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(Adnkronos) - Si è aperto oggi pomeriggio al Palariccione - Palazzo dei Congressi di Riccione il 25esimo congresso Acd - Area culturale dolore e cure palliative organizzato dalla Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva (Siaarti). Venticinque edizioni, oltre 400 specialisti da tutta Italia, 3 giorni di lavori fino al 10 aprile: la cerimonia inaugurale ha segnato l'avvio di un'edizione ricca di novità, con sessioni plenarie, tavole rotonde, ring, workshop pratici a numero chiuso e spazi dedicati ai giovani specialisti. Al centro dei lavori una domanda concreta: come si cura il dolore nel 2026? Dieci milioni di italiani convivono ogni giorno con il dolore cronico, una condizione che la medicina sa affrontare sempre meglio, ma che il sistema sanitario non riesce ancora a raggiungere in modo uniforme. E' anche su questo divario che il congresso intende fare il punto. In apertura un messaggio del ministro della Salute, Orazio Schillaci: "La terapia del dolore e le cure palliative sono oggi chiamate a misurarsi con le straordinarie evoluzioni della medicina e con le nuove frontiere dell'intelligenza artificiale che stanno aprendo scenari inediti, garantendo strumenti predittivi, terapie farmacologiche sempre più innovative e modelli personalizzati di cura. La sfida che abbiamo oggi davanti - le parole del ministro - è quella di saper essere al passo con queste innovazioni che rappresentano un alleato prezioso, ma non possono sostituire l’esperienza clinica, il bagaglio di competenze e soprattutto la capacità di relazione e di empatia del professionista sanitario. L'ambizione concreta è quella di costruire insieme un Ssn che sappia innovarsi, rafforzando la capacità di tutelare la dignità e la qualità della vita delle persone in ogni fase della malattia". "Il programma che abbiamo costruito - ha affermato Elena Bignami, presidente Siaarti e co-responsabile scientifica del congresso - riflette la nostra ambizione: portare in sala le evidenze più recenti, le tecnologie più promettenti e i casi clinici più stimolanti, con uno sguardo sempre rivolto alla pratica quotidiana e alla contaminazione dei saperi tra le diverse discipline. Grazie ai relatori, ai moderatori, alle aziende che ci hanno supportato e, soprattutto, ai partecipanti, che con la loro presenza rendono questo congresso possibile e vivo". Ha sottolineato in apertura dei lavori Silvia Natoli, responsabile dell'Area culturale dolore e cure palliative di Siaarti e co-responsabile scientifica del congresso: "Venticinque edizioni non sono soltanto un anniversario, sono la testimonianza di una comunità scientifica che ha saputo crescere, rinnovarsi e rispondere con rigore alle sfide di una disciplina in continua evoluzione. Quest'anno abbiamo dato spazio all'interdisciplinarietà anche nei workshop pratici - dove non ci saranno solo anestesisti e algologi tra i docenti - e alle comunicazioni orali degli abstract, per coinvolgere il più possibile la nostra comunità con l'obiettivo di essere sempre più numerosi e coesi". L'appuntamento "conferma una tendenza ormai consolidata - ha evidenziato Franco Marinangeli, responsabile del comitato del congresso Siaarti - Ogni anno oltre 400 professionisti scelgono il congresso Acd come appuntamento di riferimento, e il sostegno crescente dell'industria è il segnale più concreto del riconoscimento che questo evento ha guadagnato nel tempo. Non è un risultato scontato: è il frutto di 25 anni di lavoro serio, di una comunità che torna e porta con sé nuove generazioni", ha precisato. "Per l'Area culturale dolore di Siaarti" il congresso rappresenta "l'apice di un percorso formativo integrato e 'blended', in cui la solidità della ricerca scientifica si fonde con l'attività clinica per superare il paradosso tra il 'sapere senza fare' e il 'fare senza sapere' - ha detto Maurizio Marchesini, responsabile della sezione Siaarti di tecniche invasive e interventistiche - Abbiamo strutturato un programma a più livelli: per il neospecialista che si avvicina alla disciplina offriamo workshop 'hands-on' fondamentali per acquisire competenze tecniche e manualità in sicurezza; per l'esperto, invece, il congresso diventa un momento di alta consulenza su temi complessi come la gestione dei percorsi diagnostico-terapeutici (Pdta), l'ottimizzazione dei flussi organizzativi e l'analisi di Lea e Drg. Questa visione d'insieme garantisce una presa in carico del paziente tecnicamente d'eccellenza, organizzativamente efficiente e profondamente umana". Il 25esimo congresso Acd "conferma il ruolo centrale della terapia del dolore come disciplina altamente specialistica. La sfida - ha spiegato Massimo Innamorato, membro