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(Adnkronos) - Una donna di 51 anni è morta sabato scorso all'ospedale di Pescara per una forma particolarmente aggressiva e rara di meningite, e nel nosocomio abruzzese resta ricoverato in gravi condizioni nel reparto di Rianimazione pediatrica un ragazzo di 15 anni residente a Chieti, colpito da meningite meningococcica.Un altro caso si è verificato in provincia di Parma, dove un adolescente è risultato positivo alla meningite meningococcica. L'attenzione torna dunque alta anche in Italia, dopo che a marzo c'è stato un focolaio tra gli studenti nel Kent nel Regno Unito. "La meningite è una malattia che fa paura, per la gravità di alcune sue forme e per le conseguenze che talvolta può lasciare nonostante la guarigione. Non è però particolarmente contagiosa e nessuno degli agenti infettivi che la provocano è, per questo, considerato tra le possibili cause di una futura pandemia verso cui è bene non farsi trovare impreparati", spiegano gli specialisti di 'Dottore, ma è vero che...?', la piattaforma anti-bufale della Fnomceo (Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri). Per meningite si intende un'infiammazione della membrana che riveste il cervello e il midollo spinale. "Si manifesta con febbre alta, mal di testa molto forte e difficoltà a piegare il collo in avanti, un segno che i medici chiamano 'rigidità nucale'. A questa triade di sintomi si possono aggiungere sensibilità alla luce, nausea e vomito, confusione o la comparsa di macchie sulla pelle", descrivono gli esperti. Una meningite, ricordano, "può essere provocata da diversi agenti infettivi, ma talvolta anche da reazioni avverse a farmaci o dall'estensione di un tumore. La maggior parte dei casi di meningite dipende da infezioni virali: sono forme meno gravi di quelle causate da batteri e si risolvono in genere in una decina di giorni senza lasciare danni permanenti. Si parla in questi casi di meningiti asettiche. Possono invece mettere a rischio la vita e lasciare disabilità permanenti le cosiddette meningiti settiche, che prendono nome dall'infezione diffusa dal sangue in tutto l'organismo (sepsi, appunto). Per questo si parla più correttamente di malattie batteriche invasive, che possono essere provocate da diversi batteri, soprattutto Haemophilus influentiae di tipo B, Streptococcus pyogenes, Streptococcus pneumoniae (anche detto pneumococco) e Neisseria meningitidis (di solito chiamato meningococco), appartenenti a diversi sierogruppi, di cui importanti sono A, B, C, X, Y e W". E' vero che è difficile risalire alla fonte del contagio? "Può sembrare strano, ma tutti questi batteri capaci di provocare le meningiti più gravi sono germi molto comuni, che di solito convivono con gli esseri umani senza provocare disturbi. Per questo, quando una persona si ammala, di solito non si sottopongono a tampone le persone con cui è venuta a contatto: un riscontro positivo, infatti, non significa che quell'individuo sia l'origine del contagio, né che il rischio per altre persone vicine sia superiore alla norma - precisano i medici - La meningite settica, infatti, si verifica di solito quando uno di questi batteri dalle capacità invasive infetta un individuo il cui sistema immunitario non è in grado di fare da barriera e confinarlo nelle alte vie aeree. Ciò accade soprattutto nei bambini più piccoli o negli anziani, le due categorie a maggior rischio. I meningococchi, però, colpiscono spesso anche adolescenti e giovani, non perché le loro difese siano fragili, ma perché sono esposti più di altri alla possibilità di incontrare ceppi batterici con cui non sono mai venuti a contatto prima, per esempio nel corso di grandi raduni musicali, nelle università o nei locali notturni. In queste stesse circostanze è anche più facile che, attraverso baci o scambi di bicchiere, il batterio, che non sopravvive a lungo al di fuori dell'organismo, possa passare da una persona all'altra e trovare chi, probabilmente per predisposizione genetica, è maggiormente suscettibile a sviluppare una meningite". Si possono prevenire le meningiti? "Per