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(Adnkronos) - Il confronto militare tra Stati Uniti, Israele e Iran segna il superamento di una linea rossa rimasta intatta per decenni. Per quasi mezzo secolo, dopo la rivoluzione islamica del 1979 che rovesciò la monarchia dello scià e instaurò la Repubblica islamica, lo scontro diretto tra Washington, Tel Aviv e Teheran era rimasto in gran parte indiretto e mediato da alleati regionali. Oggi, secondo Nicola Pedde – direttore generale dell’Institute for Global Studies, analista del Medio Oriente e autore del volume “1979, La Rivoluzione in Iran” – il conflitto è entrato in una fase completamente diversa: una crisi che punta apertamente al cambio di regime a Teheran e che potrebbe avere effetti profondi sull’intero equilibrio regionale, dal Golfo all’Ucraina. Parlando con l’Adnkronos, Pedde analizza gli scenari militari e politici della guerra, il ruolo dei Pasdaran nella nuova leadership iraniana, il rischio di destabilizzazione dei paesi del Golfo e le conseguenze geopolitiche globali, compreso l’effetto inatteso di rafforzamento per la Russia. Che cosa la colpisce di più di quello che sta succedendo in queste ore tra Stati Uniti, Israele e Iran? Questa crisi rappresenta il definitivo superamento delle linee rosse che per quasi cinquant’anni avevano impedito uno scontro diretto tra Iran da una parte e Stati Uniti e Israele dall’altra. Dal 1979, con la nascita della Repubblica islamica e la caduta dello scià, il confronto è rimasto latente, combattuto attraverso alleati regionali o operazioni indirette. Negli ultimi due anni, e soprattutto dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre e la progressiva distruzione dell’“asse della resistenza”, si è arrivati alla soglia finale: il confronto diretto. Questo è il terzo episodio di conflitto tra Israele e Iran e il secondo che coinvolge direttamente gli Stati Uniti. Al di là della narrativa ufficiale sulla proliferazione nucleare o sulle ragioni di sicurezza, è abbastanza evidente che l’obiettivo politico sia il cambio di regime a Teheran. Secondo lei questo cambio di regime è realistico? O sarà comunque una parte dell’apparato attuale a gestire una transizione? La situazione è estremamente dinamica e tutti gli scenari restano aperti. Per ottenere un cambio di regime è necessario prima degradare in modo significativo la capacità dell’apparato securitario iraniano, soprattutto sul piano interno. Finché le strutture militari e di sicurezza restano operative e in grado di reprimere il dissenso, è difficile immaginare che la popolazione scenda in piazza rischiando una repressione che in passato è stata durissima. L’obiettivo militare di Stati Uniti e Israele è quindi colpire soprattutto le strutture dei Pasdaran e le forze paramilitari che garantiscono il controllo interno. Solo se queste verranno indebolite si potrà aprire uno spazio per una rivolta interna. L’Iran come sta reagendo a questo scenario? Teheran percepisce l’attacco come una minaccia esistenziale. In queste condizioni è pronta ad assumere rischi molto elevati. La strategia iraniana è quella di regionalizzare il conflitto: colpire gli interessi economici e strategici dei paesi del Golfo per aumentare il costo politico ed economico della guerra. L’idea è resistere alcune settimane, assorbendo danni molto pesanti, e sperare che l’escalation renda il conflitto insostenibile per Washington e gli alleati, non solo quelli del Golfo, e costringa gli Stati Uniti a tornare a un negoziato. D'altronde anche per l'amministrazione Trump questa è una guerra esistenziale: siamo a pochi mesi dalle elezioni di metà mandato, se il conflitto dovesse protrarsi, con crescenti costi umani, militari ed energetici, ci saranno conseguenze dal fronte Maga. Se il regime non cade, chi governerà l’Iran dopo questa fase? In realtà un cambio di leadership è già in atto. La prima generazione della Repubblica islamica è stata colpita duramente nelle prime fasi del conflitto. Chi sta emergendo oggi è la seconda generazione del potere iraniano, composta in gran parte da esponenti dei Pasdaran. Questa nuova élite è ideologicamente più dura rispetto alla precedente. Se il conflitto non produrrà il cambio di regime auspicato da Stati Uniti e Israele, saranno probabilmente loro a guidare l’Iran nel futuro. Questa nuova leadership sarà più disponibile al dialogo o più