del comitato scientifico dell'Acd e direttore della Uoc Terapia antalgica dell'Ausl Romagna, dove guida anche il Programma contrasto dolore acuto e cronico del Dipartimento Neuroscienze - è tradurre l'innovazione in benefici reali, sostenibili e accessibili: le tecniche interventistiche, i percorsi integrati e il dialogo tra professionisti sono strumenti imprescindibili per migliorare la presa in carico. Il confronto tra esperienze cliniche diverse - come quello che avviene qui ogni anno - è ciò che permette di coniugare efficacia, sicurezza e sostenibilità nei modelli organizzativi". In apertura anche il saluto dell'onorevole Ilenia Malavasi, della XII Commissione della Camera: "Parlare di dolore, oggi, significa affrontare una delle sfide più complesse e delicate della medicina moderna - ha dichiarato - Perché non si tratta solo di individuare la molecola corretta o la tecnologia più avanzata, ma di riconoscere che dietro ogni sintomo c'è una storia individuale, una fragilità che chiede di essere ascoltata. A fronte dei progressi scientifici, dunque, il necessario percorso di umanizzazione non è un 'optional' assistenziale, né un semplice atto di gentilezza, ma un elemento clinico essenziale: significa, di fatto, trasformare il percorso di cura da una sequenza di protocolli a una vera e propria 'alleanza terapeutica'. In questo senso, il vostro impegno è prezioso: occuparsi del dolore significa restituire dignità e qualità di vita a chi, troppo spesso, rischia di sentirsi invisibile proprio nel momento della sofferenza e del maggior bisogno". Il programma delle 3 giornate spazia dall'intelligenza artificiale nella clinica del dolore alla medicina rigenerativa per rachide, articolazioni e tendini, fino al rapporto tra microbiota intestinale e dolore cronico. Tra i temi al centro del congresso anche l'impiego dei farmaci oppiacei nel dolore oncologico, con un focus sul fentanyl, oggi supportato da dispositivi spray nasali di nuova generazione in grado di rafforzare ulteriormente i livelli di sicurezza e appropriatezza terapeutica nei pazienti con dolore episodico intenso (BTcP), con ricadute positive anche in termini di fiducia nella gestione della terapia. Non mancano i temi più discussi: la fibromialgia con le sue sfide diagnostiche, la cannabis terapeutica in confronto aperto tra posizioni opposte, il dolore oncologico con i percorsi diagnostico-terapeutici regionali e le sfide della politerapia. Attenzione specifica alle popolazioni fragili: dolore in gravidanza, dolore pediatrico perioperatorio, paziente anziano. I lavori proseguono domani, 9 aprile, dalle 9 alle 18 , e si concludono venerdì 10 aprile alle 14 con la premiazione dei migliori abstract scientifici.
(Adnkronos) - C’è un dolce che più di ogni altro simboleggia la Pasqua: la colomba. Ma, al di là delle ricette e delle interpretazioni più o meno innnovative, esiste un vero e proprio rito, che non tutti conoscono: quello della degustazione. Parola di Dario Loison, alla guida della pasticceria veneta che porta il nome della famiglia che da tre generazioni la gestisce con la stessa passione. "Perché la colomba non si 'consuma' soltanto: si ascolta, si annusa, si legge nella sua trama e nel suo equilibrio. E soprattutto si condivide", spiega. "Nella degustazione si manifesta un aspetto che va oltre la tecnica: la colomba è un dolce che nasce per essere messo al centro. La sua forma stessa suggerisce un gesto collettivo, e l’esperienza si compie nella convivialità: si taglia, si passa, si commenta, si confrontano impressioni e ricordi. In un tempo in cui tutto corre, la colomba conserva una funzione rara: riunire. Raccontarla attraverso la grammatica del gusto significa restituire dignità a un piacere semplice: non 'mangiare un dolce', ma prendersi un momento. È qui che il grande classico si fa contemporaneo: nella capacità di essere familiare e, allo stesso tempo, sorprendente quando lo si ascolta davvero", afferma. Ecco allora svelato il metodo per una perfetta degustazione. L’assaggio efficace parte prima della bocca. "Un metodo semplice, replicabile da chiunque, aiuta a 'leggere' la colomba come si farebbe con un pane ricco o un dolce da forno importante, spiega Loison. Il primo passaggio è 'vedere': colore caldo e uniforme dell’impasto, struttura interna ariosa ma non fragile, superficie e glassa (tostatura, mandorle, granella). Il secondo è 'spezzare': il gesto rivela la consistenza reale, una porzione che si apre con elasticità e senza sbriciolarsi suggerisce coesione e morbidezza; se cede in briciole racconta una struttura più debole o un servizio non ideale. Terzp, 'annusare': avvicinando la porzione, si riconosce l’alfabeto aromatico (burro, vaniglia, agrumi, miele