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(Adnkronos) - Il Guardian, quotidiano britannico da anni impegnato nel documentare violazioni dei diritti umani, ha pubblicato un’inchiesta che aggiunge un tassello crudo e difficilmente contestabile alla comprensione della repressione delle proteste in Iran. Non si tratta di testimonianze verbali, non di racconti filtrati dalla distanza o dalla propaganda, ma di immagini mediche: radiografie e Tac. Fotografie in scala di grigi che mostrano, letteralmente, la violenza impressa nei corpi. Il volto di Anahita – nome di fantasia, poco più che ventenne – appare come un cielo notturno attraversato da punti luminosi. Piccole sfere metalliche, da 2 a 5 millimetri, disseminate sul viso, nelle orbite oculari, persino nella massa scura del cervello. Sono proiettili “birdshot”, pallini da caccia sparati da un fucile a pompa. A distanza ravvicinata, spiegano gli esperti, non sono affatto “meno letali”: possono frantumare ossa, devastare tessuti molli, perforare facilmente un bulbo oculare. Anahita ha perso almeno un occhio, forse entrambi. Quell’immagine non è un caso isolato. Fa parte di oltre 75 set di esami diagnostici provenienti da un singolo ospedale di una grande città iraniana, raccolti nel corso di una sola serata, durante la stretta repressiva di gennaio. Una concentrazione temporale che, già di per sé, racconta una dinamica da “mass casualty”, evento con numerose vittime simultanee, tipico degli scenari di guerra o dei grandi disastri. Le scansioni mostrano ferite che i medici definiscono “catastrofiche”. Vahid – altro nome modificato – presenta un proiettile di grosso calibro conficcato nel collo. La trachea è spinta lateralmente, il sangue si accumula, i tessuti gonfi e danneggiati comprimono le strutture vitali. In un altro caso, un uomo di mezza età ha un proiettile sospeso nel cervello, accompagnato da una bolla di gas intracranica: segno di trauma devastante, al quale verosimilmente non si può sopravvivere. Due giovani uomini mostrano pallottole ad alto calibro alloggiate accanto alla colonna vertebrale. Una giovane donna presenta un proiettile deformato che sembra aver attraversato la gabbia toracica, lesionato il polmone e arrestato la sua corsa vicino alla spina dorsale. Le valutazioni, condotte congiuntamente dal Guardian e dalla piattaforma di fact-checking Factnameh, sono state affidate a un panel indipendente di specialisti internazionali: medici d’urgenza, radiologi, esperti di trauma imaging e balistica. Un ex medico iraniano di pronto soccorso, anch’egli consultato, ha confermato la coerenza del software utilizzato per gli esami e l’assenza di segni di manomissione. Gli esperti precisano che, senza cartelle cliniche complete, non è possibile formulare diagnosi definitive sui singoli pazienti. Ma il quadro complessivo, spiegano, è inequivocabile. “Se spari con armi di quel tipo contro delle persone, stai cercando di ucciderle.” La frase di uno degli specialisti di imaging traumatico riassume la sostanza tecnica dell’inchiesta. Le immagini mostrano proiettili full metal jacket, tipicamente utilizzati nei fucili d’assalto come AK-47 o KL-133, armi in dotazione ai Pasdaran, il Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche (IRGC). Non strumenti di controllo della folla, ma armamenti progettati per la guerra. Accanto ai colpi di grosso calibro, emerge con forza un altro elemento: l’uso sistematico dei pallini metallici. L’Iran è tra i pochi Paesi in cui le forze di sicurezza impiegano birdshot metallico. A lunga distanza, i pallini si disperdono e colpiscono indiscriminatamente. A distanza ravvicinata, diventano devastanti: decine, talvolta centinaia di micro-proiettili che penetrano simultaneamente nei tessuti. Le radiografie raccontano questa brutalità in modo quasi didascalico. Il