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(Adnkronos) - Chi segue una dieta lo fa per ottenere in particolare un beneficio fisico. Si punta a perdere peso, ad agevolare il 'lavoro' del cuore, a tenere sotto controllo la pressione e contrastare magari il rischio di diabete. Molti regimi alimentari hanno come 'bonus' effetti positivi per l'attività cerebrale, che trae giovamento dalla riduzione dei processi infiammatori. Il tema è finito sotto i riflettori di un gruppo di ricercatori che hanno analizzato i dati raccolti in due studi relativi nel complesso a 160mila adulti, monitorati nei periodi 1986-2017 e 1986-2012, come si legge nel report pubblicato su JAMA Neurology. Gli studiosi hanno evidenziato che 6 modelli alimentari erano sostanzialmente associati a una minore probabilità di manifestare sintomi di declino cognitivo. Ma uno in particolare ha mostrato l'effetto maggiore: la dieta DASH, acronimo di Dietary Approaches to Stop Hypertension (Approcci dietetici per fermare l'ipertensione). Nello studio osservazionale, che quindi non certifica in maniera definitiva un legame causa-effetto, le persone che hanno seguito la dieta DASH in maniera rigorosa hanno presentato avuto un rischio inferiore del 41% di sperimentare un declino cognitivo rispetto a coloro che non l'hanno seguita con disciplina. Il dato non ha sorpreso gli esperti. La dieta DASH si concentra su frutta e verdura, cereali integrali e proteine magre, limitando al contempo sodio, zucchero e grassi saturi. È stata sviluppata quasi 30 anni fa da ricercatori finanziati dal National Heart, Lung, and Blood Institute negli Stati Uniti. La ricerca dimostrò che l'adozione di questo stile alimentare abbassava la pressione sanguigna e talvolta anche il colesterolo - entrambi fattori di rischio per malattie cardiovascolari - con risultati notevolmente differenti rispetto alle persone che continuavano a seguire una dieta tipicamente americana. Negli anni, il regime alimentare è stato ulteriormente studiato e associato, ad esempio, a un miglioramento dei sintomi dell'asma e a una minore probabilità di calcoli renali. "La dieta è anche associata a livelli più bassi di infiammazione, che gioca un ruolo significativo nel deterioramento cognitivo", ha affermato Christopher Weber, direttore senior delle iniziative scientifiche globali presso l'Alzheimer's Association. "L'attenzione della dieta DASH a verdura, frutta secca e cereali integrali, con la parallela limitazione dell'assunzione di sodio e zucchero, è stata collegata a una pressione sanguigna più bassa. L'ipertensione è un fattore di rischio riconosciuto per la demenza", ha spiegato il professor Kjetil Bjornevik, autore dello studio e docente di epidemiologia e nutrizione presso la Harvard T.H. Chan School of Public Health. La DASH "è anche ricca di antiossidanti e altri nutrienti che possono giovare alla salute del cervello", ha aggiunto. Come evidenzia il Washington Post, non solo la dieta DASH produce effetti positivi per il cervello. Un altro studio condotto nel marzo 2026 su 1.647 individui di mezza età e anziani ha rilevato che la dieta MIND – una combinazione della dieta DASH e della dieta mediterranea – è abbinata ad un declino più lento del volume totale di materia grigia: tale regime alimentare, in sostanza, potrebbe contribuire a ritardare l'invecchiamento strutturale del cervello. Alcune diete prese in considerazione dallo studio pubblicato su JAMA Neurology sono state elaborate con finalità specifiche: controllo della glicemia, della pressione sanguigna o dell'infiammazione, ad esempio. In generale, ogni regime alimentare 'sano' può produrre effetti positivi sull'attività cerebrale a giudicare dai dati disponibili. Sebbene la dieta DASH sia stata associata al maggiore beneficio cognitivo, anche gli altri modelli alimentari hanno avuto effetti positivi. I partecipanti che hanno seguito questi altri piani alimentari avevano una probabilità inferiore dall'11 al 35% di segnalare un declino cognitivo rispetto a coloro che non hanno seguito gli stessi modelli alimentari con lo stesso rigore. "Ciò che è stato incoraggiante è stata la coerenza tra i diversi modelli alimentari", ha affermato Bjornevik. "Questo suggerisce che non esista un solo approccio giusto, differenti strategie alimentari possono avere effetti benefici sulla salute cognitiva", ha aggiunto. Nello studio pubblicato su JAMA Neurology, le persone che hanno seguito più fedelmente questa dieta hanno avuto il rischio più basso di declino cognitivo, in particolare se hanno seguito il piano tra i 45 e i 54 anni. "Sebbene il declino cognitivo si manifesti in genere in età avanzata, i cambiamenti sottostanti nel cervello possono iniziare più di 20 anni prima che i sintomi diventino evidenti. La mezza età rappresenta una finestra critica per i fattori di rischio modificabili che influenzano la salute cognitiva in età avanzata", ha affermato Bjornevik. "Condizioni come l'ipertensione e il diabete si sviluppano e consolidano durante questo periodo: contrastarle con tempestività attraverso la dieta può contribuire a proteggere il cervello prima che si verifichino danni irreversibili". Per chi è abituato a mangiare secondo altri criteri meno salutari, il passaggio alla dieta DASH può essere 'traumatico' per certi versi. "Invece di stravolgere l'intera dieta, è opportuno concentrarsi sul passaggio graduale a un maggiore consumo di verdura, pesce e cereali integrali, riducendo al contempo carni lavorate e bevande zuccherate", il suggerimento di Bjornevik. "Piccoli cambiamenti sostenibili nel tempo sono più realistici e hanno maggiori probabilità di essere mantenuti". Il primo step? Scegliere le noci come spuntino al posto di uno snack. La 'metamorfosi' passa anche per la limitazione - se non eliminazione - di alcol, bevande zuccherate e alimenti ricchi di grassi saturi. Il regime alimentare - e non è una sorpresa - funziona ancora meglio se abbinato ad un'attività fisica anche moderata: almeno 30 minuti quasi tutti i giorni della settimana per completare l'opera.