prudenza, quando si verifica un caso di meningite meningococcica, le persone che hanno avuto con il paziente un contatto molto stretto e prolungato, come i partner o a chi vive nella stessa casa, ricevono una profilassi antibiotica, con farmaci in grado di bloccare un'eventuale infezione sul nascere - rispondono gli specialisti di 'Dottore, ma è vero che...?' - Un trattamento antibiotico è somministrato alla fine della gravidanza anche alle donne in cui, tramite tampone anale, sia stata riscontrata la presenza di streptococco. Questa accortezza permette di evitare che questo germe, innocuo per gli adulti, passando al nascituro durante il parto provochi gravi infezioni, meningiti comprese". Secondo gli esperti, "il più efficace strumento di prevenzione resta però la vaccinazione, o meglio le vaccinazioni - ribadiscono - I bambini più piccoli sono protetti da Haemophilus influentiae grazie a una delle componenti dell'esavalente somministrato nel corso del terzo mese, e poi da pneumococco e meningococco B e C nei mesi successivi. Il vaccino antipneumococcico, somministrato anche per ridurre il rischio di polmonite, è raccomandato anche negli anziani, a partire dai 65 anni. Negli adolescenti che non sono stati vaccinati da piccoli, o indipendentemente da questo, se le circostanze epidemiologiche lo suggeriscono - concludono i medici - può essere raccomandato il vaccino contro i meningococchi di sierogruppi ACWY o contro il meningococco B".
(Adnkronos) - Le tensioni geopolitiche internazionali e i loro riflessi su energia, materie prime e costi di produzione stanno riaprendo una fase di incertezza economica che può incidere negativamente sulla crescita, sulla domanda interna e sulla fiducia di famiglie e imprese. “In questo contesto – dichiara Marco Ballarè, presidente di Manageritalia – torna centrale il tema della tutela del potere d’acquisto di chi lavora e di chi percepisce una pensione costruita su una storia contributiva piena. Se la pressione inflattiva si prolunga, il rischio è una progressiva riduzione del valore reale di retribuzioni e pensioni, con effetti che vanno oltre la sfera individuale e toccano consumi, stabilità sociale e capacità di crescita del Paese”. Manageritalia sottolinea in particolare la necessità di prestare attenzione a tre aspetti. Il primo riguarda i redditi da lavoro, che possono essere erosi non solo dall’aumento dei prezzi, ma anche da meccanismi fiscali che, in assenza di adeguamenti coerenti, riducono nel tempo il beneficio reale degli incrementi retributivi. Il secondo riguarda le pensioni, il cui valore reale rischia di indebolirsi progressivamente quando i meccanismi di rivalutazione non riescono a accompagnare in modo equilibrato l’andamento dell’inflazione. Il terzo riguarda il ruolo del welfare contrattuale e bilaterale, che rappresenta oggi uno degli strumenti più concreti per aiutare le persone a fronteggiare l’aumento dei costi legati alla sanità, all’assistenza e alla previdenza. Per Manageritalia è quindi opportuno aprire una riflessione su strumenti automatici, stabili e strutturali, capaci di accompagnare nel tempo la tutela del potere d’acquisto, evitando di affidarsi esclusivamente a misure temporanee o emergenziali. “Difendere il valore reale del lavoro qualificato e delle pensioni – prosegue Ballarè – non significa soltanto tutelare singole categorie, ma rafforzare la tenuta complessiva del sistema economico. Dove si indebolisce il potere d’acquisto, si indeboliscono anche i consumi, la fiducia e la stessa dinamica della crescita”. Manageritalia richiama inoltre l’importanza di un impegno forte anche in sede europea per sostenere investimenti comuni, rafforzare la competitività del sistema produttivo e accompagnare con strumenti adeguati le transizioni economiche, energetiche e industriali che i Paesi membri sono chiamati ad affrontare. In questa fase, conclude Manageritalia, è essenziale consolidare un quadro di regole e strumenti che sappia dare continuità alla tutela dei redditi, sostenere la domanda interna e preservare le condizioni per una crescita più solida e duratura.
