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(Adnkronos) - La guerra in corso tra Iran, Israele e Stati Uniti sta riportando al centro del dibattito strategico uno dei temi più delicati per le forze armate occidentali: la sostenibilità della difesa aerea nell’era dei droni e dei missili a basso costo. Gli attacchi iraniani contro obiettivi nella regione del Golfo hanno mostrato come sistemi relativamente economici possano mettere sotto pressione difese estremamente sofisticate e costose. Allo stesso tempo, la risposta militare occidentale - fondata su sistemi avanzati e sulla superiorità aerea - continua a dimostrare un vantaggio tecnologico significativo. Secondo Mauro Gilli, professore di Strategia e Tecnologia Militare alla Hertie School di Berlino, il rischio è però quello di trarre conclusioni troppo rapide. “In molti stanno sostenendo che dobbiamo abbandonare le piattaforme militari più sofisticate e puntare su sistemi molto più economici", spiega all'Adnkronos. "Ma la questione è più complessa: bisogna capire quale tipo di guerra vogliamo combattere e in quali condizioni siamo più forti”. Professore, che cosa ci sta insegnando il conflitto con l’Iran sulle capacità militari della regione e sulle strategie dei Paesi del Golfo? Non è ancora facile dare una risposta definitiva perché le informazioni disponibili sono incomplete. Direi che ci sono due dimensioni principali. La prima è di natura politica. Sembra che la risposta iraniana a un eventuale attacco israeliano o americano non sia stata pienamente considerata nella sua interezza. Oggi vediamo attacchi che coinvolgono diversi attori regionali e non solo Israele. Secondo alcune ricostruzioni apparse sulla stampa americana, nemmeno la possibile chiusura dello stretto di Hormuz sarebbe stata presa pienamente in considerazione in alcune discussioni interne all’amministrazione americana. Questo è sorprendente, perché molti analisti ritenevano proprio quella una delle risposte più probabili da parte di Teheran. La seconda dimensione è più strettamente militare. I Paesi del Golfo hanno investito moltissimo negli ultimi anni in sistemi avanzati per intercettare missili balistici iraniani. Questo era comprensibile, perché il programma missilistico iraniano era percepito come la minaccia principale. Eppure sembra che alcuni di questi Paesi abbiano sottovalutato un altro sviluppo parallelo: la crescita delle capacità iraniane nel campo dei droni. Perché i droni stanno diventando così centrali nei conflitti contemporanei? Per una ragione molto semplice: il rapporto tra costo e impatto operativo. I droni Shahed iraniani, per esempio, sono relativamente economici e non richiedono tecnologie particolarmente sofisticate per essere prodotti o utilizzati. Questo consente di impiegarli in grandi quantità. Ed è proprio la quantità che crea problemi alla difesa. Dal punto di vista tecnologico questi droni non sono particolarmente difficili da intercettare. Le tecnologie necessarie esistono già e sono ampiamente disponibili nei Paesi occidentali. l problema è farlo in modo sostenibile nel tempo. Se per abbattere un drone relativamente economico si utilizzano missili intercettori molto costosi, si crea uno squilibrio. Ma non è solo un problema di costo economico: è soprattutto un problema industriale. Il costo elevato dei missili intercettori riflette anche la complessità della loro produzione. Se un Paese riesce a produrre cento droni nello stesso tempo in cui l’avversario riesce a produrre dieci intercettori, è evidente che nel lungo periodo la difesa rischia di esaurire le proprie scorte. L’Iran può sostenere questo ritmo di attacchi ancora a lungo? I dati disponibili sono basati su stime. Prima dell’inizio del conflitto si parlava di uno stock iraniano compreso tra circa 2.000 e 2.500 missili balistici. Da un lato l’Iran ha utilizzato parte di queste capacità. Dall’altro lato Israele e Stati Uniti stanno cercando di