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(Adnkronos) - La replica dell'episodio 'Gatto e cardellino' de 'Il commissario Montalbano' ha vinto la prima serata di ieri con il 15,9% di share. La serie di Rai1 con Luca Zingaretti ha incollato allo schermo 2.811.000 telespettatori. Su Canale 5 'Grande Fratello Vip' ha intrattenuto 1.809.000 telespettatori, pari al 15,1%. Su La7 'DiMartedì' ha raggiunto 1.810.000 telespettatori e l’11,1%. Su Rai2, 'Belve' ha conquistato 1.280.000 telespettatori, pari all’8,6%. Su Italia1, 'Le Iene presentano: La Cura' ha raggiunto 804.000 telespettatori e il 7%. Su Rete4, 'È Sempre Cartabianca' ha totalizzato 546.000 telespettatori e il 4,2%. Sul Nove 'Only Fun – Comico Show' ha radunano 600.000 telespettatori, pari al 3,5%. Poco sotto con il 3,2% c'è 'FarWest' - in onda su Rai3 - è stato visto da 487.000 telespettatori. Nella fascia access prime time, su Canale5 'La Ruota della Fortuna' ha conquistato 4.987.000 telespettatori e il 23,1%. Su Rai1 'Cinque Minuti' ha registrato 4.392.000 telespettatori (21.7%) e 'Affari Tuoi' 4.779.000 telespettatori e il 22,1%.
(Adnkronos) - In vista della giornata nazionale dedicata al Made in Italy, che si celebra mercoledì 15 aprile, cinque imprenditori italiani raccontano all’Adnkronos/Labitalia il loro punto di vista su come tutelare le eccellenze produttive nazionali. Nel mondo della sicurezza stradale, Roberto Impero, ceo di Sma road safety, sostiene che "il Made in Italy non è solo sinonimo di qualità, ma rappresenta un modello industriale avanzato, basato su innovazione, competenze e responsabilità verso la vita delle persone". "Le aziende italiane - afferma - investono in ricerca e tecnologie per garantire prestazioni reali dei prodotti, non solo conformità formale. Anche le istituzioni, come Ansfisa, indicano la necessità di sistemi di controllo più rigorosi e verifiche concrete in tutto il ciclo di vita delle infrastrutture. Principi che vengono già adottati in diversi contesti internazionali, mentre, in Italia persiste un gap nei controlli effettivi, che mette a rischio l’efficacia della sicurezza e la stabilità delle pmi italiane". "Il paradosso - spiega - è che il Made in Italy non è adeguatamente tutelato proprio nel nostro Paese, dove, le scelte dei dispositivi sono determinate più dal prezzo che dalla qualità, penalizzando le aziende più virtuose. In particolare, la sola marcatura CE, come elemento sufficiente per vendere nel mercato italiano, non basta: servono tracciabilità, controlli sostanziali e responsabilità dei produttori. Valorizzare il Made in Italy significa quindi alzare gli standard per tutti, con regole chiare e controlli rigorosi, perché sulla sicurezza non può esserci competizione al ribasso". Nel campo dell’automazione industriale, “l'accuratezza progettuale e l’innovazione tecnologica rappresentano strumenti fondamentali per affrontare la concorrenza internazionale", afferma Paola Veglio, amministratore delegato di Brovind Vibratori spa. "Oggi - fa notare - esiste però una disparità penalizzante nei controlli: i materiali importati sono soggetti a verifiche meno rigorose rispetto ai prodotti italiani destinati all’export. Sarebbe quindi necessario introdurre norme chiare e condivise su sicurezza, ambiente e qualità, per garantire condizioni di competizione più eque". "Allo stesso tempo, è importante - prosegue - costruire una nuova narrazione sul ruolo di operai e artigiani, riconoscendone e valorizzandone le competenze tecnologiche, e rafforzare il dialogo tra imprese e sistema scolastico, così da colmare la difficoltà