategico, l’arte può diventare anche uno strumento di posizionamento e competitività. È quanto sottolinea Beatrice Molteni, Senior Associate dello studio legale Lexia, che osserva come sempre più imprese investano in progetti culturali per rafforzare identità e legacy: “Arte e cultura sono degli asset strategici per la competitività aziendale poiché rivelano all'esterno l'identità di una impresa, il suo posizionamento valoriale e la sua volontà di impegnarsi con la comunità di riferimento. Per questo motivo, sono sempre di più le imprese, soprattutto nel settore bancario (ad esempio, Banca Intesa SanPaolo) e nel settore moda/lusso (ad esempio Salvatore Ferragamo Spa), che avviano progetti artistici e socio-culturali per rafforzare la propria legacy e la brand awareness di tutti coloro che ne fanno parte. Ciò dimostra che l'impresa è consapevole del proprio ruolo sociale e del fatto che il profitto economico si deve accompagnare alla valorizzazione dei territori per la promozione del benessere sociale, così da costruire relazioni più solide con le comunità locali. Queste azioni incidono concretamente anche sui comportamenti dell'organizzazione, favorendo inclusione, creatività e un senso di responsabilità condivisa”. In questo quadro, il tema dell’arte come strumento di responsabilità sociale si intreccia sempre più con quello dell’accessibilità culturale, chiamando in causa anche il ruolo delle imprese nella costruzione di un patrimonio realmente condiviso. “Per noi di 'L’abilità' - commenta Carlo Riva, direttore dei servizi di 'L'abilità Onlus' e ideatore di 'Museo per tutti' - rendere il patrimonio artistico accessibile a tutti non è solo un principio di inclusione, ma una responsabilità culturale che riguarda l’intera società, comprese le imprese. Con l’esperienza di 'Museo per tutti', oggi presente in oltre 50 luoghi d’arte in tutta Italia, lavoriamo perché l’accessibilità cognitiva diventi un percorso concreto, capace di aprire il patrimonio culturale, pubblico e d’impresa, anche alle persone con disabilità intellettiva e ai loro caregiver, attraverso strumenti pensati per favorire comprensione, autonomia e partecipazione". "I musei d’impresa presenti in Italia - ricorda - custodiscono storie, saperi e identità che fanno parte di un patrimonio collettivo e sociale, in grado di generare un impatto reale nella vita delle persone e di rafforzare il legame tra cultura, impresa e comunità. É quindi necessario che anche le persone con disabilità intellettiva conoscano le storie dei loro territori perché non siano esclusi dalla società in cui vivono". Ma l’ingresso dell’arte nella comunicazione aziendale apre anche questioni molto concrete, soprattutto sul piano giuridico. “Sempre più imprese - dice Elisabetta Berti Arnoaldi, partner dello studio legale Sena&Partners - utilizzano l’arte come elemento identitario e di comunicazione, ma spesso si fa confusione su un punto fondamentale: acquistare un’opera non significa poterne usare liberamente anche l’immagine. La proprietà materiale dell’opera è infatti distinta dai diritti di sfruttamento economico, che restano in capo all’artista, salvo accordi specifici. Questo principio è stato ribadito più volte dalla giurisprudenza. I problemi sorgono quando l’opera entra nella comunicazione aziendale, ad esempio in brochure, sui social o in una campagna pubblicitaria, perché in quel momento diventa uno strumento commerciale". "Senza un’autorizzazione, il rischio - avverte - è una violazione dei diritti d’autore. Un caso emblematico è quello che ha coinvolto Ai Weiwei e Volkswagen nel 2019, conclusosi con una condanna per uso non autorizzato dell’opera. Va poi ricordato che anche la fotografia dell’opera può essere protetta e generare ulteriori diritti. La regola è semplice: quando l’arte diventa comunicazione, il possesso non basta, servono licenze e autorizzazioni, per evitare contenziosi e danni reputazionali”. Infine, c’è chi vive questo intreccio tra arte, impresa e responsabilità come parte della propria missione. È il caso di Lexant, società benefit tra avvocati, come racconta il partner Nicola Traverso: “L’arte è uno degli ambiti in cui si esprime la nostra vocazione a creare valore condiviso. Nel tempo abbiamo partecipato ad aste benefiche promosse da istituti finanziari nostri clienti, integrando nei luoghi di lavoro opere capaci di unire valore artistico e impatto sociale. Siamo stati Patron di Triennale Milano, mettendo questa relazione a disposizione della nostra community attraverso iniziative dedicate. Crediamo nella contaminazione tra saperi e nel legame tra professioni, culture e territori, portando per esempio la divulgazione giuridica in contesti come il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato. In questa prospettiva, affianchiamo uno dei principali istituti museali italiani, simbolo del patrimonio artistico fiorentino nel mondo, nei profili di compliance e trasparenza della Pa, come leva di sostenibilità e tutela del valore culturale nel lungo periodo”.