aggressiva? Tutto fa pensare che sarà molto più aggressiva. Questa generazione non ha alcuna fiducia negli Stati Uniti. Si sente tradita da attacchi militari avvenuti proprio mentre erano in programma negoziati diplomatici, come avvenne anche per la cosiddetta Guerra dei 12 giorni della scorsa estate. Per loro l’unico modo di trattare con Washington è da una posizione di forza, che puntano a raggiungere mettendo in seria difficoltà l'intera regione del Golfo. Quanto è vulnerabile oggi l’economia di quei paesi? Sono in una posizione estremamente fragile. Le loro economie sono molto produttive ma anche altamente dipendenti da alcuni settori chiave. Prendiamo gli Emirati: Abu Dhabi è legata all’energia, mentre Dubai vive soprattutto di immobiliare, finanza e trasporto aereo. Un conflitto regionale paralizza immediatamente tutti questi settori. La trasformazione di queste aree in zone di guerra colpisce direttamente il turismo, i voli internazionali e la fiducia degli investitori. È un danno economico immediato che potrebbe avere conseguenze di lungo periodo. Il coinvolgimento degli Houthi o un blocco delle rotte marittime cambierebbe lo scenario? Sì, sarebbe un salto di qualità enorme. Se gli Houthi intervenissero colpendo il traffico navale nel Mar Rosso e nello stretto di Bab el-Mandeb, si creerebbe una crisi sistemica per il commercio globale. Alle tensioni nello stretto di Hormuz, che incidono su petrolio e gas di tutta l'area, si aggiungerebbe una possibile paralisi di una delle principali vie di accesso al Mediterraneo, con effetti immediati anche sull’economia europea. Si è parlato di un possibile ruolo per i curdi, che sono già stati "ingaggiati" (e poi purtroppo abbandonati) durante la prima guerra del Golfo e la battaglia contro l'Isis in Siria. È difficile immaginare che possano avere un ruolo decisivo. Un gruppo proveniente dal Kurdistan iracheno non può realisticamente conquistare un paese grande e complesso come l’Iran. Potrebbero forse destabilizzare alcune zone di confine. Ma questo comporterebbe anche il rischio di un’escalation con la Turchia, che vede con grande sospetto qualsiasi rafforzamento delle forze curde, in particolare dei movimenti legati al Pkk. Quali sono le conseguenze globali di questa guerra? Chi ne beneficia? Paradossalmente uno dei grandi beneficiari è la Russia. Prima di tutto sul piano politico: la gestione di questo conflitto permette a Mosca di sostenere che le accuse occidentali sul diritto internazionale nei confronti della guerra in Ucraina siano meno credibili. Poi c’è la dimensione economica: la crisi energetica permette alla Russia di vendere più petrolio e gas verso l’Asia e di farlo a prezzi più alti rispetto a quelli fortemente scontati degli ultimi anni. Infine c’è un effetto strategico: l’attenzione e le risorse militari occidentali si spostano dal fronte ucraino verso il Medio Oriente, riducendo la capacità di sostenere Kyiv. Ed è un rischio che lo stesso Zelensky ha segnalato con grande chiarezza. (di Giorgio Rutelli)
(Adnkronos) - Per 4 adolescenti su 10, “stare insieme” significa prima di tutto amicizia: uno spazio fatto di complicità, leggerezza e condivisione quotidiana. E tra i contesti in cui sperimentano il lavoro di squadra, la fiducia reciproca e il senso del “noi” seguono la scuola (22%) e lo sport (8,8%). È quanto emerge da 'Generazione Noi', l’analisi promossa da Ringo e realizzata dal partner Extreme, società specializzata nell'analisi strategica delle conversazioni web e social, su oltre 35.000 contenuti social prodotti in lingua italiana su TikTok, Instagram e YouTube. La ricerca si inserisce nella comunicazione di 'Tra di noi c’è più gusto', la campagna con cui Ringo racconta il valore delle relazioni tra coetanei e del Terzo Spazio: quel luogo, fisico o simbolico, in cui gli adolescenti costruiscono relazioni, autonomia e identità lontano dalla supervisione diretta di adulti, genitori o insegnanti. L’analisi si basa su un approccio di social listening qualitativo, che utilizza un sistema di ancore semantiche costruite a partire da slang, espressioni ricorrenti e codici linguistici tipici dei ragazzi e delle ragazze tra i 13 e i 18 anni. Il linguaggio diventa la chiave per intercettare e interpretare le conversazioni: non solo oggetto di studio, ma anche strumento metodologico centrale. Dai dati emerge con chiarezza anche dove gli adolescenti