nel reperire personale altamente qualificato. Le pmi, inoltre, scontano un costo del lavoro elevato e una tutela istituzionale insufficiente: spesso si trovano sole sia nella gestione delle criticità sia nello sviluppo di iniziative che generano valore per il territorio, con il rischio di scoraggiare la creazione di benefici diffusi. A questo si aggiunge un contesto di instabilità normativa e di incentivi discontinui: i frequenti cambiamenti nelle misure di sostegno finiscono per generare incertezza e scoraggiare gli investimenti nel medio-lungo periodo". Alessandro Gatti, founder di MaisonFire, azienda attiva nel design, e uno dei vicepresidenti dell’Associazione marchi storici italiani, in rappresentanza di Gabetti, spiega: "Il Made in Italy è uno degli asset più solidi e riconoscibili del nostro Paese. Non va inteso come una rendita, ma come un vantaggio competitivo da aggiornare costantemente, accompagnandone l’evoluzione. Il suo valore non risiede solo nell’origine geografica, ma nella qualità del processo e nella capacità concreta di trasformare un’idea in un prodotto che unisca estetica e funzionalità. Per farlo, è necessario lavorare su più direttrici. La prima è il capitale umano: il saper fare va trasmesso e rinnovato. C’è poi il tema dell’heritage: un patrimonio unico che deve dialogare con la digitalizzazione, i nuovi modelli distributivi e i mercati internazionali. Un altro punto riguarda il posizionamento: il Made in Italy non è solo lusso, ma qualità diffusa, capace di esprimersi anche in prodotti accessibili e scalabili. Infine, è fondamentale mantenere un approccio dinamico: l’italianità deve continuare a evolvere, confrontandosi con nuovi linguaggi e mercati sempre più veloci, senza perdere la propria identità". Marian Bornaz, founder e ceo di Cod Marketing, racconta come "marketing e digitalizzazione sono strumenti decisivi di tutela e crescita del Made in Italy". "Rendere visibile e verificabile il valore significa, ad esempio, utilizzare piattaforme digitali per tracciare l’origine dei prodotti e dei servizi, raccontare in modo trasparente la filiera, certificare competenze e processi. Un cliente informato e consapevole è il primo alleato contro le imitazioni e l’Italian sounding: se comprende davvero la qualità, la ricerca che si celano dietro un prodotto o un servizio, difficilmente sceglierà una copia. Oggi molte realtà eccellenti non riescono a raccontarsi in modo efficace online, lasciando spazio a chi è più bravo a comunicare che a fare. Qui il marketing ha un ruolo chiave: trasformare competenza e qualità in contenuti chiari, misurabili e riconoscibili", aggiunge. Per l’avvocato Fabio Maggesi, founder dello studio Legale MepLaw, e presidente della Fondazione Americana Italicus-US, “il Made in Italy continua a essere sinonimo di eccellenza e di richieste incessanti da tutto il mondo". "Le Pmi - osserva - devono strutturarsi meglio per gestire domanda, filiera e distribuzione internazionale. Le principali criticità arrivano da fattori esterni, come l’italian sounding, la contraffazione e i dazi, che creano confusione nei consumatori, riducono i margini di ricavo e mettono a rischio competitività e credibilità". "La diffusione di prodotti contraffatti, inoltre, non provoca solo un danno economico alle pmi italiane, ma incide anche sulla credibilità del brand Made in Italy, con conseguenze rilevanti in termini di sicurezza, salute e occupazione. Nonostante queste sfide, le prospettive restano positive, a patto di investire in organizzazione e capacità di risposta ai mercati esteri”, conclude.