(Adnkronos) - Imprese di Piemonte e Valle d’Aosta alle prese con crescenti difficoltà nel reperire personale. In questa macroarea su 100 assunzioni programmate solo 22 si concludono nei tempi previsti, mentre la maggioranza si chiude in tempi molto più lunghi (32) o scendendo a compromessi sul profilo individuato (30). Se nel 2019 circa il 14% delle imprese dichiarava di non riuscire ad assumere per la mancanza di candidati, nel 2025 la percentuale è salita al 33%. È quanto emerge dalla ricerca della Fondazione Studi consulenti del lavoro, 'Il mercato del lavoro in Piemonte-Val D’Aosta tra mismatch e carenza di profili', condotta su un campione significativo di consulenti del lavoro su dati UnionCamere-Ministero del Lavoro, che sarà presentata domani al Congresso interregionale della categoria. Secondo gli intervistati, alla base delle criticità, vi è la scarsità di candidati (60,8%) più che la mancanza di competenze specifiche (50,7%). A incidere su questa situazione sono soprattutto fattori strutturali, legati all’inverno demografico e alla fuga dei giovani all’estero. Rispetto a questo fenomeno, i dati contenuti nel rapporto evidenziano come la macroarea Piemonte/Valle D’Aosta sia uno dei territori che ha registrato negli ultimi anni la maggiore crescita dei trasferimenti dei giovanti italiani all’estero: tra 2019 e 2024 il numero dei laureati che ha lasciato la regione per un altro Paese è più che raddoppiato, passando da 1.793 a 3.676. L’uscita dal lavoro dei boomers, la componente più numerosa, si è inoltre accompagnata a una riduzione significativa della disponibilità potenziale di lavoro. Piemonte e Valle D’Aosta, così come gran parte del Nord Italia, registrano da anni una progressiva decrescita della popolazione attiva tra i 20 e i 65 anni: dal 2019 questa si è ridotta di 58 mila unità e per il 2040 il calo atteso è di circa 270 mila. Le difficoltà di recruiting (tra i profili più introvabili, operai specializzati, professioni tecniche e a elevata specializzazione, nonché dirigenti e quadri) stanno mettendo in ginocchio in modo particolare le piccole e medie imprese, che rappresentano la struttura portante del sistema produttivo locale. A rendere difficile il reperimento dei lavoratori sono soprattutto le retribuzioni meno competitive rispetto alle aziende più grandi (64,2%), minori opportunità di crescita professionale (57,7%) e modelli organizzativi più rigidi (34,3%), fattori che rendono più difficile attrarre nuovi lavoratori. Le conseguenze del mismatch si riflettono poi direttamente sull’organizzazione delle aziende: tra gli effetti più frequenti si registrano il sovraccarico di lavoro per il personale già in organico, segnalato dal 71,6% degli intervistati e l’aumento dei costi aziendali (60,4%). Per far fronte a queste difficoltà molte imprese stanno ripensando le proprie politiche di gestione del personale. Tra le strategie più diffuse emergono il rafforzamento del welfare aziendale, indicato dal 64,1% dei Consulenti del Lavoro la principale risposta al mismatch sia come leva di attrattività che come elemento di fidelizzazione dei dipendenti. Al secondo posto (49%) l’utilizzo di tirocinio e apprendistato per ampliare il bacino dei candidati e il 43,8% indica l’introduzione di una maggiore flessibilità negli orari di lavoro per rispondere alle aspettative di conciliazione vita-lavoro espressa soprattutto dalle generazioni più giovani.
