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(Adnkronos) - Fabio Caressa risponde ad Antonio Cassano e bacchetta Lele Adani. Il giornalista sportivo è intervenuto per commentare le parole, piuttosto colorite, dell'ex attaccante, tra le altre, di Milan e Inter, che in una puntata del podcast Viva El Futbol aveva attaccato proprio il telecronista Sky e altri volti noti del giornalismo sportivo italiano. L'attacco di Cassano era stato frontale, facendo intendere che Caressa, come altri, volesse spingere Massimiliano Allegri verso la panchina della Nazionale italiana: "Io ho sentito uno schifo, faccio nome e cognome: Beppe Bergomi si candida per dare una mano. Ma non vi vergognate, la dignità non ce l'avete? Avete dignità zero", aveva urlato Cassano a Viva El Futbol, "voi coi vostri amici, i Caressa, i Bergomi, gli Zazzaroni e i Sabatini vi dovete vergognare: state portando il calcio nel baratro col vostro lecchinaggio a destra e a sinistra. Questo è lo schifo del calcio italiano: dobbiamo iniziare a fare piazza pulita, fuori tutti. Dobbiamo resettare con gente che ama il calcio e non i propri interessi". La risposta di Caressa a Cassano è stata lapidaria: "Molti mi dicono di rispondere a Cassano. Ma scusate, ma se voi camminaste su una strada, no? E sull'altro marciapiede c'è uno che vi urla degli insulti sgangherati, ma che fate? Vi fermate a parlarci?", ha chiesto il telecronista in un video pubblicato sul proprio canale YouTube, "ma no, tirate dritto, lo guardate con sorpresa e pensate 'poraccio, che finaccia', ma così è ridotto?". Più elaborato il pensiero che riguarda Adani, che oltre a essere fondatore di Viva El Futbol è anche opinionista Rai: "Noi, anch'io nel mio piccolo, siamo personaggi pubblici che rappresentano dei brand, perché comunque io lavoro per dei brand, per aziende importantissime", ha spiegato Caressa, "a Sky lavoro da 30 anni ed è normale che la mia faccia sia associata a quel brand. E quindi io devo tenere conto nelle cose che faccio pubblicamente che in piccola parte rappresento quell'azienda". "Siamo proprio proprio sicuri sicuri che uno che rappresenta un'azienda importantissima, che è un servizio pubblico, che ha decenni e decenni di storia di comunicazione, di giornalismo, non solo nello sport, ma anche nello sport, gloriosa, che ha insegnato a quelli della mia generazione come si fa questo mestiere con dei personaggi straordinari, siamo sicuri che per questa azienda sia giusto che accetti che un suo rappresentante importante sia presente settimanalmente in un posto dove si insultano regolarmente le persone senza che lui dica niente, dove anche lui insulta, ogni tanto come è capitato, come sapete bene, le persone? Siamo proprio sicuri?", ha continuato Caressa, "perché ogni azienda ha delle regole di comportamento. Io non do lezioni a nessuno, non le ho mai date. Non comincio certo alla mia età. Però non basta cambiare cappello perché i brand che rappresentiamo, ovunque andiamo, li portiamo qui sul petto come marchi della squadra".
