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(Adnkronos) - È stato rappresentante permanente alle Nazioni Unite quando l'Italia è stata presidente del Consiglio di Sicurezza e, per oltre metà della sua quarantennale carriera diplomatica, impegnato nello sforzo multilaterale del nostro Paese, anche come inviato speciale del governo per la riforma dell’Onu. Sebastiano Cardi oggi è partner di International Strategic Network e con l’Adnkronos analizza la decisione degli Stati Uniti di uscire da 66 organizzazioni multilaterali, sancita con un executive order di Trump. Una scelta che, pur non del tutto inedita nella storia americana, segna una svolta più netta e strutturale nel rapporto di Washington con il sistema multilaterale nato nel secondo dopoguerra. Ambasciatore Cardi, gli Stati Uniti hanno annunciato l’uscita da 66 organizzazioni multilaterali. Perché è una notizia così rilevante, anche se in Italia sta passando relativamente sotto traccia? È una notizia molto significativa. L’executive order è un atto importante perché, oltre alle uscite già note - dal Consiglio dei diritti umani all’Unesco - elenca in modo sistematico una lunga serie di organizzazioni dalle quali gli Stati Uniti intendono prendere le distanze. Il primo effetto concreto sarà quasi certamente il taglio dei finanziamenti, ed è questo l’elemento più immediato e destabilizzante per il sistema multilaterale. Si tratta di una rottura senza precedenti o di una tendenza che ha già avuto altri precedenti nella storia americana? Non è una novità assoluta. Il rapporto degli Stati Uniti con il multilateralismo è sempre stato complesso, anche sotto amministrazioni democratiche. In passato Washington ha già sospeso o bloccato finanziamenti alle Nazioni Unite. Tuttavia, questa decisione si colloca in un contesto globale completamente diverso. Durante il primo mandato Trump, quando io ero all’Onu, l’ambasciatrice Nikki Haley, pur repubblicana, interpretò il suo ruolo in modo fortemente multilaterale. Oggi siamo a un livello molto più avanzato di distanziamento. Lei parla di una svolta più profonda. In che senso? Non parlerei di isolazionismo. Trump dimostra anzi di voler intervenire in modo molto deciso e muscolare sulle grandi questioni internazionali. Ma è evidente una presa di distanza dal metodo multilaterale, dalle istituzioni come le Nazioni Unite intese come garanzia della gestione delle relazioni internazionali. Questo rappresenta un vulnus serio per un sistema che, pur con tutti i suoi limiti, ha retto per ottant’anni. Eppure lei stesso riconosce che il sistema multilaterale è invecchiato. Sì, ed è giusto dire che non è invecchiato bene. Il sistema nato nel 1945 non è riuscito a riformarsi, non ha saputo stare al passo con i cambiamenti del mondo. In questo senso, alcune critiche hanno un fondo di verità. Ma il fatto che il sistema sia imperfetto non giustifica il suo smantellamento. Buttare via il metodo multilaterale significa rinunciare a un quadro di regole condivise. Trump tende ad applicare la sua “Art of the deal”: scioccare la controparte con annunci forti per poi trovare un compromesso (che convenga più a lui ovviamente). Lo ha fatto sui dazi e lo sta facendo su Venezuela e Groenlandia. Ma chi è la sua controparte quando si parla di difendere il multilateralismo? Credo che il soggetto naturale sia l’Unione europea. L’Europa è essa stessa un progetto multilaterale, fondato sui valori emersi dopo la Seconda guerra mondiale: evitare i conflitti, costruire la convivenza pacifica attraverso regole comuni. Non è solo una questione politica, ma anche economica. I nove principali mercati di sbocco dell’Italia, ad esempio, sono europei. L’Europa incarna quel metodo che oggi viene messo in discussione. L’Unione europea ha la forza di svolgere questo ruolo? Al momento, purtroppo, non quanto servirebbe. L’Europa è divisa, ha governi deboli e al suo interno esistono forze che guardano con favore a pulsioni unilateraliste. Il rischio è