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(Adnkronos) - Nelle ultime 48 ore la crisi tra Stati Uniti e Iran ha cambiato passo. Non solo per come sono andati i negoziati indiretti a Ginevra, ma per tre segnali convergenti: la riunione ad alto livello alla Casa Bianca (con Donald Trump), l’accelerazione del dispositivo militare americano nella regione e la dimostrazione di forza iraniana nello Stretto di Hormuz. Il risultato è che l’ipotesi di uno strike “a breve” non è più solo retorica, ma una delle opzioni operative sul tavolo. Le informazioni più solide, al momento, descrivono una Casa Bianca che valuta opzioni militari mentre mantiene aperta la pista diplomatica. Da un lato, l’amministrazione attende un “proposta scritta” iraniana dopo i colloqui di Ginevra e parla di progressi limitati e “gaps” ancora ampi. Dall’altro, ha chiesto che il dispositivo militare sia pienamente schierato entro una finestra temporale ravvicinata, aumentando la credibilità della minaccia. Ci sono almeno quattro fattori che spingono verso un punto di rottura. Linee rosse incompatibili: Washington insiste su obiettivi molto ambiziosi, tra cui la cancellazione del programma nucleare iraniano e lo stop ai missili balistici. Teheran, pubblicamente e sostanzialmente, rivendica il diritto all’arricchimento e considera il programma missilistico parte integrante della deterrenza nazionale. Quando le linee rosse non si intersecano, la diplomazia tende a trasformarsi in un “gioco a tempo”: o una parte cede, o la crisi scala. La pressione militare come leva negoziale: Il rafforzamento del dispositivo Usa non è solo una misura difensiva. È un modo per rendere credibile l’alternativa: “deal o attacco”. Nella pratica, però, ogni ulteriore asset schierato aumenta anche il rischio di incidente e di escalation non pianificata (errori di calcolo, incidenti navali, attacchi di proxy che costringono a rispondere). Hormuz come segnale di deterrenza iraniano: Le esercitazioni e le chiusure temporanee di aree dello Stretto da parte dell’Iran hanno una funzione politica: ricordare che gli ayatollah possono alzare il costo sistemico della crisi. Anche senza “chiudere” Hormuz, Teheran può aumentare rischio percepito, premi assicurativi, e nervosismo sui mercati. Il fattore Israele e la dimensione regionale: Netanyahu spinge su obiettivi più ambiziosi (missili, infrastrutture, rete di proxy). Una convergenza totale con Washington non è scontata, ma l’allineamento strategico resta un moltiplicatore di pressione su Teheran e un acceleratore di opzioni militari. Strike limitato su infrastrutture nucleari: È l’opzione “chirurgica” in teoria: colpire siti e capacità, evitare un conflitto prolungato, ridurre l’esposizione politica interna. I problemi non mancano: come abbiamo visto nella ‘guerra dei 12 giorni’ dello scorso giugno, non è semplice colpire le centrali (tra tutte, quelle di Natanz, Fordow e Isfahan), costruite sottoterra o sotto le montagne, e tuttora non è chiaro quanti danni abbiano fatto le famigerate bombe ‘bunker buster’ che solo gli Stati Uniti hanno a disposizione. Ci sono ‘ridondanze’, cioè sistemi duplicati, siti secondari, procedure per il ripristino rapido. E poi attività e materiali sono distribuiti su più siti: l’estate scorsa le foto satellitari mostravano i mezzi che trasportavano materiale, forse uranio arricchito, dai siti principali ad altri luoghi di stoccaggio. Campagna aerea più ampia, anche su difese e missili: È l’opzione “coercitiva”: degradare difesa aerea, missili, droni, command-and-control, per ridurre la capacità di ritorsione e aumentare la pressione sul regime. È anche quella che più facilmente può impiegare settimane e non giorni, e che alza drasticamente il rischio di risposta su basi Usa e alleati nel Golfo. Decapitazione e destabilizzazione del regime: È lo