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(Adnkronos) - "Stanno finendo i missili". "Non abbiamo usato le armi più avanzate". Stati Uniti e Israele da una parte, Iran dall'altra. La guerra cominciata il 28 febbraio è anche il confronto tra gli arsenali a disposizione dei paesi. Dopo 4 giorni, qual è l'impatto sulle dotazioni dei due schieramenti? Donald Trump dice e ripete che gli Stati Uniti hanno a disposizione scorte sostanzialmente illimitate di armi e munizioni "di alto livello". Il presidente si arrabbia quando il Wall Street Journal scrive che i paesi del Golfo, sotto l'ombrello americano, rischiano di rimanere a breve senza l'ombrello protettivo degli intercettori: la pioggia di missili iraniani costringe i Patriot e gli altri sistemi agli straordinari. A questo ritmo, tra pochi giorni il serbatoio sarà in riserva, secondo il quotidiano. "Non è vero, l'articolo è una vergogna", la risposta di Trump in estrema sintesi. "Abbiamo una quantità enorme di munizioni", dice il presidente senza scendere nei dettagli e ribadendo i concetti espressi nei giorni scorsi: Washington ha programmato un'operazione di 4-5 settimane ma non avrebbe difficoltà a combattere per un periodo decisamente più lungo La macchina bellica a stelle e strisce continua ad aggiungere pezzi, come ha detto nella giornata di lunedì il generale Dan Caine, capo degli Stati maggiori riuniti, annunciando l'invio di altri uomini e mezzi. Nella fase iniziale dell'operazione Furia Epica, gli Stati Uniti hanno colpito oltre 1700 obiettivi impiegando bombardieri B-1 e B-52 oltre ai jet F-15. "Stiamo distruggendo tutto", sintetizza Trump descrivendo l'apparato militare iraniano: navi affondate, sistemi di difesa distrutti, lanciamissili colpiti. "L'Iran sta finendo i missili. Era riuscito ad accumulare le scorte in un periodo relativamente breve, ma le dotazioni sono in esaurimento", sentenzia Trump. Le parole del presidente americane vengono rispedite al mittente da Teheran. "Siamo in grado di resistere e di continuare una difesa offensiva più a lungo di quanto previsto dal nemico in questa guerra imposta", afferma il portavoce del ministero della Difesa iraniano, il generale Reza Talaei-Nik. "Non abbiamo intenzione di impiegare tutte le nostre armi e le nostre tecnologie più avanzate nei primi giorni del conflitto", aggiunge, citato dall'agenzia ufficiale Irna. Si ritiene che l'Iran, all'inizio del conflitto, disponesse di almeno 1000-1500 missili. Tra questi, i Soumar hanno un raggio d'azione di circa 3000 km. Teheran e Dubai, per rendere l'idea, sono lontane circa 2300 km. I missili Sejjil possono colpire obiettivi a 2000 km di distanza. Nettamente superiore il numero di droni Shahed, armi 'low cost' che possono essere impiegate in raid a medio-lungo raggio, considerando che operano fino a 1700 km dal punto di lancio. L'Iran ha utilizzato anche anche il missile ipersonico Fattah, fiore all'occhiello delle dotazioni belliche di Teheran. In base ai dati diffusi dai media iraniani, il missile Fattah - presentato nel 2003 - è in grado di toccare la velocità tra mach 13 (circa 16.000 km/h) e mach 15 (circa 18.500 km/h) ed è in grado di raggiungere obiettivi a circa 1400 km. Il missile, alimentato da un motore a combustibile solido, è predisposto per trasportare testate nucleari. Il Fattah, secondo Teheran, è dotato di sistemi che consentono di modificare la traiettoria in volo: questo elemento, unito alla velocità elevatissima, renderebbe il missile difficilmente intercettabile dai sistemi nemici.