(Adnkronos) - Porte aperte ai cittadini, iniziative culturali e progetti itineranti per raccontare il saper fare italiano: in occasione della Giornata nazionale del Made in Italy del 15 aprile, Barilla scende in campo con un programma articolato di attività su tutto il territorio nazionale. La ricorrenza, celebrata nel giorno della nascita di Leonardo da Vinci, rappresenta un momento simbolico per riconoscere il ruolo del Made in Italy nello sviluppo economico e culturale del Paese e per trasmettere il valore delle professioni artigianali e creative. Un patrimonio che oggi si misura anche nella capacità delle imprese italiane di affermarsi a livello internazionale non solo per la qualità dei prodotti, ma anche per affidabilità, innovazione e responsabilità. In questo scenario si inserisce il riconoscimento ottenuto da Barilla nel Global RepTrak® 100, lo studio condotto da RepTrak che analizza le aziende con la migliore reputazione a livello globale: per il terzo anno consecutivo il Gruppo è la prima azienda al mondo nel settore alimentare e, nel 2026, entra nella top 10 globale al 9° posto, guadagnando 16 posizioni rispetto all’anno precedente. Un risultato che riflette la capacità di coniugare qualità dei prodotti, visione industriale e responsabilità sociale. Tra le principali iniziative che il Gruppo porta avanti in occasione della Giornata, dal 14 al 17 aprile Barilla apre le porte del proprio pastificio di Parma e dell’Archivio storico con 'Porte aperte', offrendo a cittadini e studenti l’opportunità di entrare nei luoghi dove nascono i prodotti e di scoprire da vicino 149 anni di storia, innovazione e cultura alimentare. L’iniziativa si inserisce nel progetto territoriale promosso da Unione Parmense degli Industriali. Il racconto del saper fare italiano continua anche attraverso il volume 'Mulino Bianco. Come una volta, sempre', pubblicato da Rizzoli, che si inserisce nel più ampio percorso di celebrazione dei 50 anni del marchio Mulino Bianco. Un percorso che ha avuto uno dei suoi momenti centrali nella mostra 'Mulino Bianco: 50 anni di storia tra tradizione e innovazione', ospitata nel 2025 presso Palazzo Piacentini a Roma, sede del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. L’esposizione ha ripercorso l’evoluzione del brand dagli anni Settanta a oggi attraverso prodotti iconici, campagne pubblicitarie e oggetti entrati nel costume italiano valorizzando il patrimonio dell’Archivio storico Barilla. Sempre in occasione della Giornata, prosegue il Grand tour del Libro del Risparmio, progetto itinerante promosso da Fondazione Barilla che attraversa 11 città italiane con un’installazione artistica dedicata al tema dello spreco alimentare, trasformato in un’esperienza culturale e partecipativa capace di coinvolgere cittadini e comunità. Presente in oltre 100 Paesi, con 30 siti produttivi e una produzione annuale superiore ai 2 milioni di tonnellate tra pasta, sughi pronti e prodotti da forno, Barilla continua a investire in innovazione e nel miglioramento continuo dell’offerta, contribuendo a diffondere nel mondo i valori del Made in Italy.
(Adnkronos) - Che cos’è davvero l’ambiente? Non solo natura, ma un sistema complesso che include cultura, tradizioni, tecnologia e identità. È da qui che parte la riflessione di Vincenzo Pepe, ospite del podcast “Italia in transizione” di Adnkronos e Shared Ground. Professore ordinario di diritto ambientale alla Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, presidente di FareAmbiente e responsabile ambiente della Lega, Pepe propone una visione ampia e non riduzionista: "L’ambiente è “tutto ciò che ci circonda”: natura, ma anche opere dell’uomo, cultura, lingua, tradizioni". Non è dunque solo tutela delle risorse naturali, ma qualità della vita. E dentro questa qualità rientra anche la tecnologia, che – sottolinea – non va demonizzata, ma resa sostenibile. Uno dei punti centrali della puntata è il rapporto tra ambiente ed economia. Pepe rifiuta sia il negazionismo sia il catastrofismo, proponendo una terza via: il realismo. Il concetto chiave è semplice: “Rischio zero non esiste. Rifiuto zero non esiste". La sostenibilità, nella sua visione, è mitigazione del rischio: scegliere il rischio minore compatibile con una buona qualità