scenario più rischioso e, storicamente, quello con la più alta probabilità di effetti non intenzionali: frammentazione del comando, escalation incontrollata, collasso di sicurezza interna, spinta a chiudere Hormuz o colpire infrastrutture energetiche regionali. È anche quello che può trasformare una crisi in un conflitto regionale a pieno spettro. La dottrina iraniana, letta dagli analisti, non punta a una risposta simmetrica. Punta a moltiplicare i fronti. - Teheran può compiere una risposta diretta, con missili e droni su basi e asset regionali. Tra gli obiettivi non c’è solo Israele, come negli anni scorsi, ma l’architettura militare americana nella regione, incluse basi, radar, logistica, e asset navali. Questo è uno dei motivi per cui gli Stati del Golfo temono la spirale. - Poi ci sono i proxy e il cosiddetto “asse della resistenza”, che è stato molto indebolito da Israele ma che può contare su soggetti attivi in Iraq, Libano, Siria, Yemen. Ciascuno di questi ha a disposizione armi e distribuzione territoriale in grado di destabilizzare tutta l’area. - Hormuz, lo stretto da cui passa il 20-25% del greggio mondiale, che non deve neanche essere bloccato: bastano episodi di disturbo e attacchi mirati per alterare traffico e prezzi globali dell’energia. - Cyber e infrastrutture critiche: energia, finanza, logistica. Attacchi difficili da attribuire e dunque da “contenere”. Qui entra la variabile che, in Europa, spesso viene raccontata poco: la vulnerabilità infrastrutturale delle monarchie del Golfo, di cui ha parlato la professoressa Farian Sabahi nella sua lezione alla John Cabot University. Uno strike americano e una risposta iraniana non colpirebbero solo “obiettivi militari”. Possono mettere sotto pressione sistemi civili essenziali. Qatar ed Emirati, per struttura urbana, dipendono in modo critico da: elettricità continua, climatizzazione, e soprattutto desalinizzazione. Un attacco significativo alle centrali elettriche o alle reti di distribuzione non impatta solo i condizionatori o gli ascensori dei grattacieli: impatta la produzione e distribuzione di acqua potabile. È un moltiplicatore politico enorme, ed è uno dei motivi per cui molti attori del Golfo spingono, dietro le quinte, per evitare un salto di soglia. Alcuni analisti sostengono che le tensioni dell’ultimo anno abbiano creato una sorta di abitudine del mercato a “scontare” crisi geopolitiche, come gli attacchi degli Houthi ai mercantili, senza grandi shock di prezzo: domanda moderata, produzione Usa alta, reazioni finora contenute anche a eventi gravi. Ma questa ipotesi ha un limite chiaro: Hormuz e l’Iran non sono “una crisi qualunque”. Se l’escalation tocca davvero flussi, commercio e assicurazioni in modo prolungato, questa capacità di assorbire le tensioni può rompersi. Per la Casa Bianca, questo punto è politicamente sensibile: un’impennata dei prezzi alla pompa è uno dei pochi meccanismi con effetto immediato sull’opinione pubblica, soprattutto nell’anno delle elezioni di metà mandato. L’appello del premier polacco Donald Tusk a lasciare l’Iran “immediatamente” è un segnale da trattare con cautela, ma è un indicatore che alcune capitali europee valutano un peggioramento rapido delle condizioni di sicurezza e una possibile restrizione delle vie di uscita. In genere, questi messaggi arrivano quando le intelligence percepiscono un aumento della probabilità di escalation nel brevissimo periodo. In parallelo, esiste una finestra diplomatica dichiarata: l’attesa della proposta iraniana e il rinvio a ulteriori tavoli negoziali. Ma proprio questa finestra è la più instabile: è il momento in cui, se la proposta viene giudicata insufficiente, l’opzione militare diventa più vendibile politicamente. Come ha spiegato Mike Pompeo nel suo intervento all’Ispi, Donald Trump sta negoziando con l’Iran anche per