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(Adnkronos) - E' morto oggi, lunedì 2 marzo, nel carcere di Opera a Milano, il boss mafioso catanese Nitto Santapaola. Aveva 87 anni ed era detenuto al 41 bis. Santapaola, considerato uno dei boss più sanguinari di Cosa nostra, venne arrestato all'alba del 18 maggio 1993 in un casolare a Mazzarrone, nel catanese, dopo 11 anni di latitanza. La Procura di Milano, come apprende l'Adnkronos, ha disposto l'autopsia. Era il 19 aprile del 1995, quando il boss mafioso Nitto Santapaola, si presentò nell'aula bunker del carcere Malaspina di Caltanissetta, per la prima udienza del processo per la strage di Capaci, in cui morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, i tre agenti di scorta Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani. Ma la prima udienza fu subito rinviata per la mancata nomina dei giudici supplenti della Corte d’assise. Erano 41 gli imputati, capi e gregari di Cosa nostra accusati di avere assassinato, il 23 maggio del '92, il giudice Giovanni Falcone con la moglie e la scorta. Ma il processo sarà "solo l' inizio della ricerca di una verità che non può fermarsi al livello militare dell'organizzazione del delitto", aveva detto Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso, secondo la quale bisogna andare "oltre" e scoprire i "mandanti occulti". Per la seconda udienza del processo, la prima in cui si è entrati nella fase procedurale, si sono presentati tra gli altri proprio il boss catanese Nitto Santapaola, i fratelli Graviano, e i boss Ganci - capimafia della Noce, il quartiere dove Totò Riina si è nascosto per anni. In due anni e tre mesi di indagini, la procura di Caltanissetta li ha chiamati alla sbarra insieme a tutti i presunti responsabili di quella strage, ritenuti componenti di Cosa Nostra. La procura ha raccolto deposizioni di 49 pentiti, tra cui tre esecutori materiali dell'attentato. Ha ricostruito in un poligono militare, e ripreso con una telecamera, ogni momento di quel 23 maggio 1992 lungo l'autostrada di Capaci per proiettarlo prossimamente in un maxischermo nell'aula bunker. Ha chiamato a deporre 700 persone. Ha, infine, messo le basi per la ricerca di altri responsabili esterni a Cosa Nostra, esponenti di segmenti deviati delle istituzioni. Una pista ancora tutta da seguire e su cui sollecitano approfondimenti i familiari delle vittime. Nel 1997 Santapaola venne condannato all'ergastolo in primo grado come mandante della strage di Capaci in quanto membro della 'Cupola regionale' di Cosa nostra. A inchiodarlo, le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Leonardo Messina, Maurizio Avola, Giuseppe Pulvirenti e Filippo Malvagna i quali affermavano che il boss catanese avrebbe partecipato nel settembre-ottobre 1991 a delle riunioni di vertice nelle campagne di Enna in cui venne deciso l'attentato e i giudici posero a fondamento della condanna anche il fatto che l'artificiere della strage Pietro Rampulla, residente nella provincia di Catania, poté essere "usato" dagli attentatori solo con il preventivo permesso di Santapaola, capo mafioso di quella provincia, nel pieno rispetto delle regole di Cosa nostra. Il 19 luglio 1992 venne ucciso il giudice Paolo Borsellino, con un’autobomba che massacrò anche gli agenti della scorta Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli e Agostino Catalano. Santapaola fu tra gli imputati nel terzo processo per la strage di via d'Amelio (denominato "Borsellino ter") sempre in qualità di mandante. Il 9 luglio 2003 lo stralcio del Borsellino ter e parte del procedimento per la strage di Capaci, entrambi rinviati dalla Cassazione alla Corte d'assise d'appello di Catania, vennero riuniti in un unico processo e nel 2006 Santapaola venne condannato all'ergastolo per entrambe le stragi, sentenza divenuta definitiva nel 2008. Ma il boss sanguinario Santapaola era stato condannato anche per altri efferati omicidi, come quello del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Nel 1984 Tommaso Buscetta rivelò al giudice Giovanni Falcone che gli uomini di Santapaola parteciparono al delitto del generale “per ricambiare il favore dell’omicidio di Alfio Ferlito”. Al Maxiprocesso di Palermo Santapaola venne condannato in primo grado all’ergastolo, come mandante dell’omicidio. Insieme agli altri membri della Cupola mafiosa. Ma venne assolto in tutti gli altri gradi di giudizio per non avere commesso il fatto. (di Elvira Terranova)