raccontano oggi lo stare insieme online: TikTok concentra il 50% delle conversazioni; Instagram il 49%; YouTube è marginale. Un dato che racconta una socialità espressa attraverso formati rapidi, visivi e performativi. Su TikTok lo stare insieme prende forma in meme, slang e micro-rituali, mentre su Instagram diventa un racconto più editoriale e descrittivo, fatto di immagini e parole che fissano i momenti condivisi. L’amicizia è il primo pilastro della collaborazione, soprattutto per le ragazze adolescenti, per le quali rappresenta il cuore della socialità (54,2%). Tra i ragazzi adolescenti, invece, lo stare insieme si costruisce più spesso attraverso sport e attività condivise (49,3%). Lo sport emerge come spazio di appartenenza più che di performance: genera maggiore coinvolgimento quando viene raccontato come esperienza collettiva. Il tono delle conversazioni è prevalentemente positivo (51,1%), e ruota attorno a quattro pilastri: appartenenza attiva (37,1%), inclusione (28,4%), continuità nel tempo (25%) e orgoglio condiviso (9,5%). La scuola, pur comparendo in meno conversazioni rispetto allo sport, genera un coinvolgimento medio più alto (oltre 5.300 like medi), confermandosi un grande denominatore emotivo. Non viene raccontata come un’istituzione, ma come uno spazio profondamente relazionale, in cui il gruppo diventa una risorsa fondamentale per vivere meglio la quotidianità. Dalle conversazioni emerge come stare insieme a compagni e compagne contribuisca innanzitutto ad alleggerire ansia e pressione (45,5%), rendendo più affrontabili verifiche, cambiamenti e nuove sfide. Accanto a questo, la scuola è anche il luogo del sostegno pratico e concreto (31,8%): studiare insieme, aiutarsi, condividere appunti e prepararsi alle difficoltà quotidiane. Infine, è lo spazio in cui si costruiscono ricordi comuni (18,2%), che rafforzano il senso di appartenenza e trasformano l’esperienza scolastica in una storia condivisa. In questo scenario, anche il cibo assume un ruolo sociale molto concreto: la merenda torna spesso come rito informale di gruppo, un momento semplice ma identitario in cui ci si ritrova, si chiacchiera e si “stacca” dalle regole. Non è solo consumo, ma condivisione: una pausa che diventa spazio di libertà e complicità. Il gioco on line (4,8% delle conversazioni) emerge come spazio sociale pieno: clan, team “aperti”, valutazioni di skill, gergo condiviso. L’intrattenimento non resta un’attività individuale, ma diventa un’occasione per creare piccole comunità molto unite. In questo contesto, il digitale non sostituisce l’amicizia, ma la struttura e la rende più organizzata. La musica (3,8% delle conversazioni) non risulta come semplice ascolto, ma diventa immaginario, sogno comune e desiderio, soprattutto nell’esperienza live, come un concerto, dove si trasforma in un rito di amicizia. È anche una sfida creativa, in cui la performance smette di essere solo esibizione per diventare un’occasione per mettersi alla prova, migliorare e rafforzarsi reciprocamente. Il racconto dello stare insieme passa anche, e soprattutto, dal linguaggio: è uno degli elementi chiave attraverso cui gli adolescenti costruiscono e riconoscono il gruppo. Non si tratta solo di “parole alla moda”, ma di un vero codice identitario, fatto di slang, format narrativi e riferimenti condivisi. Il lessico è ibrido e nativo digitale: convive l’italiano con anglicismi, termini dal gaming, meme culture e dialetto “remixato”. Le espressioni più diffuse nelle conversazioni, come bro, bestie, random, chill o team, funzionano come segnali di appartenenza, mentre hashtag come #fyp o #perte servono a rendere il contenuto visibile e condivisibile. Un ruolo centrale è giocato dai format narrativi, in particolare il POV (“Point of View”), che permette di raccontare lo stare insieme in prima persona, trasformando situazioni quotidiane in micro-storie immediatamente riconoscibili. Il linguaggio è breve, performativo e comunitario: più che spiegare, serve a far sentire “dentro” chi guarda. Emoji, allungamenti vocalici e punti esclamativi sostituiscono spesso le dichiarazioni esplicite di emozione. Nel complesso, il linguaggio racconta una generazione in cui il “noi” viene prima dell’“io”: le parole non servono solo a comunicare, ma a costruire legami e “delimitare il gruppo” Nel complesso, l’analisi restituisce l’immagine di una generazione