distruggere non solo i missili ma soprattutto i sistemi di lancio. Questo è un punto molto importante. I missili balistici, a differenza dei droni, richiedono piattaforme specifiche per essere lanciati. Spesso si tratta di sistemi mobili montati su camion con infrastrutture di lancio dedicate. Se questi sistemi vengono distrutti, anche uno stock numeroso di missili diventa molto meno utile. Per questo si può dire che siamo di fronte a una sorta di gara contro il tempo. Non sappiamo se l’Iran stia adottando una strategia graduale - conservando parte delle scorte per il futuro - oppure una strategia più massimalista con attacchi intensivi nelle prime fasi del conflitto. Si è parlato anche del coinvolgimento di Russia e Cina. Che ruolo stanno giocando in questa crisi? Direi che sarebbe sorprendente se Russia e Cina fossero assenti. L’Iran non è formalmente un alleato, ma ha certamente una convergenza strategica con Mosca e Pechino. La Cina, per esempio, acquistava prima dell’inizio del conflitto circa l’80% del petrolio iraniano. Pechino ha un interesse evidente alla stabilità del regime iraniano. Da parte russa c’è poi un’altra considerazione: il coinvolgimento occidentale nella regione. Per Mosca creare difficoltà agli Stati Uniti e ai loro alleati può essere visto come un modo per esercitare pressione indiretta sull’Occidente, anche nel contesto della guerra in Ucraina. È inevitabile quindi che vi siano forme di supporto, per esempio nella condivisione di informazioni o di intelligence. La differenza rispetto al caso ucraino è che Israele e Stati Uniti hanno attualmente la superiorità aerea sull’Iran. Questo rende molto più difficile trasferire nuove tecnologie o equipaggiamenti avanzati nel Paese, come è avvenuto nei mesi e negli anni scorsi. Molti analisti sostengono che questa guerra cambierà completamente il modo in cui gli eserciti occidentali acquistano armamenti. Direi che il dibattito è legittimo, ma bisogna fare attenzione a non trarre conclusioni troppo affrettate. Negli Stati Uniti e in Europa esiste oggi una corrente di pensiero - sostenuta anche da imprenditori della tecnologia e da alcune startup della difesa - secondo cui le piattaforme militari tradizionali sono troppo complesse e troppo costose. Secondo questa visione dovremmo abbandonare sistemi sofisticati e puntare su tecnologie molto più semplici e prodotte in grandi quantità. Io sono un po’ scettico su questa conclusione. Il motivo è semplice: la complessità di alcune piattaforme militari non è casuale. Deriva dal tipo di missioni che devono svolgere. E poi bisogna chiedersi una cosa: se dall'altra parte ci sono Russia e anche Cina, e quest'ultima è in grado di produrre tecnologia in grandi quantità e a un costo più basso rispetto all'Occidente, ha davvero senso puntare tutto sulla quantità rinunciando alla qualità e alla superiorità tecnologica? Può fare un esempio concreto? Prendiamo il caso dell’F-35. È spesso criticato per il suo costo elevato. Ma nel conflitto attuale abbiamo visto come la capacità di Israele e degli Stati Uniti, dotati di caccia di quinta generazione, di ottenere la superiorità aerea rappresenti un vantaggio enorme. La superiorità aerea cambia completamente la natura del conflitto. Un Paese che controlla lo spazio aereo può colpire infrastrutture, logistica e rifornimenti con grande precisione e con rischi relativamente ridotti. La Russia, per esempio, dopo quattro anni di guerra non è riuscita a ottenere una vera superiorità aerea sull’Ucraina. Questo ha contribuito a trasformare il conflitto in una guerra di logoramento e di trincea. Il punto però è anche strategico. La guerra non è un processo lineare in cui si comprano semplicemente le armi più economiche: le scelte sugli investimenti servono anche a costringere l’avversario a combattere nel modo in cui siamo più forti noi. In altre parole, si tratta di creare dilemmi per il nemico e spingerlo a confrontarsi sul terreno che