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(Adnkronos) - Mentre la campagna militare congiunta di Israele e Stati Uniti contro l’Iran entra in una fase ad alta intensità, con attacchi mirati alle capacità nucleari e missilistiche di Teheran e il rischio di un allargamento regionale, il nodo centrale resta uno: qual è l’obiettivo strategico finale? Cambio di regime o neutralizzazione definitiva della minaccia? E quanto è realistico immaginare una transizione interna in Iran, considerando il peso dei Pasdaran e la struttura parallela di potere costruita negli ultimi decenni? Per Kobi Michael, senior researcher dell’Institute for National Security Studies (Inss) presso l’Università di Tel Aviv e analista del Misgav Institute, contattato dall'Adnkronos, la priorità israeliana è chiara: impedire che l’Iran torni a rappresentare una minaccia esistenziale, sul piano nucleare e balistico. Il cambio di regime è un esito auspicato, ma non può essere imposto dall’esterno: dipende dalla capacità del popolo iraniano di organizzarsi e sfruttare l’indebolimento militare del sistema. Intanto, avverte, l’eventuale coinvolgimento delle monarchie del Golfo potrebbe trasformare l’escalation in una vera coalizione regionale contro Teheran. Professore, qual è secondo lei l’endgame di Israele e degli Stati Uniti? L’obiettivo è un regime change? Credo che l’esito auspicato sia certamente un cambio di regime. Tuttavia, non dipende solo da Israele e dagli Stati Uniti. Dipende prima di tutto dal popolo iraniano e dalla sua capacità di organizzare un’opposizione strutturata, con una leadership efficace in grado di sfruttare la dinamica che Israele e Stati Uniti stanno creando in questo momento per rovesciare il regime e sostituirlo. Detto questo, l’obiettivo più realistico della campagna militare è smantellare la minaccia iraniana: negare a Teheran le capacità militari strategiche, in primo luogo quelle nucleari, poi quelle missilistiche balistiche, e indebolire il regime in modo così profondo da impedirgli di ricostituire la minaccia contro Israele e la regione. Per Israele la questione centrale è garantire che l’Iran non torni a rappresentare una minaccia esistenziale, sia sul piano nucleare sia su quello balistico. Se questo indebolimento genererà una dinamica interna capace di portare gli iraniani a fare il resto, tanto meglio. Ma la priorità è eliminare la minaccia. I Pasdaran hanno costruito in decenni un sistema parallelo di potere e un’economia autonoma. Esiste oggi una società civile, un apparato amministrativo o militare in grado di sostituirli? Sì, credo che esista. Parliamo di un Paese con oltre 90 milioni di abitanti. Anche se milioni di persone sono integrate nel sistema del regime, la grande maggioranza non lo è. Tuttavia, serve una leadership molto efficiente e ben organizzata. Ritengo che una parte di questa leadership dovrebbe emergere anche dai ranghi istituzionali iraniani, in particolare dalle forze armate regolari, che sono meno radicali rispetto ai Guardiani della rivoluzione. Al loro interno ci sono figure capaci di assumere temporaneamente la guida del Paese. Ma esistono anche molte altre persone qualificate nella società iraniana. Siamo solo al secondo giorno della campagna militare. A mio avviso durerà settimane. Dopo una o due settimane di pressione molto intensa, il regime potrebbe trovarsi in una situazione estremamente problematica. Se in quel momento il popolo iraniano sarà pronto, organizzato e determinato, il cambio di regime diventerà una possibilità concreta. In questi giorni l’Iran ha colpito anche Paesi della regione, dalle monarchie del Golfo alla Giordania, fino a minacciare altri attori. È una reale capacità di destabilizzazione o solo un tentativo di mostrare forza? Non si tratta solo della regione del Golfo. L’Iran ha lanciato missili anche