che questo “virus” attecchisca anche dentro l’Unione. Ma proprio per questo l’Europa dovrebbe reagire, cercando di difendere il sistema di regole e di richiamare tutti, a partire dagli Stati Uniti, a un approccio condiviso. Se allarghiamo lo sguardo oltre l’Occidente, come vedono il multilateralismo le potenze emergenti, dall’India ai Paesi del Golfo? Paesi come l’India manifestano con decisione l’intenzione di rafforzare il proprio profilo internazionale, non solo economico ma anche politico. Anche i Paesi africani e quelli del Golfo non hanno alcun interesse in un mondo privo di regole. Il sistema multilaterale offre loro un luogo di confronto continuo, un’autorità superiore alla quale fare riferimento per gestire instabilità e conflitti. E la Cina, che dopo aver “sfruttato” negli ultimi 30 anni il sistema multilaterale si è fatta un “suo” club, la Sco, Shanghai security conference? La Cina ha investito molto nel sistema Onu. Ancora oggi, quando si parla del gruppo dei G77, che oggi sono diventati 134 e rappresentano quello che gli occidentali consideravano “il resto del mondo”, si dice “G77 più Cina”. Pechino ha interesse a mantenere un ruolo di guida in questo vasto aggregato di Paesi non allineati. Anche per la Cina, quindi, le regole e il multilateralismo restano uno strumento utile, pur con tutte le ambiguità del caso. Veniamo alla lista delle organizzazioni da cui gli Stati Uniti si ritirano, di cui 31 sono della famiglia Onu. A parte l’Unctad, l’Iccrom e l’istituzione che si occupa di cambiamento climatico, le altre sono poco conosciute al grande pubblico. Che giudizio dà di questa proliferazione? È una lista lunghissima, composta perlopiù da organizzazioni di secondo livello. Questo conferma che l’Onu è invecchiata male: nel tempo ha creato una pletora di organismi che in alcuni casi assorbono risorse senza produrre un reale valore aggiunto politico o economico. La mancata riforma strutturale l’ha resa un’organizzazione elefantiaca, difficile da controllare e governare. Ma esistono anche agenzie che funzionano e producono risultati concreti. Assolutamente sì. Penso al World Food Programme, all’Unhcr, alla Fao, all’Unicef, all’Unesco. Sono realtà che sul campo fanno la differenza. Il problema non è negare il valore dell’Onu, ma riconoscere che senza una riforma profonda il sistema rischia di perdere credibilità e legittimità. Il punto, quindi, non è solo l’uscita da alcune organizzazioni. Il punto vero è la tendenza generale: l’abbandono progressivo di un metodo fondato su trattati, convenzioni, regole condivise. Pensiamo ai grandi accordi sul controllo degli armamenti, al Trattato di non proliferazione nucleare, alle convenzioni sulle armi chimiche e biologiche, alle mine antipersona. Per decenni questi strumenti hanno contribuito alla sicurezza globale. Se diventano lettera morta, il mondo diventa oggettivamente più insicuro. Questo vale anche per l’economia globale? Il Gatt prima e l’Organizzazione mondiale del commercio poi sono stati pilastri del sistema post-bellico. Oggi l’Omc sembra quasi scomparsa dal dibattito pubblico, sostituita dalle guerre tariffarie. Eppure il libero scambio regolato è stato uno degli elementi che ha permesso al mondo di prosperare. Il conflitto in Ucraina è un esempio della crisi del multilateralismo? L’Osce, di cui ancora fa parte la Russia e che pure aveva svolto un ruolo importante sul Donbas, oggi è paralizzata. La soluzione del conflitto rischia di essere affidata solo alle grandi potenze, Stati Uniti e Russia, senza un reale coinvolgimento europeo. Questo è un problema enorme: è un conflitto che si combatte in Europa, ma l’Europa fatica ad avere voce. In conclusione, che scenario intravede? Vedo un preoccupante sgretolamento di un sistema che, pur imperfetto, ha garantito le regole del gioco per ottant’anni. Il rischio è un ritorno a una politica di grandi blocchi contrapposti. Spero che questa fase sia transitoria e che si possa tornare a un dialogo più strutturato e regolato. Perché uscire dal sistema multilaterale significa non sapere davvero dove si va a finire. (di Giorgio Rutelli)