torace di Ali – anche qui, nome di fantasia – contiene oltre 174 pallini metallici concentrati nella cavità destra. Il polmone parzialmente collassato, circondato da sangue e gas. Secondo gli esperti consultati, anche con un intervento chirurgico immediato e massiccio, il rischio di morte rimane altissimo. “Molti pensano che i pallini siano meno letali dei proiettili veri. Non è così,” spiega Rohini Haar, medico d’urgenza e consulente di Physicians for Human Rights. “A distanza ravvicinata, quelle sfere metalliche sono come cento piccoli proiettili.” Ma non è solo la gravità delle ferite a colpire. Caso dopo caso, le immagini mostrano corpi colpiti al volto, al torace, ai genitali. Ventinove pazienti risultano feriti al viso da birdshot. Almeno nove presentano lesioni nell’area genitale o pelvica, provocate sia da pallini sia, in alcuni casi, da fucili ad alto calibro. Una donna di mezza età ha quasi 200 pallini distribuiti tra cosce e pelvi. Un uomo di 35 anni mostra ferite analoghe. Le conseguenze cliniche, secondo le analisi mediche, includono sfigurazioni gravi, danni permanenti agli organi genitali, possibili esiti a lungo termine come incontinenza, sterilità, impotenza. Colpire gli occhi. Colpire il torace. Colpire i genitali. Non una casualità balistica, ma una tendenza che diversi medici iraniani descrivono come ricorrente. Ahmad – identità verificata dal Guardian – riferisce le parole di un collega chirurgo oculista: decine di interventi per rimuovere occhi irreparabilmente danneggiati, inclusi quelli di adolescenti. Il paziente più giovane, racconta, era una ragazza di 14 anni. Portata in ospedale dai genitori e dal fratello. Colpita direttamente all’occhio sinistro mentre la famiglia si trovava a una manifestazione. Le forze di sicurezza, secondo il racconto, sparavano dal tetto di un edificio civile. Il danno era tale che il bulbo oculare non ha potuto essere salvato. Ahmad parla di uno schema che “suggerisce fortemente un intento di causare disabilità permanenti piuttosto che danni accidentali”. Lesioni agli occhi, al cuore, meno frequentemente ai genitali. Organi vitali e parti del corpo simbolicamente cariche, la cui distruzione produce non solo sofferenza fisica, ma devastazione psicologica e sociale. Un altro medico, anch’egli verificato, descrive una casistica che attraversa tutte le età: “dai nonni ai bambini piccoli”. Ferite da pistole, da AK-47, da fucili a pompa. Tra i pazienti anziani, una donna di circa 65 anni, colpita a distanza ravvicinata mentre cercava di recuperare la nipote. I tentativi di rianimazione non sono bastati. “Sto ancora cercando di farci i conti,” confessa il medico. “Puoi sopportare solo fino a un certo punto.” Le immagini analizzate rappresentano, sottolineano gli esperti, solo una frazione del totale. In situazioni con numerosi feriti, gli ospedali sono costretti a triage severi. Le scansioni CT vengono riservate ai casi ritenuti salvabili. Molti colpiti alla testa con armi ad alto calibro, osservano i medici, “non arrivano nemmeno alla TAC”. È proprio questo aspetto a rendere l’inchiesta ancora più inquietante. Le radiografie non mostrano l’intera dimensione della violenza, ma soltanto il segmento dei sopravvissuti immediati. Coloro che, nonostante ferite devastanti, sono arrivati vivi abbastanza da essere sottoposti a esami diagnostici. Nel loro insieme, queste immagini compongono un racconto visivo che travalica la retorica politica. Sono prove cliniche di una repressione che, secondo i medici consultati, presenta caratteristiche più vicine a un conflitto armato che a operazioni di ordine pubblico. In assenza di osservatori internazionali sul campo, la medicina diventa archivio involontario della storia. Ogni pallino visibile in una radiografia, ogni proiettile incastonato in una vertebra o in un cranio, non è soltanto un dato clinico. È la traccia materiale di una scelta: quella di usare armi da guerra contro civili, manifestanti, passanti.