verso basi britanniche a Cipro e potrebbe prendere di mira altri Paesi che considera cooperanti con Stati Uniti e Israele. Ha persino minacciato Armenia e Azerbaigian. Teheran sta cercando di allargare il conflitto per aumentare la pressione su Washington, nella speranza di costringerla a fermare la campagna militare. Ma penso che il risultato sarà opposto. Attaccando Arabia Saudita ed Emirati, rischia di spingerli a unirsi militarmente a Israele e agli Stati Uniti. Quindi vede uno scenario in cui questi Paesi partecipano non solo in chiave difensiva ma anche offensiva? Sì, assolutamente sì. Se l’Iran continuerà a colpirli con centinaia di missili e droni, non si tratterà più di attacchi simbolici ma di un’aggressione su larga scala. In quel caso, potrebbero unirsi apertamente all’operazione militare contro l’Iran. Gli attacchi massicci contro Qatar, Emirati o Arabia Saudita potrebbero portare alla formazione di una vera coalizione regionale. Paradossalmente, il tentativo iraniano di allargare il conflitto potrebbe accelerare l’isolamento del regime. L’Iran è in grado di sostenere questa pressione per settimane? Per quanto riguarda i missili balistici, credo che la capacità iraniana sarà drasticamente ridotta in pochi giorni. I lanciatori sono il punto chiave: senza lanciatori non possono utilizzare i missili. Molti sono già stati distrutti, altri vengono neutralizzati non appena vengono esposti per il lancio. Rispetto a precedenti escalation, il numero di missili lanciati è già inferiore. L’Iran cerca di usarli in modo tattico, uno o due alla volta, per mantenere la popolazione israeliana sotto stress e mettere alla prova i sistemi di difesa. Ma la capacità complessiva è in calo. Diverso è il discorso per i Paesi del Golfo, che sono geograficamente molto vicini all’Iran: contro di loro possono utilizzare droni, missili da crociera e razzi, senza necessità di sistemi balistici a lungo raggio. Tuttavia, se continueranno ad attaccare i Paesi del Golfo, credo che assisteremo alla nascita di una coalizione regionale contro Teheran. (di Giorgio Rutelli)
(Adnkronos) - "Quella di oggi è una grande occasione per poter comprendere come l'innovazione tecnologica e l'intelligenza artificiale possano essere effettivamente messe a servizio dell'uomo". A dirlo Maria Teresa Bellucci, vice ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, intervenendo all'incontro 'Sicurezza sul lavoro e intelligenza artificiale', organizzato a Palazzo Brasini, nell'ambito dell'evento 'Ia e lavoro: governare la trasformazione, moltiplicare le opportunità strategie, fiducia, regole, competenze', promosso dal ministero del Lavoro e delle politiche sociali. "L'intelligenza artificiale - spiega - come ogni progresso, come ogni innovazione è stata inventata dall'uomo, non è nata da sola. Anche perché l'intelligenza artificiale non crea nulla, non inventa. Ma ciò che nasce dall'uomo dovrebbe essere sempre a favore dell'uomo. Ma noi sappiamo anche che non è così. La storia ce lo insegna. La bomba atomica, ad esempio, è stata inventata da un uomo. Siamo noi che abbiamo la responsabilità per primi, nessuno escluso, di capire che cosa ci vogliamo fare con ciò che noi inventiamo e viene generato da noi stessi. E' per questo che l'assunzione di responsabilità è fondamentale, soprattutto per le istituzioni e per chi si occupa di governare le nazioni". "Quando noi - sottolinea - dobbiamo emanare linee guida, regolamenti, sistemi di governance l'intelligenza artificiale ci può essere di grandissimo aiuto. Poi noi ci dobbiamo mettere la testa, il cuore, la coscienza, la consapevolezza, la creatività che ha soltanto l'uomo e che nessuna intelligenza artificiale mai potrà imitare. Anche quando diventa antropomorfa perché l'intelligenza artificiale perché manca di empatia, di creatività e del genio umano".