(Adnkronos) - Anche per festeggiare il 2026 si prevede che lo spumante italiano batterà lo Champagne sulle tavole degli europei ma anche degli americani. Il trend era già delineato alla fine del 2024 e per i brindisi di fine 2025 sembra del tutto confermato: nel 2025, secondo i dati Uiv-Ismea, sono state prodotte e commercializzate 1,03 miliardi di bottiglie di spumanti italiani, di cui oltre 360 milioni destinate alle feste tra Natale e, soprattutto, Capodanno, con 106 milioni di bottiglie di bollicine che saranno stappate in Italia. A farla da padrone il nostro Prosecco, i cui dati di chiusura, secondo le stime del Consorzio di Tutela del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Docg, prospettano un incremento complessivo delle vendite pari al +8% rispetto al 2024, mentre per il Prosecco Doc si registra un sostanziale equilibrio rispetto al 2024. Il totale stimato è di 98 milioni di bottiglie di Conegliano Valdobbiadene Prosecco Docg e di 665 milioni di bottiglie di Prosecco Doc. Per questi festeggiamenti di fine anno si stima che verranno stappate circa 150 milioni di bottiglie di Prosecco in tutto il mondo. In questo 2025 le vendite di Prosecco hanno superato negli Usa quelle dello Champagne, non solo a volume, ma anche a valore, con una quota del 30% nella categoria spumanti contro il 28% per lo Champagne (dati dell'Osservatorio Uiv-Vinitaly). Inoltre, sempre negli Stati Uniti, rappresenta l'87% delle vendite di spumanti italiani e il 25% del totale del vino italiano. Nel confronto con lo Champagne, il Prosecco segna performance positive in Germania, Uk, Svizzera, Giappone e Francia, casa dello Champagne, dove è apprezzato per freschezza e versatilità. Il successo del Prosecco è costante ma per ottimizzarne il consumo prima dei numerosi brindisi di fine anno vanno adottati alcuni accorgimenti. A dare qualche consiglio è Sandro Bottega, ad di Bottega Spa, azienda vitivinicola di Bibano (Treviso) leader nella produzione di Prosecco che esporta in oltre 160 Paesi nel mondo. Innanzitutto, metterlo in frigorifero a temperatura di massimo 5 gradi (in alcune zone d'Italia basta metterlo fuori dalla finestra); mettere in frigorifero anche i bicchieri in modo da evitare che si riscaldi con la temperatura dell'ambiente. Poi, servire uno spumante diverso tra aperitivo e celebrazione del nuovo anno, preferibilmente secco il primo e a seconda del proprio gusto, sia secco che dolce per le celebrazioni; scegliere per l'aperitivo Metodo Classico Franciacorta, Oltrepo Pavese, Trentodoc, Prosecco Extra Brut, mentre per la celebrazione vanno preferiti Prosecco Extra Dry e Moscato. Ancora, usare calici flutes per l'aperitivo e la celebrazione, ma a tutto pasto usare classici calici da vino bianco; se si amano i cocktail, i migliori sono: Bellini, Spritz e 'Negroni sbagliato', oppure lo Spritz Euganeo, fatto con Moscato, ghiaccio e una fetta d'arancio; se si amano i cibi piccanti possiamo suggerire anche qualche spumante dolce. Sandro Bottega mette in guardia anche da cosa non fare assolutamente: non servire mai spumanti con carciofi, il gusto risulterebbe completamente inappropriato; non servire lo spumante - qualsiasi esso sia - con arrosti, brasati, uova al tartufo e formaggi stagionati, ma va bene per quelli freschi; non servire spumanti dolci come aperitivo; non usare la tradizionale coppa da champagne per spumanti secchi, non è adatta e non esalta il perlage; dopo aver servito il primo calice, non lasciare la bottiglia sul tavolo, ma sempre in un secchiello con ghiaccio.