ci è più favorevole. Se, per esempio, i Paesi europei rinunciassero alla capacità di ottenere il controllo dello spazio aereo, il rischio sarebbe quello di trovarsi costretti a combattere in un modo simile a quello che vediamo oggi in Ucraina: una guerra di trincea che richiede molti più soldati sul campo. E la domanda allora diventa: è davvero questo il tipo di conflitto che le società europee vogliono prepararsi a combattere? Sul piano tecnologico quali sono le innovazioni più promettenti per contrastare i droni? Non esiste una soluzione unica. La difesa moderna è sempre più un sistema integrato composto da diversi livelli: sensori, sistemi di tracciamento e strumenti di ingaggio. Gli ucraini hanno sperimentato una soluzione interessante: utilizzare droni difensivi per intercettare quelli offensivi. Se il drone intercettore costa magari il doppio del drone d’attacco ma resta comunque relativamente economico, il sistema rimane sostenibile. Un’altra tecnologia promettente è rappresentata dai laser. I laser hanno il vantaggio di ridurre drasticamente il costo per intercettazione, perché non richiedono l’impiego di munizioni. Se si dispone di una fonte di energia stabile, si può ingaggiare il bersaglio con un fascio continuo. Ma anche in questo caso esistono limiti importanti: condizioni atmosferiche come nebbia o pioggia possono ridurre l’efficacia del sistema e il raggio operativo è relativamente limitato. Per questo è probabile che queste tecnologie diventino componenti di un sistema di difesa integrato piuttosto che sostituire completamente i sistemi esistenti. Passando all’Europa: stiamo davvero assistendo a un cambio di strategia nella difesa? Dipende molto dai Paesi. I Paesi baltici e nordici, per esempio, percepiscono chiaramente la minaccia russa e stanno investendo molto seriamente nelle proprie capacità militari. Anche la Polonia si sta muovendo in questa direzione, addirittura ipotizzando di dotarsi dell'atomica. La Germania sembra aver deciso di cambiare rotta in modo significativo. Il nuovo governo ha detto che il Paese deve assumersi maggiori responsabilità nella difesa europea. In altri Paesi invece la questione è vissuta come meno urgente, anche per ragioni economiche (troppo debito) e politiche. E sul tema dell’autonomia europea dagli Stati Uniti? Qui bisogna essere realistici. Ci sono alcune capacità militari - per esempio nei sistemi di comunicazione avanzati o nel tracciamento di obiettivi a lungo raggio - in cui gli Stati Uniti hanno un vantaggio enorme. Replicare completamente queste infrastrutture richiederebbe investimenti giganteschi, tempi molto lunghi e probabilmente anche diversi fallimenti tecnologici. Per questo molti Paesi europei stanno adottando un approccio pragmatico: rafforzare alcune capacità autonome ma continuare a collaborare strettamente con gli Stati Uniti per le tecnologie più avanzate. (di Giorgio Rutelli)
(Adnkronos) - Andrea Mignanelli, manager con una trentennale esperienza nei servizi per il credito, assume la presidenza di Klaro, la piattaforma che facilita l'accesso ai finanziamenti e migliora la gestione della liquidità delle piccole imprese italiane grazie all’Intelligenza artificiale. Andrea Mignanelli vanta un’importante carriera nel settore, prima in McKinsey, poi come fondatore di Jupiter, e quindi dal 2019 al 2024 è stato amministratore delegato del Gruppo Cerved. Klaro è una piattaforma che, grazie a collegamenti sicuri con conti bancari, cassetto fiscale e altre fonti ufficiali (Agenzia delle Entrate e Riscossione, Camera di commercio, Inps, etc), velocizza la richiesta di finanziamenti attraverso la raccolta di tutti gli elementi necessari per l’istruttoria creditizia, generando il Klaro profile, e migliora la gestione della liquidità delle piccole imprese attraverso un unico cruscotto. Il Klaro profile è un set documentale standard, certificato e sempre aggiornato che consente a banche e intermediari di