(Adnkronos) - Costruire una cultura concreta delle pari opportunità nelle professioni tecniche, mettendo in dialogo istituzioni, mondo accademico e sistema produttivo. Con questo obiettivo l’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Milano promuove 'Progetto donna', l’evento in programma il venerdì 20 febbraio 2026 a Palazzo Isimbardi, dedicato al tema dell’equità di genere nelle professioni tecniche e scientifiche e al rafforzamento della presenza femminile nei ruoli tecnici e decisionali. "Promuovere le pari opportunità nelle professioni tecniche significa rafforzare la qualità del sistema Paese. Come Ordine crediamo che valorizzare il talento femminile non sia solo una questione di equità, ma un fattore strategico per l’innovazione, la competitività e la sostenibilità del nostro settore. Il nostro impegno è costruire condizioni reali perché sempre più giovani possano scegliere e sviluppare carriere tecniche senza barriere culturali o strutturali", dichiara la presidente dell’Ordine degli ingegneri della Provincia di Milano, Carlotta Penati. Il tema della responsabilità misurabile sarà al centro dell’incontro. La parità non è un concetto astratto: è una struttura da costruire con metodo, strumenti, dati. Richiede scelte intenzionali, politiche efficaci e un cambiamento di paradigma nella cultura professionale. "Vogliamo concentrarci - prosegue la presidente Penati - sugli aspetti concreti. Trasformare il confronto in azione, promuovere proposte operative capaci di generare soluzioni strutturali, misurabili e durature. Abbiamo organizzato questo appuntamento perché crediamo nel valore della rete: la presenza di professioniste provenienti da ambiti diversi - tecnico, imprenditoriale e istituzionale - testimonia che la parità non è un tema settoriale, ma una responsabilità condivisa". L’evento - organizzato dall’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Milano e da Aidia-Associazione italiana donne ingegneri e architetti, sezione di Milano, in collaborazione con la Città Metropolitana di Milano - si aprirà con i saluti istituzionali della presidente Carlotta Penati, della presidente Aidia sezione Milano Giulia Fasciolo, del sottosegretario di Stato al Ministero dell’Istruzione e del Merito Paola Frassinetti, della deputata Lia Quartapelle, della consigliera di Regione Lombardia Chiara Valcepina, della consigliera del Comune di Milano Simonetta D’Amico e della consigliera delegata alle Politiche del lavoro, Politiche sociali e Pari opportunità della Città Metropolitana Diana De Marchi. I lavori entreranno nel merito delle sfide attuali con l’introduzione 'Perché parlare oggi di pari opportunità nelle professioni tecniche', affidata a Nella Carà, consigliera dell’Ordine degli ingegneri di Milano, e ad Amelia Lentini, consigliera dell’Ordine e componente della commissione Pari opportunità. Il confronto proseguirà con una tavola rotonda dedicata alle testimonianze dal mondo della ricerca, dell’impresa e delle infrastrutture, moderata da Carmelo Iannicelli, consigliere tesoriere dell’Ordine degli Ingegneri di Milano. Interverranno Amalia Ercoli Finzi, ingegnera aeronautica e professoressa onoraria del Politecnico di Milano, Anna Gervasoni, rettrice Liuc-Università Cattaneo e direttore generale Aifi, Francesca Pili, amministratore esecutivo e consigliere delegato Fnm, Sara Cattaneo, head of procure to pay process excellence and digitalization ABB, ed Emanuela Stocchi, presidente Piarc e direttrice generale ad interim Aiscat. La seconda sessione sarà dedicata al rapporto tra norme, politiche pubbliche e strumenti concreti di misurazione dell’impatto delle politiche di genere. Interverranno