(Adnkronos) - Il 30 marzo 2026, la Commissione europea ha pubblicato le linee guida ufficiali per l’applicazione del Regolamento (Ue) 2025/40, meglio conosciuto come Ppwr (Packaging and Packaging Waste Regulation). Questo documento arriva per fare chiarezza su una normativa che promette di cambiare radicalmente il modo in cui i prodotti vengono confezionati, venduti e smaltiti, con l’obiettivo di rendere tutti gli imballaggi riciclabili entro il 2030. Mentre il regolamento è già entrato formalmente in vigore l’11 febbraio 2025, le aziende e i consumatori hanno tempo fino al 12 agosto 2026 per farsi trovare pronti, data in cui le norme diventeranno pienamente operative. Sommario Il Ppwr è una legge europea che sostituisce le vecchie e frammentate direttive nazionali con un unico set di regole valide in tutta l’Unione. A differenza della legislazione precedente, il Ppwr interviene sull’intero ciclo di vita dell’imballaggio: dalla progettazione (per ridurre il peso e il volume) fino al suo fine vita (per garantirne il riciclo o il riutilizzo). Si applica a ogni tipo di materiale (plastica, carta, vetro, metallo) e a qualsiasi imballaggio immesso sul mercato UE, indipendentemente da dove sia stato prodotto. Il nuovo regolamento non è solo un elenco di restrizioni, ma apre la strada a benefici tangibili per la salute e l’ambiente: Addio alle “sostanze chimiche per sempre” (Pfas): dal 12 agosto 2026, scatta il divieto di immettere sul mercato imballaggi a contatto con alimenti che contengono Pfas oltre determinati limiti. Si tratta di una vittoria per la sicurezza alimentare, eliminando sostanze persistenti potenzialmente dannose per la salute umana. Etichette chiare e universali: entro l’agosto 2028, tutti gli imballaggi dovranno riportare etichette armonizzate basate su indicazioni semplici. Questo aiuterà i cittadini a fare una raccolta differenziata corretta senza dover interpretare simboli diversi tra un Paese e l’altro. Diritto al riutilizzo: il regolamento incoraggia i sistemi di ricarica e riuso. Ad esempio, le attività di asporto dovranno permettere ai clienti di portare i propri contenitori senza costi aggiuntivi. Riduzione degli sprechi: le aziende saranno obbligate a ridurre al minimo il peso e il volume delle confezioni, vietando stratificazioni inutili o “falsi fondi” pensati solo per far sembrare il prodotto più grande. La transizione verso l’economia circolare comporta però rischi e complessità che le imprese dovranno gestire con attenzione. Dal 1° gennaio 2030, gli imballaggi in plastica monouso molto comuni nei ristoranti, come le bustine di maionese, ketchup, senape e salsa barbecue, così come i flaconcini di shampoo negli hotel, saranno vietati. Per molti settori, questo significa dover cambiare totalmente il modello di business. Le aziende, inoltre, saranno chiamate a pagare contributi più stringenti per la gestione dei rifiuti (la cosiddetta Responsabilità estesa del produttore o Epr). Le nuove linee guida chiariscono la distinzione tra “fabbricante” (chi progetta l’imballaggio) e “produttore” (chi lo immette sul mercato), un passaggio fondamentale per stabilire chi deve pagare per il riciclo. Entro il 2029, gli Stati membri dovranno anche garantire la raccolta separata del 90% delle bottiglie di plastica e lattine di metallo, solitamente attraverso sistemi di deposito cauzionale. Questo richiederà grandi investimenti infrastrutturali e logistici per commercianti e produttori. Entro il 2030, infine, una parte significativa degli imballaggi per il trasporto (come i pallet) dovrà essere inserita in circuiti di riutilizzo. Se le infrastrutture di lavaggio e recupero non saranno pronte, il rischio è un aumento dei costi logistici. Uno degli obiettivi del Regolamento Ppwr è eliminare le barriere tra i vari mercati europei. Le linee guida ribadiscono che gli Stati membri non potranno impedire la vendita di imballaggi conformi al regolamento basandosi su norme nazionali aggiuntive. Il Ppwr rappresenta una sfida senza precedenti per l’industria degli imballaggi, pilastro dell’economia italiana. Se da un lato i rischi legati ai costi e alla riorganizzazione logistica sono significativi, la pubblicazione di queste linee guida offre finalmente la certezza giuridica necessaria per investire nell’innovazione. Il traguardo è ambizioso: un’Europa a emissioni zero entro il 2050, dove l’imballaggio smette di essere un rifiuto per diventare una risorsa.