(Adnkronos) - "Siamo tutti interessati, persone e organizzazioni, da questa trasformazione, quindi nessuno si può tirare indietro. Per questo, io credo che bisogna rivendicare una gestione pubblica dell'intelligenza artificiale, credo che solo così possiamo lavorare bene e insieme, con una strategia europea, è importante dotarsi di politiche e strumenti comuni. Per noi, governare l'intelligenza artificiale nel mercato del lavoro significa una cosa molto concreta: significa dare una direzione comune e trasformarla in strategia operativa". Così Vincenzo Caridi, capo del Dipartimento per le politiche del lavoro, previdenziali, assicurative e per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, intervenendo all'evento 'Ia e lavoro: governare la trasformazione, moltiplicare le opportunità strategie, fiducia, regole, competenze', promosso dal ministero del Lavoro e delle politiche sociali. "L'Ia in Italia -spiega ancora Caridi- può dare moltissimo, perché siamo un Paese bellissimo ma non tutto funziona come dovrebbe; abbiamo una grande crisi demografica, e questo vuol dire meno lavoratori, e l'Ia può essere utilizzata per potenziare le competenze dei lavoratori che ci sono, non per sostituirli. L'Ia quindi è una sfida, e dobbiamo lavorarci con una strategia europea", conclude.
(Adnkronos) - "Niente di più miope che attaccare il sistema Ets mentre l’Italia frana". Un gruppo di 150 studiosi di scienza del clima e di transizione energetica ha rivolto un appello al governo affinché non indebolisca gli strumenti europei di decarbonizzazione e rafforzi le politiche di adattamento. Al centro della lettera aperta, il richiamo alla necessità di affrontare la crisi climatica con misure fondate sulla scienza e orientate al lungo periodo. Tra i primi firmatari figura anche il premio Nobel per la Fisica 2021 Giorgio Parisi e l'economista Carlo Carraro. “Noi studiosi impegnati nella ricerca sul cambiamento climatico, sulle politiche di mitigazione e adattamento e sui sistemi complessi, esprimiamo profonda preoccupazione per il modo in cui il governo italiano sta affrontando la crisi climatica, in particolare per le recenti prese di posizione volte a indebolire i principali strumenti della politica climatica europea", scrivono. Secondo i firmatari, i recenti eventi estremi che hanno colpito il Sud Italia confermano una tendenza ormai consolidata: l’aumento delle temperature globali si traduce in una maggiore frequenza e intensità di fenomeni meteorologici estremi. "Il disastro di Niscemi appare a molti come la drammatica metafora di un intero Paese a rischio. Non a caso, da anni l’Ispra colloca l’Italia ai primi posti in Europa per l’esposizione al rischio di frane”, si legge. "Non è pessimismo, ma realismo scientifico: l’Italia dovrà affrontare un rischio crescente di disastri climatici - afferma Antonello Pasini (Cnr-Iia) - Limitarsi a rincorrere le emergenze senza ridurre con decisione le emissioni significa esporsi a impatti sempre più gravi e costosi. Senza mitigazione, l’adattamento diventa progressivamente meno efficace e, in alcuni casi, impossibile". Nel mirino degli studiosi le recenti prese di posizione critiche nei confronti del sistema europeo di scambio delle emissioni (Ets), considerato uno degli strumenti cardine della politica climatica dell’Unione europea. "L’attacco del governo al sistema Ets rischia di indebolire una politica che ha già dimostrato di ridurre le emissioni nei settori regolati, stimolare innovazione e accompagnare la transizione industriale a costi sostenibili. Per questo non ha senso presentarlo come un ostacolo per imprese e famiglie", sottolinea Stefano Caserini (Università di Parma). Secondo gli esperti, rallentare la decarbonizzazione renderebbe il Paese subalterno alle parti meno innovative dell’industria, con effetti strutturalmente negativi sulla competitività. "Innovazione e competitività sono oggi indissolubilmente legate alla decarbonizzazione - afferma Carlo Carraro (Università Ca’ Foscari Venezia) - Ostacolare la transizione espone le imprese a rischi tecnologici e finanziari crescenti e rende il Paese meno competitivo. Accelerare sulle rinnovabili significa invece rafforzare sicurezza energetica e capacità industriale". La lettera richiama infine la necessità di dare piena attuazione al Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici e di rispettare gli obiettivi europei di decarbonizzazione al 2050 e intermedi al 2040, già approvati anche dall’Italia in sede comunitaria. Per i firmatari, la crisi climatica rappresenta una sfida che richiede responsabilità condivisa e scelte coerenti con le evidenze scientifiche: rinviare o indebolire le politiche di mitigazione e adattamento significherebbe aumentare i costi economici e sociali per le generazioni presenti e future. "Politiche che mettano al centro incentivi ed investimenti per la transizione energetica e per l’adattamento ci aspettiamo trovino il consenso di tutte le forze politiche, perché deve essere comune l’accettazione dei risultati della scienza del clima e la responsabilità di fare la nostra doverosa parte per contribuire a contrastare la crisi climatica", concludono gli esperti.