(Adnkronos) - "Mentre in commissione Giustizia alla Camera emendamenti di carattere corporativo e lesivi della concorrenza vogliono cancellare, dalla legge delega di riforma della professione di commercialista, la giusta tutela delle attività svolte dai professionisti associativi ai sensi della Legge 4/2013, ed i vertici dei commercialisti interpretano sentenze di Cassazione e della Corte Costituzionale pro domo sua e non in modo oggettivo ed ovviamente ignorando la vera sentenza, questa si storica, della Corte Costituzionale n. 418/96 che ha ben definito il concetto di libertà di esercizio del lavoro autonomo professionale, i tributaristi dell’Istituto nazionale tributaristi (Int) hanno partecipato alla consultazione promossa dalla Commissione Ue sulla trasferibilità delle competenze per tutelare la concorrenza e il diritto al lavoro professionale". E' quanto si legge in una nota dell'Istituto nazionale tributaristi. "Si chiude infatti oggi, 27 febbraio 2026, la consultazione pubblica -continua la nota- sulla trasferibilità delle competenze al fine di agevolare la mobilità dei lavoratori nell'Ue, grazie alla trasparenza delle competenze e alla digitalizzazione, consultazione promossa dalla Commissione Europea nel dicembre scorso e segnalata sul sito del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) definendola un’iniziativa strategica per rendere più trasparente il riconoscimento delle competenze anche nelle professioni non regolamentate, in ordini o collegi ai sensi della Legge 4/2013". L'Istituto nazionale tributaristi (Int) ha partecipato, prima rispondendo all'apposito questionario, poi con un intervento specifico sulle professioni ex lege 4/2013. L'Int è intervenuto con il suo presidente, Riccardo Alemanno, che ha così esposto: "In merito alla trasferibilità delle competenze e all’agevolazione della mobilità dei lavoratori nell'UE grazie alla trasparenza delle competenze e alla digitalizzazione evidenziamo, al di là di una necessaria omogeneità delle regole e dei modelli adottati nei vari Paesi Ue, che in ambito Ue esistono professioni regolamentate e professioni non regolamentate, anche nell’ambito di uno stesso settore, e che, come già indicato dalla Corte dei Conti europea, l'eccesso di regolamentazione costituisce un evidente ostacolo allo stabilimento di un professionista all'interno dei Paesi Ue". "Occorrono pertanto -ha continuato- nuovi strumenti per attestare le certificazioni e per individuare le competenze, ciò al fine di modernizzare i sistemi organizzativi e di riconoscimento esistenti nei Paesi UE, che spesso producono effetti negativi sulla possibilità di stabilimento. in Italia la legge 4/2013 (professioni non organizzate in ordini o collegi) ha introdotto l'utilizzo in ambito professionale di due tipologie di attestazioni delle competenze, si tratta dell'attestato di qualità e di qualificazione professionale dei servizi prestati rilasciato dall'Associazione professionale di appartenenza e/o della certificazione ai sensi delle norme Uni (Ente italiano di normazione), a titolo esemplificativo la norma Uni 11511/2020 che definisce i requisiti relativi all'attività professionale del tributarista esercente attività professionale ai sensi della legge 4/2013", ha spiegato. "Tali certificazioni, rilasciate entrambe previa autorizzazione pubblica dei Ministeri competenti, devono essere adottate ai fini del riconoscimento delle competenze professionali all'interno dei Paesi Ue. Questa tipologia di certificazione, se adottata in modo uniforme dai Paesi Ue, garantire un più rapido ed efficace controllo, chiaro e trasparente, delle qualifiche e delle competenze che renderebbe più agevole lo stabilimento, nei vari Stati dell’Unione, dei professionisti", ha concluso.
(Adnkronos) - “Viviamo un’epoca di grandissime accelerazioni, in cui trend globali, digitalizzazione e tensioni geopolitiche si innestano in uno scenario competitivo e normativo caratterizzato da continue transizioni”. Lo ha dichiarato Gianluca Bufo, ceo e direttore generale del Gruppo Iren, a margine della conferenza “Umanizzare il trilemma dell’energia” in Senato, organizzata da Oliver Wyman e Wec Italia. “In questo contesto – ha spiegato – programmare, pianificare e dibattere i giusti investimenti per il Paese è fondamentale per guidare queste trasformazioni” Iren, ha sottolineato Bufo, è impegnata “su tutti i fronti della transizione energetica: dallo sviluppo delle rinnovabili alla flessibilità necessaria per accompagnare la decarbonizzazione delle infrastrutture”. Un percorso che deve riguardare non solo la produzione ma anche le reti e i sistemi di accumulo, in un quadro in cui “la domanda a valle è in continua evoluzione”. Un capitolo centrale è quello dei data center: “Stimiamo che anche in Italia possa verificarsi quanto già accaduto negli Stati Uniti, con un forte aumento della domanda di energia elettrica”. Da qui la necessità di investimenti nelle reti e nella decarbonizzazione, insieme all’impiego delle tecnologie più avanzate come l’intelligenza artificiale, “che garantiscono ulteriore flessibilità e slancio”. Di fronte ai breakthrough tecnologici, ha osservato, “gli scenari possono divaricarsi tra fortissime spinte immediate e sviluppi più graduali nel tempo: vedremo quale sarà il percorso, ma il nostro ruolo lo faremo”.