(Adnkronos) - Smog in calo nelle città in Italia. Nel 2025 scendono a 13 i capoluoghi di provincia che hanno superato i limiti giornalieri di Pm10 (50 microgrammi per metro cubo per un massimo di 35 giorni all'anno), contro i 25 del 2024, i 18 del 2023 e i 29 del 2022. Si tratta di uno dei dati più positivi degli ultimi anni, ma che non deve far abbassare la guardia. Se si guarda al 2030, anno in cui entreranno in vigore dei nuovi e più stringenti limiti europei sulla qualità dell'aria (20 µg/m3 per il Pm10, 20 µg/m3 per l’NO2, 10 µg/m3 per il Pm2.5), l'Italia resta ancora lontana dai parametri richiesti: applicandoli ad oggi, sarebbe oltre i limiti il 53% delle città per il Pm10, il 73% per il Pm2.5 e il 38% per l'NO2. Sono i dati del nuovo rapporto 'Mal'Aria di città 2026' di Legambiente che fa il punto sullo stato della qualità dell'aria nei capoluoghi di provincia italiani. Stando al report, nel 2025 sono 13 i capoluoghi di provincia che hanno superato il limite giornaliero di Pm10, fissato dalla normativa europea a 50 microgrammi per metro cubo e consentito per un massimo di 35 giorni all'anno. La maglia nera quest'anno va a Palermo, con la centralina di Belgio che ha registrato 89 giorni oltre il limite, seguita da Milano (centralina Marche) con 66 sforamenti, Napoli (Ospedale Pellegrini) con 64 e Ragusa (Campo di Atletica) con 61. Sotto le sessanta giornate si collocano Frosinone con 55 sforamenti, Lodi e Monza con 48, Cremona e Verona con 44, Modena con 40, Torino con 39, Rovigo con 37 e Venezia con 36 giorni di superamento. Nel resto dei capoluoghi monitorati non si registrano sforamenti oltre i limiti di legge e, come già avvenuto negli ultimi anni, nessuna città supera i valori annuali previsti dalla normativa vigente per Pm10, Pm2.5 e biossido di azoto. La fotografia - rivela l'analisi di Legambiente - cambia radicalmente quando si guarda ai nuovi limiti che entreranno in vigore dal 1° gennaio 2030 con la revisione della Direttiva europea sulla qualità dell'aria: il 53% dei capoluoghi italiani (55 città su 103) non rispetta già ora il limite previsto per il Pm10 di 20 microgrammi per metro cubo al 2030. Le situazioni più distanti dall'obiettivo si registrano a Cremona, dove serve una riduzione del 35%, seguita da Lodi con il 32%, Cagliari e Verona con il 31%, Torino e Napoli con il 30%. La situazione è ancora più critica per il Pm2.5, dove 68 città su 93, pari al 73%, hanno una media annuale superiore a 10 microgrammi per metro cubo. I casi più problematici sono Monza, che ha una media annuale attuale di 25 microgrammi per metro cubo e dovrebbe ridurre le concentrazioni del 60%, Cremona con il 55%, Rovigo con il 53%, Milano e Pavia con il 50%, Vicenza sempre con il 50%. Per quanto riguarda il biossido di azoto, 40 città su 105, pari al 38%, non rispettano il nuovo valore di 20 microgrammi per metro cubo, con le situazioni più distanti dall'obiettivo registrate a Napoli dove serve una riduzione del 47%, Torino e Palermo con il 39%, Milano con il 38%, Como e Catania con il 33%. "I miglioramenti registrati nel 2025 sono tra i più positivi degli ultimi anni, ma restano fragili e non sostenuti da scelte coerenti - dichiara Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente - È irragionevole che, proprio mentre iniziano a emergere segnali concreti, il governo scelga di tagliare le risorse invece di consolidare questi progressi. La scelta di ridurre drasticamente già dal 2026 - e per tutto il prossimo triennio - le risorse destinate al Fondo per il miglioramento della qualità dell'aria nel bacino padano non va nella giusta direzione. Serve invece un cambio di passo: investire con continuità nel trasporto pubblico e nella mobilità sostenibile, accelerare la riqualificazione energetica degli edifici e il superamento delle fonti più inquinanti nel riscaldamento domestico e dal comparto industriale, intervenire in modo strutturale su agricoltura e allevamenti intensivi". Il dato più preoccupante è la lentezza con cui molte città stanno riducendo le concentrazioni di inquinanti anno dopo anno. Questa edizione di Mal'Aria ha analizzato i dati di Pm10 degli ultimi quindici anni (2011-2025), calcolando attraverso una media mobile quinquennale la tendenza in ogni città e stimando i valori che potrebbero essere raggiunti entro il 2030. Delle 89 città analizzate, 49 nel 2025 registrano valori di Pm10 superiori al nuovo limite europeo di 20 microgrammi per metro cubo. Di queste, 33 rischiano concretamente di non raggiungere l'obiettivo mantenendo l'attuale ritmo di riduzione: Cremona potrebbe scendere solo a 27 µg/mc, Lodi a 25, Verona a 27, Cagliari a 26. Situazione critica anche per Napoli, Modena, Milano, Pavia, Torino, Vicenza, Palermo e Ragusa (oggi a 28 µg/mc) che potrebbero rimanere tra i 23 e i 27 µg/mc. Potrebbero invece centrare l'obiettivo città come Bari, Benevento, Bergamo, Bologna, Caserta, Como, Firenze, Foggia, Latina, Lucca, Ravenna, Roma, Salerno, Sondrio, Trento e Vercelli, oggi sopra la soglia dei 20 µg/mc ma sulla traiettoria giusta. La fotografia di Legambiente relativa al Lazio vede Roma ancora nella top ten delle peggiori città per concentrazione di NO2, settima come lo scorso anno, con una media annua di 28 µg/mc (microgrammi per metro cubo di aria) e Frosinone, con 55 giorni oltre i limiti, quinta peggior città italiana per giornate di superamento degli attuali valori massimi consentiti di Pm10 (nel report dello scorso anno era il peggior capoluogo in assoluto). Roma, Frosinone e Latina, poi, sono tra i tanti capoluoghi italiani dove si superano i nuovi limiti europei che scatteranno dal 2030.