(Adnkronos) - Assilea ha presentato oggi a Roma, presso la propria sede, i risultati della Survey annuale 2025 sulla sostenibilità nell’industria del leasing, che offre una fotografia della situazione e anche una lettura dinamica della sua evoluzione. A partire dai dati emersi, si è sviluppato un dibattito sull’integrazione dei fattori Esg e un confronto più ampio sul settore bancario. Il 2025 rappresenta un anno di consolidamento per le società di leasing coinvolte nell’indagine: il 73,1% ha definito gli obiettivi Esg all’interno della strategia commerciale ed economico-finanziaria e il 59,6% delle azioni pianificate per l’integrazione Esg risulta completato, mentre il 25% è in corso di attuazione. Le iniziative riguardano principalmente la governance, il modello di business e la strategia, l’organizzazione e i processi, il risk management e l’informativa al mercato, in coerenza con le aspettative di vigilanza sui rischi climatici e ambientali della Banca d’Italia. La mappatura dei fattori di rischio Esg delle nuove operazioni di leasing, propedeutica ad altre azioni attuative dell’integrazione, è effettuata da quasi la metà delle società (46,2%) e per la grandissima parte dei casi riguarda sia il bene, sia il cliente. Il 61,5% delle società include le caratteristiche Esg nell’offerta di prodotti, dato raddoppiato nel biennio, tra cui spiccano le basse emissioni di CO2 e il risparmio energetico. Più che raddoppiata la capacità di misurare l’impatto Esg dei prodotti, che passa dall’8% al 19,2%, e tuttavia rimane limitata dall’indisponibilità di dati sul bene. Proprio per sostenere le attività delle associate, Assilea nel corso dell’anno avvierà il modulo 'Bdcr Beni', il servizio della Banca Dati Centrale Rischi Leasing dell’Associazione che fornirà indicazioni sugli impatti climatico-ambientali dei beni, con informazioni utili sia nella fase precontrattuale, sia in quella successiva. In un biennio sono invece quasi triplicate le società che sono in grado di rilevare i dati sulla sostenibilità dei clienti, passando dall’8,7% del 2023 al 23,1% del 2025. La metà dichiara che questa attività è un obiettivo da raggiungere nel breve e medio periodo. Sul piano organizzativo, prevalgono i modelli ibridi (61,5%), costituiti da una figura come il Sustainability manager con il compito di interagire con le altre funzioni, seguiti da quelli accentrati (30,8%). Il 69,2% delle società ha integrato i fattori Esg nei processi di controllo interno e oltre la metà include obiettivi Esg nei sistemi incentivanti per il management dell’azienda. In aumento anche l’attenzione ai rischi: il 46,2% valuta i fattori Esg nelle nuove operazioni e il 53,8% monitora l’esposizione ai rischi climatico-ambientali. Permangono tuttavia alcune criticità, in particolare la maggior parte delle società (61,5%) non pubblica un report di sostenibilità autonomo, contribuendo invece a quello del gruppo di appartenenza. L’indagine ha coinvolto 26 società, rappresentative dell’82% dello stock dei contratti di leasing al 31 dicembre 2024. “Il leasing sta giocando un ruolo determinante nel tradurre gli obiettivi di sostenibilità in risultati concreti per la modernizzazione e la competitività del Paese, grazie soprattutto alla sua capacità di sostenere gli investimenti delle Pmi e al suo contributo nel promuovere un’economia più sostenibile, favorendo e accelerando l’adozione e l’utilizzo di tecnologie innovative e green, a più bassa emissione di CO2, in tutte le categorie di beni - ha commentato Giuseppe Schlitzer, direttore generale Assilea - I dati della nostra survey confermano che il leasing non è solo uno strumento di finanziamento, ma un vero e proprio partner capace di accompagnare le imprese verso modelli di business sempre più responsabili e trasparenti”.