fortemente relazionale, lontana dall’idea di individualismo spesso associata ai giovani. I ragazzi e le ragazze adolescenti di oggi non utilizzano il digitale per sostituire le relazioni, ma per estenderle e amplificarle: lo “stare insieme” nasce nella quotidianità offline (a scuola, nello sport, nel tempo libero) e viene poi raccontato e condiviso online come parte integrante dell’esperienza. I valori che emergono dall’analisi di Extreme prendono forma concreta in LabiRingo, l’installazione esperienziale che Ringo porterà nelle piazze italiane per invitare ragazzi e ragazze adolescenti a giocare insieme. Un vero Terzo Spazio fisico, pensato come luogo di incontro, relazione e scoperta, in cui la collaborazione non è solo un tema, ma una condizione necessaria per vivere l’esperienza. LabiRingo è un percorso immersivo e condiviso che accompagna i partecipanti all’interno di un labirinto fatto di prove, intuizioni e piccoli obiettivi da superare insieme. Ogni tappa è progettata per stimolare il lavoro di squadra, la complicità e la capacità di coordinarsi, trasformando il gioco in un’esperienza collettiva. All’interno dell’installazione, le persone vengono coinvolte in diverse attività che richiedono collaborazione e fiducia reciproca: solo agendo insieme è possibile orientarsi, avanzare nel percorso e arrivare all’uscita finale, dove l’esperienza viene celebrata e condivisa. Il labirinto diventa così una metafora concreta dello “stare insieme”: un viaggio fatto di scelte comuni e risultati condivisi. “Con Tra di noi c’è più gusto vogliamo valorizzare quei momenti in cui gli adolescenti stanno insieme in modo spontaneo e autentico - commenta Susanna Catelli, Senior Marketing Manager Ringo. “Il Terzo Spazio è proprio questo: un luogo in cui si cresce attraverso le relazioni, fuori dalle logiche di competizione e giudizio. Con LabiRingo trasformiamo questo concetto in un’esperienza reale, creando spazi che invitano a collaborare, condividere e divertirsi, parlando il linguaggio delle nuove generazioni e rispettandone tempi e modalità.” LabiRingo debutterà a Milano, in Piazza Gae Aulenti, dal 6 all’8 marzo, proseguirà a Napoli, in Piazza Dante, dal 13 al 15 marzo e, infine, approderà a Bari, in Largo Giannella, dal 20 al 22 marzo, per tre weekend dedicati al gioco e alla collaborazione.
(Adnkronos) - Agsm Aim diventa Magis e debutta con la nuova Brand Identity a Key 2026. “La nascita di Magis è il risultato di un percorso di ascolto profondo dei nostri stakeholder che ha confermato un legame autentico con i territori e una reputazione solida, costruita in oltre un secolo di storia - spiega Fabio Candeloro, direttore Market e Digital Transformation di Magis - È apparso però altrettanto chiaro il bisogno di un’evoluzione: il nuovo piano industriale richiedeva un brand capace di competere su scala nazionale con pragmatismo e visione”. Magis in latino significa 'più', ed è nato dal rimescolamento o, meglio, dallo svelamento, delle lettere contenute nel vecchio nome che era la somma di due sigle. Magis vuol dire anche 'oltre', 'verso il meglio', parla di progresso, ambizione e trasformazione. Prende per mano e accompagna dentro una nuova identità che nasce sulle fondamenta di oltre un secolo di storia. Il rebranding e la campagna di lancio sono stati affidati a Paolo Iabichino scrittore pubblicitario, direttore creativo e ideatore del concetto di 'Invertising' in un libro che è diventato un manifesto per un messaggio pubblicitario consapevole. “È stato come mettere le mani su un monumento - spiega Paolo Iabichino - Oltre cento anni di tradizione, per una realtà che è un vero e proprio bene comune per le comunità e i territori e che il rebranding doveva rispettare. Magis è la crasi perfetta di un nuovo brand che custodisce e protegge la tradizione e l’origine, ne usa gli stessi stilemi aggiornandoli all’interno di un linguaggio di marca più attuale e contemporaneo, pronto per le nuove sfide di mercato che il futuro offre a tutte le persone dell’azienda. Per il lancio ho scelto una campagna di comunicazione che privilegi le persone. Un brand come Magis che ha come obiettivo quello di accompagnare chiunque dentro la transizione energetica deve sentire il dovere e la responsabilità di metterci la faccia, facendo vedere i volti e le storie di chi porta l’energia dentro le case delle famiglie e delle imprese italiane”.