ENTRA NEL NETWORK |
ENTRA NEL NETWORK |
(Adnkronos) - Il loro 'nettare degli dei' non è a base di uva, ma di mela stella bianca. Però il risultato è lo stesso: fermentazione, alcol, convivialità. L'anno scorso avevano fatto il giro del mondo le immagini di un gruppo di scimpanzé selvatici seduti in circolo, come vecchi amici, con al centro un maxi 'African breadfruit' in condivisione. Ora, i test delle urine confermano: consumano alcol. Grazie ai coraggiosi sforzi di uno studente laureato dell'University of California Berkeley, Aleksey Maro, è stato possibile scrivere una nuova pagina, che colma un gap cruciale nell'ipotesi della 'scimmia ubriaca' formulata dagli scienziati: l'idea cioè che gli scimpanzé e probabilmente molti altri animali ingeriscano naturalmente alcol nella loro dieta e addirittura lo cerchino. Maro oggi probabilmente sa molto più di quanto vorrebbe sapere sulle abitudini urinarie degli scimpanzé. Ma se si vuole misurare il loro consumo di alcol, in un ambiente come la foresta pluviale ugandese, e in una situazione in cui per ovvie ragioni l'etilometro è impraticabile, raccogliere campioni di urine per analizzarli era l'unica soluzione. L'impresa è stata ripagata. A conferma della teoria, infatti, su 20 campioni esaminati è emerso che 17 contenevano sottoprodotti alcolici provenienti, si pensa, proprio dalla frutta fermentata che fa ampiamente parte della dieta degli scimpanzé. I nuovi risultati ottenuti da Maro e da Robert Dudley, professore di Biologia integrata all'UC Berkeley, saranno pubblicati la prossima settimana sulla rivista 'Biology Letters'. Gli autori l'anno scorso avevano documentato che i frutti consumati in natura dagli scimpanzé contengono abbastanza alcol da fermentazione da fornirne circa 14 grammi al giorno, l'equivalente di 2 drink standard. Ora portano la prova regina, che è nelle urine. Per perfezionare le tecniche di campionamento, Maro ha lavorato al fianco di Sharifah Namaganda, studentessa laureata ugandese dell'University of Michigan con esperienza in questa tipologia di raccolta, maturata in precedenti progetti a Ngogo. Sotto la sua guida, Maro ha raccolto dei rami biforcuti e ne ha coperto le estremità con sacchetti di plastica, creando ciotole di plastica poco profonde adatte per il campionamento furtivo delle urine, con manici più lunghi utili per restare lontani. Maro si è fermato sotto gli alberi con gli scimpanzé che si nutrivano, in attesa di segni di movimento: loro infatti tendono a urinare prima di lasciare il luogo del pasto. Il raccoglitore improvvisato ha funzionato, anche se si è rivelato un metodo più affidabile la raccolta del campione dalle foglie sotto gli alberi. E il prelievo è avvenuto anche da pozze sul suolo della foresta (quando gli scimpanzé sono in giro, infatti, amano sedersi a cavalcioni su piccoli tronchi e, sorprendentemente, espletano i loro bisogni in modalità separata, urina da un lato e feci dall'altro). Maro ha pure pensato di piantare dei paletti sugli alberi dove dormono, dato che, esattamente come gli umani, al risveglio gli scimpanzé usano la 'toilette'. Trovata che terrà buona per la prossima volta. Intanto, però, il viaggio di 11 giorni ad agosto a Ngogo, nel Parco Nazionale di Kibale in Uganda, è stato fruttuoso e ha prodotto campioni a sufficienza. Nel dettaglio, i nuovi risultati mostrano che l'urina della maggior parte degli esemplari campionati contiene il sottoprodotto metabolico dell'alcol chiamato etilglucuronide, il che dimostra che gli scimpanzé ingeriscono quantità significative di etanolo nella loro dieta, probabilmente proveniente dalla fermentazione della frutta. "Abbiamo trovato prove fisiologiche diffuse del consumo di alcol", evidenzia Maro. "Se c'era ancora qualche dubbio sull'ipotesi della scimmia ubriaca - ovvero che ci fosse abbastanza alcol nell'ambiente perché gli animali lo sperimentassero in modo analogo agli esseri umani - ora è stato chiarito". Una conseguenza è che, in qualità di discendenti delle scimmie frugivore, gli esseri umani hanno probabilmente sviluppato