Diana De Marchi per la Città Metropolitana di Milano, Chiara Cormanni, presidente del Comitato Imprenditoria Femminile della Camera di commercio Milano Monza Brianza Lodi, Costanza Gargano, presidente del Comitato Pari opportunità dell’Ordine degli avvocati di Milano, Cecilia Hugony, vicepresidente Assimpredil Ance delegata al Progetto Donne, e Francesca Zarri, presidente Assorisorse. La giornata si concluderà con un laboratorio dedicato alla costruzione di soluzioni operative e best practice, con l’intervento di Giampaolo Grossi, ceo di Giacomo Milano Group e public speaker. Aprire spazi, creare opportunità, offrire modelli e percorsi che rendano naturale - e non eccezionale - la presenza delle donne in posizioni apicali: 'Progetto Donna' si inserisce nel percorso dell’Ordine degli ingegneri della Provincia di Milano volto a promuovere inclusione, valorizzazione delle competenze e crescita sostenibile del settore tecnico, contribuendo allo sviluppo di un ecosistema professionale più equo, innovativo e competitivo.
(Adnkronos) - L’olio minerale usato è un rifiuto pericoloso che se smaltito in modo scorretto può essere altamente inquinante: versato nel terreno avvelena la falda acquifera, disperso in acqua forma una pellicola impermeabile che impedisce lo scambio di ossigeno con danni alla vita acquatica, se bruciato in modo improprio rilascia inquinanti. In Italia viene, però, raccolto al 100%, riportato a nuova vita e trasformato, principalmente, in nuove basi lubrificanti grazie ad un modello di economia circolare che funziona e che rappresenta un’eccellenza globale osservata anche all’estero per la sua efficacia. A raccontare la filiera del riciclo degli oli esausti è all’Adnkronos Riccardo Piunti, presidente del Conou, Consorzio Nazionale per la Gestione, Raccolta e Trattamento degli Oli Minerali Usati. “Il ciclo degli oli minerali usati in Italia è il più virtuoso che ci sia nel mondo: è un'eccellenza sia a livello europeo sia rispetto ad altri Paesi occidentali come gli Stati Uniti. In Italia raccogliamo la totalità degli oli minerali usati (190mila tonnellate all’anno) e li rigeneriamo per il 98%. I dati complessivi di altri Paesi non sono altrettanto brillanti: in Europa la raccolta copre l'80% del raccoglibile, il che significa che c'è un 20% che non si sa bene che fine faccia, e di questo 80% ne viene rigenerato solo il 60%. Negli Stati Uniti, l'olio raccolto arriva a circa l'80%, di questo solo il 50% viene rigenerato”, rimarca Piunti. Un risultato ottenuto grazie ad una filiera che funziona. Qualche dato dall’ultimo report di Sostenibilità: il Consorzio, nel 2024 ha recuperato 188mila tonnellate di oli usati con circa 6907 conferimenti (operazioni) con autobotte, risultato delle attività di raccolta dei 58 Concessionari che hanno ritirato il rifiuto presso circa 103mila produttori e siti in tutto il Paese. Queste 188mila tonnellate sono state poi cedute in maggior parte alle tre raffinerie di rigenerazione; solo una parte (2.400) è stata destinata a termovalorizzazione mentre un quantitativo minimo di circa 200 tonnellate è stato avviato a termodistruzione a un inceneritore autorizzato. Un ciclo che funziona, con vantaggi di natura sia economica che ambientale. “Noi recuperiamo da un rifiuto pericoloso circa 120 milioni di euro l'anno di prodotti nobili, cioè di basi lubrificanti riutilizzabili, di bitumi e di gasoli - sottolinea Piunti - Dal punto di vista ambientale risparmiamo emissioni per oltre il 40% della CO2 (90mila tonnellate di CO2 equivalente evitate) e il 90% di tutti gli altri inquinanti, mediamente, che altrimenti produrremo lavorando con la materia prima vergine”. Sul fronte economico-sociale, nel 2024 il sistema Conou ha, poi, generato un impatto diretto di oltre 73,4 milioni di euro, occupando oltre 1.850 persone.