(Adnkronos) - Con il 100% delle confezioni vendute in Italia progettate per essere riciclate, oltre il 50% dei materiali di packaging già riciclati a livello globale e un +45% di acqua riciclata e riutilizzata nel 2024 rispetto al 2022, Barilla continua a rafforzare il proprio impegno nella gestione responsabile delle risorse. Un percorso che l’azienda ribadisce in occasione della Giornata Mondiale del Riciclo (18 marzo) e della Giornata Mondiale dell’Acqua (22 marzo). Risorsa fondamentale per la produzione della pasta e per l’equilibrio degli ecosistemi, l’acqua rappresenta per Barilla un elemento centrale nella gestione sostenibile delle proprie attività. L’azienda - spiega l'azienda in una nota - lavora per ridurne progressivamente il consumo nei processi produttivi, promuovendo un uso responsabile della risorsa e favorendo pratiche di recupero, riciclo e riutilizzo all’interno degli stabilimenti e lungo la catena di approvvigionamento. A supporto di questo approccio integrato, il Gruppo ha adottato un Sistema di Gestione Ambientale conforme alla norma Uni En Iso 14001 e sviluppa da anni Analisi del Ciclo di Vita (Lca) dei propri prodotti, con particolare attenzione al Water Scarcity Index, che misura il consumo idrico in relazione alla disponibilità regionale di acqua. Negli stabilimenti l’acqua, che proviene principalmente da acquedotti, pozzi o acque superficiali, è costantemente monitorata per garantire il rispetto delle normative ambientali, mentre i sistemi di trattamento delle acque reflue sono sottoposti a rigorosi controlli per prevenire l’inquinamento. Ogni sito produttivo definisce obiettivi annuali di riduzione dei consumi idrici, monitorati mensilmente attraverso la Supply Chain Scorecard, la piattaforma globale che raccoglie gli indicatori ambientali del Gruppo. Il recupero e riutilizzo dell’acqua è sempre più rilevante: nel 2024 il volume totale di acqua riciclata e riutilizzata è cresciuto del 45% rispetto al 2022, con un incremento ancora più significativo nelle aree a rischio idrico, dove l’aumento ha raggiunto il 164%. Un contributo importante arriva dallo stabilimento di Rubbiano (PR), dedicato alla produzione di sughi e pesti: il miglioramento degli impianti di depurazione ha permesso di incrementare del 28% l’acqua riciclata nel solo 2024 e di recuperare oltre 62.000 m3 di acqua nel triennio 2022-2024 grazie a soluzioni avanzate di riciclo idrico. L’impegno si estende anche alla filiera agroalimentare, con collaborazioni volontarie con i fornitori di pomodoro e basilico per promuovere pratiche agricole più efficienti nell’uso delle risorse idriche. Guardando al futuro, Barilla continuerà a investire nell’efficienza idrica dei propri impianti: nello stabilimento di Rubbiano sono previsti interventi per oltre 5 milioni di euro nell’ambito dell’Energy & Water Plan, il programma da 168 milioni di euro avviato nel 2024, con l’obiettivo di aumentare del 250% l’indice di acqua riciclata nelle aree a maggiore stress idrico entro il 2030 rispetto al 2022. Uno degli esempi più tangibili della strategia di sostenibilità di Barilla riguarda il packaging, una sfida ambientale legata ai rifiuti generati e alle emissioni associate alla produzione. L’azienda lavora per migliorare la protezione del prodotto - riducendo lo spreco alimentare - e per aumentare l’impiego di materiali riciclati, diminuendo l’uso di fonti fossili. Oggi il 100% delle confezioni dei prodotti Barilla venduti in Italia (pasta, sughi e prodotti da forno) è progettato per essere riciclato. A livello globale, oltre il 50% dei materiali utilizzati nel packaging del Gruppo è riciclato, mentre il 71% delle confezioni è a base di carta e cartoncino. Questo percorso si fonda sui Principi del Packaging Sostenibile, introdotti nel 1997 e costantemente aggiornati. Tra gli obiettivi concreti, l’azienda si è data il traguardo di eliminare dal mercato entro il 2030 circa 4mila tonnellate di materiale di packaging grazie a progetti di re-design. Le confezioni di Pasta Barilla rappresentano un caso di riferimento nella progettazione di imballaggi che garantiscono sicurezza e qualità degli alimenti riducendo al contempo l’impatto ambientale. L’azienda utilizza ogni anno quasi 160mila tonnellate di carta e cartone provenienti da filiere forestali gestite in modo responsabile. Simbolo di questo impegno è la Blue Box, realizzata con cartoncino in fibra vergine proveniente da filiere gestite in modo sostenibile. A ciò si aggiunge l’uso di inchiostri a basso odore, che migliorano ulteriormente la riciclabilità nella filiera della carta. Un ulteriore passo significativo è stata l’eliminazione progressiva della finestrella di plastica dalle confezioni, che ha consentito di ridurre l’immissione sul mercato di plastica superflua per circa 126mila kg ogni anno.