la stessa tendenza. L'esito dei test "corrobora" i dati raccolti precedentemente, confermando "i tassi di ingestione dedotti da Aleksey in precedenza", spiega Dudley. Per il precedente articolo, Maro aveva raccolto campioni dei numerosi tipi di frutta che gli scimpanzé sono noti mangiare e aveva misurato la concentrazione di etanolo nella polpa stimando la quantità di alcol che uno scimpanzé medio consumerebbe in base ai tassi di alimentazione noti. I 20 campioni di urina sono stati ottenuti da 19 diversi esemplari di scimpanzé occidentale (Pan troglodytes). E 17 sono risultati positivi alle strisce reattive sensibili a 300 nanogrammi per millilitro (ng/ml) o più di etanolo; 11 campioni sono stati testati con strisce reattive sensibili a 500 ng/ml o più; 10 sono risultati positivi (per un totale di 4 su 20 al di sotto del limite di 500 ng/ml). Basti pensare che negli esseri umani 500 ng/ml è un livello atteso dopo aver bevuto da 1 a 2 drink standard nelle 24 ore precedenti, calcolano gli esperti. Livelli simili sarebbero attesi in uno scimpanzé che ha trascorso la mattinata a ingurgitare frutta leggermente fermentata. "Sono livelli elevati e questa è una stima prudente - puntualizza Dudley - considerando l'andamento temporale dell'esposizione nell'arco della giornata. In nanogrammi per millilitro, questi livelli superano di gran lunga alcune delle soglie rilevanti a livello clinico e forense per l'uomo". Maro ha raccolto campioni solo da scimpanzé che è riuscito a identificare con l'aiuto dello staff di Ngogo. Questo ha permesso di documentare che sia i maschi che le femmine consumano alcol, e che i risultati negativi provenivano in modo sproporzionato da femmine nella fase fertile del ciclo e da giovani. Una possibilità, ragiona Dudley, è che i maschi facciano scorta dei frutti più alcolici. Maro ha anche analizzato il contenuto alcolico della mela stella e ha rilevato che conteneva meno alcol rispetto alla media di molte varietà di frutta già campionate a Ngogo nel 2019 e contenenti in media lo 0,32% in peso di etanolo. Le mele stella, che hanno circa il 20% di zucchero, contenevano solo lo 0,09% in peso di etanolo. Ma, riflettono gli esperti, gli scimpanzé potrebbero aver mangiato frutta più matura e fermentata sugli alberi, rispetto a quella che Maro è riuscito a raccogliere a terra. E i livelli relativamente alti di etilglucuronide nelle loro urine suggerirebbero che gli scimpanzé stessero mangiando chili di quella 'leccornia'. Si stimano circa 4,5 kg di frutta al giorno. Dudley e Maro sollecitano ora studi futuri per valutare gli effetti dell'etanolo alimentare sulla fisiologia e sul comportamento degli scimpanzé nel tempo, compreso se il consumo di frutta fermentata influenzi l'aggressività o i tempi di fertilità femminile. "A quanto pare, cibo e alcol sono strettamente collegati dal punto di vista evolutivo, soprattutto nella vita degli scimpanzé", conclude Maro. "Tutto torna al lato umano: ci siamo evoluti predisposti al consumo di alcol, sulla base di questa discendenza ancestrale?". I test a cui sono stati sottoposti gli scimpanzé, simili a un test di gravidanza, sono gli stessi utilizzati per testare gli umani impegnati in attività come pilotare aerei o azionare attrezzature pericolose, che richiedono l'astinenza dall'alcol. Il nuovo studio dimostra il valore della ricerca sul campo, conclude Dudley, che ha convinto un collega ad applicare il metodo anche in Madagascar per testare i pipistrelli della frutta (ghiotti di frutta in gran parte probabilmente fermentata). L'ipotesi è, ovviamente, che il test sarà positivo. "La domanda è quanto", chiosa Dudley convinto che il fenomeno del consumo alcolico sia diffuso. "Resta da dimostrare il collegamento definitivo con l'ipotesi della scimmia ubriaca: cioè che gli scimpanzé consumino selettivamente frutti con un contenuto di etanolo più elevato. Questo non è stato ancora dimostrato". E "sarebbe la prossima direzione futura: dimostrare definitivamente l'ipotesi universale dell'attrazione per l'alcol" nel mondo animale.