mostrare la buona fede della sua amministrazione, e poter dire “noi ci abbiamo provato” in caso di attacco. Una proposta anche parziale ma “negoziabile” può invece creare spazio per un congelamento temporaneo e un compromesso tecnico, anche senza un accordo finale. De-escalation tattica: proposta iraniana, prosecuzione dei colloqui e mantenimento della pressione militare senza attacco, almeno nel breve termine. Attacco limitato e risposta contenuta: attacco su obiettivi selezionati, ritorsioni calibrate via proxy e/o cyber, tensione alta ma non guerra regionale piena. Escalation regionale: attacco più ampio o percepito come tentativo di arrivare a un “regime change”, risposta multi-dominio dell’Iran, stretto di Hormuz usato come leva e rischio di coinvolgimento diretto di più Paesi.
(Adnkronos) - Degustazioni libere e illimitate, laboratori di approfondimento su diversi aspetti dell’universo enologico, dai dealcolati al metodo spumantistico, e workshop gastronomici. Al Salone delle Fontane di Roma, dal 20 al 22 febbraio, si accendono i riflettori su 'I Migliori Vini Italiani di Luca Maroni', che torna con la 25ma edizione. La kermesse dedicata alla migliore produzione vinicola del nostro Paese sarà, inoltre, come ogni anno, l’occasione di tirare le fila degli ultimi 12 mesi, fotografando in maniera puntuale lo stato del vino in Italia: “Mai stato così alto lo standard qualitativo di tutte le denominazioni e tipologie di vino italiano, in particolare quello dei vini più economici e ad alta tiratura. Quanto a rapporto qualità/prezzo e qualità/quantità, il vino italiano compete ai massimi livelli nel mondo”, spiega Luca Maroni, analista sensoriale di fama internazionale e autore di numerose pubblicazioni. Questo perché, come specifica lo stesso Maroni nella prefazione dell’'Annuario dei Migliori Vini Italiani 2026', mentre le etichette più blasonate hanno raggiunto prezzi da capogiro, gli appassionati di buon vino, grazie al 'Rinascimento Enologico Italiano' iniziato negli anni ‘80, possono acquistare oggi bottiglie di eccezionale qualità analitica e sensoriale, a prezzi molto competitivi. L’Italia viticola d’eccellenza attrae come pochi altri paesi per la sua ricchezza, biodiversità e tradizione ma, per mostrare anche cosa accade nel resto del mondo, avrà luogo a cura di Luca Maroni un laboratorio di approfondimento sui vini sudamericani durante il quale i visitatori avranno modo di scoprirli seguendo un racconto al tempo stesso tecnico e comprensibile. Un ulteriore laboratorio sui diversi metodi spumantistici arricchirà la kermesse, con degustazione di alcune etichette di pregio. Saranno presenti le migliori produzioni di centinaia di aziende, provenienti da ogni angolo dell’Italia, selezionate per il loro lavoro attento e rispettoso del frutto uva che si ritrova nella sua integrità all’interno del bicchiere. Inoltre, come sempre, la manifestazione sarà animata anche da focus - a cura di Francesca Romana Maroni, Ceo di Sens Eventi - su alcuni prodotti gastronomici in degustazione che esprimono appieno le tradizioni più autentiche del nostro territorio. Tra questi ci saranno il pecorino romano e il pane, di cui l’Italia è ricca di tipologie e varietà; il guanciale ma anche il salame (corallina e Aquila) e la spianata: tutti prodotti da piccole aziende che, con il loro lavoro e la loro dedizione artigiana, portano alta la bandiera della gastronomia d’eccellenza italiana.