leggero, tostature della glassa) e l’olfatto anticipa gusto e persistenza. Fondamentale è l’equilibrio e la qualità. La colomba è un dolce 'ricco' ma non dovrebbe essere pesante. La chiave è l’equilibrio, sottolinea Loison, cioè il modo in cui si compongono quattro componenti: dolcezza, che deve essere netta ma non invadente, in quanto una dolcezza troppo alta appiattisce tutto e stanca; grassezza, quindi la nota lattica/burrosa che dà rotondità, ma funziona solo se non copre le altre note; freschezza aromatica, che spesso arriva dagli agrumi e dalla sensazione 'pulita' al palato ed è ciò che rende l’esperienza desiderabile anche al secondo morso; tostatura e croccantezza della glassa, che è il contrappunto, il dettaglio che dà ritmo, alternanza, contrasto. C'è poi il capitolo temperatura e taglio, due dettagli che decidono l’esperienza, assicura il maestro pasticcere: "Molte delusioni nascono non dal dolce, ma dal servizio". Sono due i fattori che cambiano radicalmente la resa al palato. Il primo è la temperatura: se la colomba è troppo fredda, le note aromatiche restano chiuse e al palato risulta più compatta; la temperatura di servizio ideale è intorno ai 30°C perché così sprigiona i profumi e diventa più 'viva'; basta un passaggio rapido in forno tiepido per riattivare gli aromi. Il secondo è il taglio, che non è solo estetica: è struttura: un coltello a lama lunga seghettata usata con movimenti leggeri evita di schiacciare la mollica e di spezzare la glassa, una forchetta da servizio agevolerà l’operazione; una fetta tagliata bene sembra più soffice perché mantiene aria e coesione. "Una colomba ben fatta - spiega ancora Loison - si riconosce da ciò che resta dopo il morso: una dolcezza composta, profumi nitidi, un finale pulito. L’avvolgenza è piena ma leggera, perché burro e aromi non si sovrappongono: si alternano. La mollica rimane soffice e coerente, senza sbriciolarsi; gli agrumi aprono, la vaniglia arrotonda, e la glassa chiude con una tostatura discreta che dà ritmo. Il palato non si satura: si riordina, si libera, invita a continuare. È una qualità che non ha bisogno di effetti: parla con precisione e lascia spazio. Per questo, quando il trancio finisce, viene naturale desiderarne un altro, non per golosità, ma per equilibrio". E come abbinarla al meglio? "La lettura del gusto della colomba non vive solo nel 'fine pasto con passito'. Oggi l’abbinamento può avere una funzione precisa: pulire, alleggerire, mettere a fuoco le note aromatiche", osserva. Spazio allora a tè neri e oolong, che accompagnano tostature e mandorla senza coprire, infusi agrumati o alle erbe, che valorizzano freschezza e profumi, caffè filtro o moka leggera, che crea contrasto amaro-dolce e asciuga la bocca, bollicine secche, perché la carbonica 'sgrassa' e rende la fetta più dinamica, e vini dolci, tipo una vendemmia tardiva non troppo zuccherina per evitare l’eccessivo effetto 'dolce su dolce'. "Viviamo tempi in cui tutto deve stupire: piatti, parole, persino i dolci. La colomba fatta bene fa l’opposto: non cerca applausi, cerca la seconda fetta. Vince per precisione, non per eccesso. L’arte dell’assaggio è rallentare e riconoscere. Se ti lascia spazio, ha già parlato", conclude Loison.
(Adnkronos) - Un percorso formativo avanzato sui temi Esg, economia circolare e sostenibilità, con un approccio multidisciplinare e orientato all’applicazione concreta nelle imprese: è questa la proposta di Safte - Scuola di Alta Formazione per la Transizione Ecologica, promossa da Italian Exhibition Group (Ecomondo) insieme all’Università di Bologna, con il patrocinio del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e della Regione Emilia-Romagna. L’iniziativa si avvale inoltre della collaborazione di partner quali Conai, Comieco e Ricrea, oltre al supporto di media partner tra cui Adnkronos, Rinnovabili, SolareB2B e altre testate specializzate. Prenderà il via il prossimo 17 aprile 2026 la quinta edizione della Scuola, rivolta a professionisti, imprese e pubbliche amministrazioni impegnati nei processi di sostenibilità. Il programma, in calendario fino al 10 luglio 2026, è progettato per fornire competenze avanzate e strumenti operativi per affrontare le sfide della transizione ecologica, integrando aspetti ambientali, economici e normativi e promuovendo una visione sistemica basata sui criteri Esg. Attraverso il contributo di docenti universitari, esperti e rappresentanti di istituzioni e imprese, Safte punta a formare figure professionali in grado di guidare l’innovazione e integrare la sostenibilità nelle strategie aziendali. Il percorso prevede inoltre momenti di confronto diretto con aziende e istituzioni, favorendo la condivisione di esperienze concrete.