(Adnkronos) - Ecologia integrale, cooperazione tra Europa e Stati Uniti, innovazione tecnologica al servizio dell’ambiente, responsabilità dei media globali e sostenibilità dei grandi eventi: sono questi i temi che saranno al centro del XVII Forum Internazionale dell’Informazione per la Salvaguardia della Natura, promosso da Greenaccord Ets e in programma a Treviso dal 18 al 21 marzo 2026 con il titolo 'Building Future Together - Un’umanità nuova con sete di futuro'. Per quattro giorni Treviso diventerà una redazione globale diffusa, accogliendo oltre 100 giornalisti provenienti da più di 40 Paesi insieme a rappresentanti istituzionali, amministratori pubblici, imprese innovative, accademici ed esponenti del mondo della cultura. Il Forum si svolgerà tra Ca’ dei Carraresi e la Camera di Commercio di Treviso e Belluno e si articolerà in una sessione inaugurale e sei sessioni tematiche dedicate ai nodi cruciali della transizione ecologica e alla costruzione di una visione condivisa di ecologia integrale, capace di tenere insieme ambiente, economia, dimensione sociale e responsabilità culturale. L’edizione 2026 assume una valenza strategica per la costruzione di un ponte strutturato tra il Triveneto e lo Stato del Colorado. Territori accomunati da identità montana, forte vocazione sportiva e turistica, sistemi produttivi dinamici e crescente attenzione alle politiche ambientali, Veneto e Colorado saranno protagonisti di un confronto concreto su mobilità sostenibile, pianificazione territoriale, tecnologie pulite, economia montana e governance della sostenibilità. Tra i relatori internazionali sono attesi rappresentanti istituzionali e imprenditoriali del Colorado, insieme a protagonisti dell’innovazione tecnologica statunitense, a testimonianza di un dialogo che guarda alle Montagne Rocciose e alle Dolomiti come territori laboratorio di cooperazione transatlantica. Un focus centrale sarà dedicato alla sostenibilità dei grandi eventi internazionali, con un approfondimento specifico sul modello dei Giochi Olimpici Invernali Milano-Cortina 2026. Nella sessione inaugurale interverrà Gloria Zavatta, Sustainability & Impact Director di Milano Cortina 2026, per illustrare il rapporto di sostenibilità dei Giochi e le strategie adottate per ridurre l’impatto ambientale e garantire un’eredità positiva per i territori ospitanti. Il Forum offrirà inoltre uno sguardo globale grazie alla presenza di Jinfeng Zhou, segretario generale della China Biodiversity Conservation and Green Development Foundation, che porterà l’esperienza cinese nel campo della tutela della biodiversità e della cooperazione ambientale internazionale. Il confronto tra modelli europei, nordamericani e asiatici contribuirà a rafforzare il carattere autenticamente globale dell’iniziativa. Grande attenzione sarà dedicata anche al ruolo delle piattaforme digitali e dell’industria culturale nella costruzione del dibattito ambientale. Interverranno Andy Thompson, dirigente internazionale attualmente International Technologist di Meta con una lectio magistralis sull’impatto delle notizie ambientali sulle piattaforme social, e Hanna Grahn, Head Sustainability and Climate Action di Spotify, che affronterà il tema della musica e dei contenuti culturali come strumenti di consapevolezza e responsabilità collettiva. Il programma affronterà inoltre il rapporto tra natura e bellezza, economia del benessere, rigenerazione urbana, bioarchitettura, agricoltura sostenibile, filiere del cibo, tecnologia digitale, ecologia della mente e dell’anima. Una sessione conclusiva sarà dedicata al ruolo dei media e dei giornalisti della rete Greenaccord, con la consegna del Greenaccord International Media Award a una realtà nordamericana impegnata nella narrazione delle sfide climatiche. "In un tempo segnato da conflitti, crisi climatiche e incertezze geopolitiche - dichiara Alfonso Cauteruccio, presidente di Greenaccord - abbiamo bisogno di ricostruire un orizzonte comune. L’ecologia integrale non è uno slogan, ma una visione che tiene insieme ambiente, giustizia sociale, economia e spiritualità. Con questo Forum vogliamo offrire ai giornalisti e alle istituzioni uno spazio di dialogo autentico tra Europa e America, ma anche tra Occidente e Asia, tra tecnologia e cultura. Solo costruendo ponti e assumendoci una responsabilità condivisa possiamo generare un futuro credibile per le nuove generazioni". "In un mondo lacerato dalla violenza e dalla prepotenza, avvertiamo il bisogno di tornare a frequentare la gentilezza e la convivialità delle differenze. Il nuovo Forum internazionale di Greenaccord - sottolinea il segretario generale dell'organizzazione, Giuseppe Milano - non nasce con la sola ambizione di raccontare la complessità contemporanea, tra innovazioni straordinarie e relazioni internazionali virtuose, ma anche e soprattutto di provare a costruire insieme una diversa visione di società, più giusta e inclusiva, in cui la giustizia sociale e ambientale siano saldate nella pace e nella prosperità intergenerazionale e crossterritoriale".