della vita. Un’impostazione che si oppone tanto alla “decrescita felice” teorizzata da Serge Latouche, quanto agli approcci puramente produttivisti. Lo sviluppo è inevitabile – e necessario – ma deve essere governato. Nel confronto con Giorgio Rutelli, vicedirettore Adnkronos, emerge uno dei grandi dilemmi della transizione: chi deve guidarla? Da un lato il Green Deal europeo promosso dalla Commissione di Ursula von der Leyen, con il suo impianto regolatorio ambizioso; dall’altro le preoccupazioni industriali di Paesi come Italia e Germania. La risposta di Pepe non è ideologica: la sostenibilità parte dai comportamenti individuali, ma deve tradursi anche in scelte collettive informate da metodo scientifico, non “dalla pancia”. In questo quadro, critica sia gli eccessi regolatori sia le illusioni di autoregolazione del mercato. Il punto è trovare un equilibrio tra responsabilità individuale e politiche pubbliche efficaci. Uno dei passaggi più netti riguarda la scuola. Pepe denuncia l’assenza di una vera educazione ambientale: “Sappiamo tutto di Dante, ma non sappiamo come rapportarci quotidianamente con le risorse naturali". Per lui, l’educazione ambientale dovrebbe diventare una disciplina obbligatoria, una nuova forma di educazione civica capace di incidere sui comportamenti concreti: rifiuti, energia, consumi. La tecnologia è al centro della riflessione, ma sempre accompagnata da una domanda: come gestirne le conseguenze? L’esempio è quello dei rifiuti ospedalieri o radioattivi. Non possono essere eliminati, perché servono anche a salvare vite. Il problema diventa allora dove e come gestirli, evitando atteggiamenti come il “not in my backyard”. È qui che emerge la dimensione etica dell’ambientalismo: "Responsabilità significa accettare il problema e gestirlo, non spostarlo altrove", Sul cambiamento climatico, Pepe rifiuta sia il negazionismo sia l’allarmismo: sì alla riduzione delle emissioni, per la salute delle persone; ma anche attenzione all’adattamento, spesso trascurato nel dibattito pubblico. Cita i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità sulle morti legate alle polveri sottili per sottolineare un punto cruciale: le politiche ambientali servono anche a migliorare la salute qui e ora, indipendentemente dall’impatto globale. Uno dei passaggi più geopolitici riguarda il ruolo dell’Europa tra Stati Uniti e Cina. Secondo Pepe gli Stati Uniti tendono a un approccio più “negazionista”, la Cina combina uso intensivo di carbone e leadership nelle tecnologie green, l’Europa rischia di restare schiacciata. La soluzione? Realismo industriale e investimenti in ricerca, evitando sia la deindustrializzazione sia la dipendenza tecnologica. Sul tema energetico, Pepe è netto: serve un mix. Accanto a rinnovabili (solare, eolico, idroelettrico, geotermico), propone di investire anche nel nucleare: ricerca su fissione e fusione; sviluppo di piccoli reattori; riduzione della dipendenza dall’estero. L’Italia importa già energia nucleare da altri Paesi, senza produrla direttamente. Una contraddizione che, secondo Pepe, va affrontata. La conclusione della puntata: "La vera transizione non è solo energetica o ambientale, ma culturale". Serve tempo, gradualità e capacità di evitare effetti di rigetto sociale. Le politiche troppo spinte, senza consenso e senza realismo, rischiano infatti di produrre reazioni opposte. Anche i movimenti come quelli di Greta Thunberg – riconosce Pepe – hanno avuto il merito di portare il tema al centro, ma la fase successiva richiede pragmatismo. Il filo conduttore della puntata è chiaro: superare le polarizzazioni. Né catastrofismo né negazionismo, ma scienza al posto dell’ideologia, responsabilità al posto della rimozione, equilibrio tra sviluppo e sostenibilità. Un ambientalismo che, nelle parole di Pepe, è prima di tutto cura della “casa comune”, riprendendo l’insegnamento di Papa Francesco. E che si traduce in una domanda di fondo: qual è il rischio accettabile per vivere meglio, oggi e domani? YouTube: https://youtu.be/VQFB0n1K3ac?si=1G9aUzb__iXT_9kj Spotify: https://open.spotify.com/episode/6ICBNds4DypQu34puFsM1x?si=C7xd_IPkS127U5pWdOMPiA Podcast Adnkronos: https://podcast.adnkronos.com/podcast/ep-2-custodire-per-progredire-con-il-prof-vincenzo-pepe/