(Adnkronos) - In occasione della XXII Giornata Nazionale del Risparmio Energetico e degli Stili di Vita Sostenibili, Barilla rinnova la propria adesione a 'M’Illumino di Meno', l’iniziativa simbolo dell’impegno condiviso per un uso più consapevole dell’energia. Anche quest’anno - spiega l'azienda in una nota - il Gruppo spegnerà le luci della sede di Pedrignano (PR), a testimonianza di un’attenzione concreta verso l’efficienza energetica e la riduzione dell’impatto ambientale. Un gesto simbolico che riflette un impegno strutturale e di lungo periodo. Per Barilla, infatti, la sostenibilità energetica rappresenta una leva strategica del proprio modello industriale. Guardando al futuro, il Gruppo ha fissato un obiettivo chiaro: raggiungere entro il 2030 una potenza installata di 24 MW per l’auto-produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, contribuendo in modo significativo alla transizione energetica e al rafforzamento della resilienza industriale. Per rendere concreta questa visione, nel 2024 Barilla ha avviato l’Energy&Water Plan, un piano dedicato agli stabilimenti produttivi che prevede 168 milioni di euro di investimenti cumulati entro il 2030. Il piano è focalizzato su tre ambiti principali: efficientamento energetico dei processi industriali, gestione più sostenibile delle risorse idriche e sviluppo di impianti di autoproduzione di energia da fonti rinnovabili. Presente in oltre 100 Paesi con 30 siti produttivi nel mondo, Barilla considera l’uso sostenibile delle risorse energetiche una priorità strategica, promuovendo una cultura diffusa dell’efficienza energetica integrata nei processi industriali e nelle scelte di investimento. Per garantire un miglioramento continuo delle prestazioni energetiche, il Gruppo ha adottato il Sistema di Gestione dell’Energia conforme alla norma UNI EN ISO 50001, oggi diffuso in 25 stabilimenti certificati, comprendenti tutti i siti produttivi europei. Nel 2024 hanno inoltre completato il percorso di prima certificazione lo stabilimento di Muggia (Trieste), l’Head Quarter della Francia a Parigi e gli uffici di Châteauroux. Il pastificio di Parma è soggetto all’Emissions Trading Scheme (Ets), con consumi ed emissioni di CO2 verificati e certificati da enti terzi. Questo approccio strutturato si traduce nel progetto Esp - Energy Saving Program, attivo dal 2004, che favorisce la condivisione delle migliori soluzioni tecnologiche e gestionali per l’ottimizzazione delle performance energetiche. Parallelamente, Barilla ha incrementato l’utilizzo di energia elettrica da fonti rinnovabili, grazie alle Garanzie di Origine (GO), coprendo interamente numerosi marchi del Gruppo. Nel 2024 il Gruppo ha investito circa 10,5 milioni di euro in interventi legati all’energia, tra efficientamento, revamping degli impianti di trigenerazione e nuove installazioni per l’autoproduzione da fonti rinnovabili. Nei pastifici italiani sono attivi impianti di trigenerazione ad alto rendimento, che migliorano l’efficienza complessiva e riducono l’impiego di combustibili fossili. A supporto di queste azioni, Barilla continua a investire nella formazione delle persone, diffondendo pratiche operative orientate alla riduzione dei consumi energetici. Negli ultimi due anni, poi, il Gruppo ha triplicato la potenza installata di impianti fotovoltaici per l’autoproduzione di energia elettrica rinnovabile nei propri siti produttivi italiani e prevede di triplicarla nuovamente entro il 2026, raggiungendo quasi 9 MWp di potenza installata. Oggi tutte le fornerie italiane Barilla utilizzano il 100% di energia elettrica da fonte rinnovabile, acquistata con Garanzie di Origine o autoprodotta. Un impegno che coinvolge in particolare Mulino Bianco, che da oltre cinque anni utilizza esclusivamente energia idroelettrica prodotta dall’impianto alimentato dal Lago di Resia, come indicato dal logo dedicato sulle confezioni. Tra gli esempi più significativi, lo stabilimento di produzione sughi di Rubbiano (PR): l’impianto fotovoltaico installato nel 2024 consente, nel periodo estivo caratterizzato dal picco produttivo dei Pesti al basilico, di coprire il fabbisogno energetico di circa un giorno di produzione a settimana grazie all’energia rinnovabile autoprodotta.