effettuare istruttorie sicure in pochi minuti, invece che in settimane. Questo risponde alla necessità di fare incontrare domanda e offerta di credito nel contesto italiano in cui, nonostante l’ottima infrastruttura dati sulle imprese, i prestiti bancari alle piccole società sono calati del 40% dal 2014 al 2025. "Sono entusiasta - dichiara Andrea Mignanelli - di questa nuova avventura. In Klaro ho trovato le risposte ai due principali problemi che da anni affliggono gli imprenditori italiani: difficile accesso al credito e gestione amministrativa complicata. La nostra missione è aiutare gli imprenditori a valorizzare al meglio la propria azienda e ottimizzare le risorse finanziarie. Combinando l'avanzata infrastruttura dati del Paese con la tecnologia AI specialistica di Klaro, facciamo la differenza nel rapporto tra impresa e filiera del credito".
(Adnkronos) - Il Gruppo Davines - azienda attiva nel settore della cosmetica professionale con i marchi per l’haircare Davines e per lo skincare 'comfort zone', B Corp dal 2016 - annuncia, per il terzo anno consecutivo, l’apertura delle candidature per 'The Good Farmer Award' 2026. Realizzato in collaborazione con la Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, è il primo premio in Italia a sostenere i giovani agricoltori che guidano la transizione ecologica attraverso pratiche di agricoltura biologica rigenerativa e agroecologiche, con un approccio sistemico e anche sociale. Anche per questa edizione è stata rinnovata l’estensione del bando alle aziende agricole dedite all’allevamento e impegnate a migliorare il benessere e la salute animale con pratiche che includono, tra le altre, il pascolo all’aperto e la conseguente riduzione dell’uso di farmaci veterinari. Il bando si rivolge ad agricoltori e agricoltrici di età inferiore o uguale a 35 anni al 31 luglio 2026 che gestiscano imprese con certificazione biologica in corso di validità. I due progetti più innovativi e avanzati riceveranno dal Gruppo Davines 10mila euro ciascuno per l’acquisto di materiali e per interventi finalizzati al miglioramento e allo sviluppo delle attività agroecologiche. Le candidature possono essere inviate dal 10 marzo fino al 15 maggio 2026 compilando il modulo online. La cerimonia di premiazione si terrà il 27 novembre 2026 presso il Davines Group Village a Parma. Requisiti necessari per accedere al bando sono l’avere una certificazione biologica in corso di validità e applicare i principi dell’agricoltura biologica rigenerativa e dell’agroecologia. In particolare i giovani agricoltori e le loro aziende dovranno dimostrare di utilizzare almeno tre tra le strategie e le pratiche di agricoltura biologica rigenerativa e agroecologia identificate dal regolamento, tra cui la rotazione colturale, il minimo disturbo del suolo, l’utilizzo di fertilizzanti organici, la coltivazione di alberi associata a campi seminativi o a pascoli, l’uso di colture di copertura come le leguminose e la pacciamatura del terreno (ossia la copertura del terreno con materiale organico come paglia o foglie). La Commissione che valuterà e selezionerà i progetti è composta da otto membri, fra professori universitari ed esperti in temi di agricoltura, agroecologia e sostenibilità. Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, è il presidente della Giuria. Gli altri membri sono: Davide Bochicchio, ricercatore del Crea Zootecnia e Acquacoltura; Dario Fornara, direttore di Eroc (European Regenerative Organic Center); Angelo Gentili, responsabile nazionale Agricoltura di Legambiente; Paola Migliorini, docente presso l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo; Alessandro Monteleone, dirigente di Ricerca del Crea, Centro Politiche e Bio-economia; Camilla Moonen, professoressa associata presso l’Istituto di Scienze delle Piante, Università Sant’Anna di Pisa; Francesca Pisseri, medica veterinaria esperta in agroecologia, Associazione Italiana di Agroecologia.