(Adnkronos) - "E' una bella botta per gli obiettivi che si poneva il Presidente e sicuramente l'agenda economica proposta dall'Amministrazione viene sconvolta perché le tariffe erano state utilizzate chiaramente in violazione dalle norme Costituzionali e quindi invocando uno stato di emergenza, ma di fatto servivano a degli obiettivi economici e politici di altro genere. Quindi vedremo adesso dei cambiamenti forti". Così, conversando con Adnkronos/Labitalia, l'economista Pietro Reichlin, sui possibili effetti della decisione della Corte Suprema che ha stabilito che il presidente Usa, Donald Trump ha violato la legge federale imponendo in modo unilaterale dazi globali. Per Reichlin, professore di Economia alla Luiss 'Guido Carli', innanzitutto "c'è da tenere d'occhio l'andamento del dollaro, probabilmente mi aspetto che ci sarà una discesa. Però immagino anche comunque con una situazione di turbolenza relativa sul mercato dei cambi. Poi vedremo". La decisione della Corte Suprema è arrivata quasi in contemporanea con l'annuncio della visita di Trump in Cina, in programma dal 31 marzo al 2 aprile prossimi. "Trump puntava ad andare in Cina -spiega Reichlin- evidentemente con ben altre aspettative. In questo momento credo che dovranno riflettere, l'Amministrazione dovrà riflettere su quello che dovranno fare con la Cina. Certamente la Cina è uno dei Paesi che aveva reagito in modo più duro all'aumento minacciato delle tariffe e questa resistenza della Cina ha poi prodotto il risultato che quelle tariffe si erano state già abbassate in maniera abbastanza forte. Però comunque l'uso delle tariffe da parte di Trump è parte della sua politica in questo momento. Se questo strumento è svuotato è chiaro che tutta la politica di Trump nei confronti dei partner commerciali dovrà un po' essere rivista", sottolinea l'economista. Ma per lo studioso ora la situazione è aperta a diversi scenari. "Adesso io non so prevedere che cosa succederà. Ma certamente il Presidente potrebbe utilizzare altri strumenti. Ovviamente forse nei confronti della Cina possono essere utilizzati degli strumenti commerciali che sono stati già utilizzati nel passato anche da Biden. Ma io penso che la conseguenza principale di questa decisione della Corte Suprema, piuttosto che con la Cina, sarà riguardo al Canada e tutti i Paesi partner commerciali con cui il governo non può invocare delle motivazioni che hanno a che fare con la sicurezza nazionale", conclude. (di Fabio Paluccio)
(Adnkronos) - "Nonostante le rassicurazioni sulla tutela della produzione di energia da biomasse solide espresse pubblicamente dal governo nelle scorse settimane, la nuova bozza del dl Energia/Bollette prospetta uno scenario ancora critico per l’industria del settore". Così l’Associazione Energia da Biomasse Solide (Ebs) esprime la sua preoccupazione rispetto alla misure previste nella nuova bozza di dl circolata in queste ore “Eravamo fiduciosi, dopo l’impegno preso dal governo, riguardo a un ripensamento sostanziale rispetto alle misure che impattano in modo pesante sul settore delle bioenergie con filiera italiana - dice il presidente di Ebs Andrea Bigai - Il nostro settore è pronto a un confronto tecnico con il decisore politico-istituzionale che non può prescindere dalla condivisione da parte di tutti gli attori, istituzionali e del comparto, della valutazione complessiva dei numeri del settore, e da conseguenti analisi accurate, approfondite, consapevoli su tutti i potenziali effetti del decreto”. "Le bozze di provvedimento circolate - ricostruisce Ebs - prevedono un consistente intervento di riduzione dei Prezzi Minimi Garantiti (Pmg), istituiti ai sensi dell’art. 24, comma 8, del d.lgs. 28/2011 per coprire i costi minimi di esercizio degli impianti. Un meccanismo che esclude già la sovracompensazione". “Riteniamo illogico e inutilmente rischioso rivedere in modo affrettato, per decreto e senza il doveroso confronto il meccanismo varato nel 2024, introducendo una riduzione degli incentivi. Il rischio è compromettere in tempi brevissimi uno dei pilastri più affidabili della generazione rinnovabile nazionale e minare più in generale la fiducia di ogni tipologia di investitori in ambito energetico, sia presente che futura”, dice Bigai. Inoltre, da un punto di vista economico, rileva il presidente di Ebs, "colpire un indotto così consistente significa rinunciare a un importante gettito fiscale, mettere a rischio il lavoro di aziende anche di piccole dimensioni impiegate nella filiera - spesso in zone a rischio abbandono - e accollarsi l’onere di smaltire sottoprodotti delle attività forestali, agricole, agroindustriali. Vuol dire rinunciare a consolidare una virtuosa pratica di valorizzazione energetica di residui poveri in un contesto di impiego a cascata e di economia circolare”. “Il dl Bollette è un passaggio cruciale per il futuro energetico del Paese. Colpire le rinnovabili programmabili e con esse la filiera nazionale sarebbe un errore strategico. Le biomasse solide sono parte della soluzione, non del problema: sono un elemento essenziale del mix energetico, capace di coniugare competitività economica, occupazione, sostenibilità ambientale e sicurezza del sistema elettrico. L’Italia ha bisogno di stabilità regolatoria per evitare disimpegno e incertezza negli investimenti nelle rinnovabili, rischi inconciliabili con gli impegni europei”, conclude.