(Adnkronos) - Anche per queste festività, fra dicembre 2025 e gennaio 2026, è previsto un aumento degli imballaggi conferiti in raccolta differenziata dai cittadini italiani. Le prime stime Conai indicano, come per gli anni passati, una crescita dei flussi a fine vita: per plastica e vetro gli incrementi nei conferimenti potrebbero oscillare tra il 4% e il 7%, mentre per la carta l’aumento potrebbe localmente raggiungere punte del 10%. "Le analisi a campione, confrontando i dati degli anni precedenti con le previsioni fornite dai gestori di alcune città italiane, porta a delineare questo scenario - spiega Fabio Costarella, vicedirettore generale Conai - La situazione economica del Paese resta eterogenea e non è semplice prevedere se l’andamento sarà più o meno forte. Ma un aumento dei consumi tra dicembre e gennaio resta fisiologico e rende ragionevole attendersi anche un incremento dei conferimenti in raccolta differenziata. Le previsioni di Confcommercio indicano, ad esempio, che per i soli regali natalizi ogni italiano spenderà in media 211 euro: un incremento dei consumi che porta con sé una maggiore quantità di imballaggi". Come avviene ogni anno, a crescere saranno soprattutto gli imballaggi in carta e cartone, in particolare scatole per spedizioni, confezioni di prodotti natalizi e carta regalo, ma anche quelli in plastica, come film, involucri, vaschette e imballaggi alimentari. Per quanto riguarda il vetro, l’aumento riguarderà soprattutto bottiglie di vino, spumante e liquori, tipiche del periodo delle feste. "In alcuni territori le percentuali potrebbero risultare anche superiori alle nostre stime - prosegue Costarella - Negli ultimi anni l’incertezza economica e i cambiamenti nei consumi hanno reso più complessa l’attività previsionale, ma resta fondamentale che i cittadini conferiscano correttamente gli imballaggi. Il sistema Paese è in grado di gestire senza criticità questi volumi, a condizione che la qualità della raccolta rimanga elevata". Proprio per questo, durante le festività è importante prestare particolare attenzione a come si differenziano i rifiuti. La carta utilizzata per avvolgere i regali è riciclabile e va conferita nella raccolta di carta e cartone, così come le confezioni esterne di pandoro e panettone. Gli scontrini, salvo indicazioni diverse riportate sul retro, devono invece essere gettati nell’indifferenziato perché realizzati in carta chimica. Ma anche carta oleata e carta da forno non sono riciclabili se non espressamente indicato e non vanno conferite con la carta. E ancora: addobbi natalizi, pirofile in vetro borosilicato e ceramiche non devono essere conferiti con gli imballaggi in vetro perché comprometterebbero la qualità della raccolta. Anche i bicchieri di cristallo rotti vanno buttati nell’indifferenziato. "Il cristallo contiene piombo, e pochi frammenti di cristallo compromettono grandi quantità di vetro riciclabile", spiega Fabio Costarella. Le scatole in legno utilizzate per confezionare bottiglie di vino o liquori devono invece essere portate alle isole ecologiche. Infine, per la plastica, giocattoli rotti e oggetti che non sono imballaggi non vanno inseriti nella raccolta differenziata, ma conferiti nel rifiuto indifferenziato o portati nei centri di raccolta. Tutti gli imballaggi in plastica devono essere svuotati prima del conferimento, mentre quelli flessibili è consigliabile schiacciarli per ridurre il volume. "È bene rimuovere le etichette coprenti dai flaconi o dalle bottiglie -aggiunge Costarella - e conferire poi in raccolta differenziata sia l’etichetta sia il flacone o la bottiglia. È un aiuto ai riciclatori, che potranno così gestire meglio gli imballaggi in fase di preparazione per recupero e riciclo". "Con un tasso di riciclo degli imballaggi superiore al 76%, l’Italia si colloca stabilmente tra i Paesi di riferimento in Europa nel campo dell’economia circolare - conclude Fabio Costarella. - Il mantenimento e il rafforzamento di questo risultato richiedono un impegno costante e condiviso, anche nei periodi caratterizzati da un aumento dei consumi. Una corretta raccolta differenziata consente di valorizzare le risorse, sostenere gli obiettivi di sostenibilità e consolidare un modello che il Paese ha progressivamente costruito nel tempo".