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(Adnkronos) - Non è necessario l'uso della forza affinché gli Stati Uniti "prendano il controllo" della Groenlandia, obiettivo reiterato più volte dal presidente Donald Trump nelle ultime settimane: l'acquisizione del territorio autonomo danese può avvenire sotto forma di progressivo assorbimento, in un'operazione che stravolge il normale copione novecentesco di espansione territoriale a favore di una formula "che sfuma i confini tra consenso, coercizione e capitolazione". Questo lo scenario tratteggiato da Jeremy Shapiro, direttore di ricerca dell'European Council on Foreign Relations e già consigliere per l'Eurasia nell'amministrazione di Barack Obama, in un articolo pubblicato sulla rivista statunitense Foreign Affairs che delinea come la Casa Bianca può ipoteticamente portare a termine un'annessione de facto dell'isola senza spargimenti di sangue e senza dover gestire le conseguenze di un'invasione. Nello scenario ipotetico di Shapiro, per cui l'autore conia la definizione di "geo-osmosi", Washington sfrutta una combinazione di investimenti strategici, appaltatori e ambiguità legali per trasformare l'annessione della Groenlandia in una realtà geopolitica compiuta entro il 2028. Il processo inizia con il passaggio "dal trolling alla verità", in cui l'interesse personale del presidente per l'isola artica viene convertito in una dottrina geopolitica ufficiale: i tre pilastri di questa visione sono la messa in sicurezza di risorse critiche (petrolio, gas e terre rare), l'espansione del raggio d'azione militare Usa nel territorio danese e la limitazione dell'influenza cinese e russa, obiettivi per i quali Trump rifiuta ogni compromesso che non preveda il controllo diretto della sovranità. Il secondo passo consiste nell'attuazione del progetto di assorbimento, evitando lo scontro militare aperto e prediligendo lo sfruttamento delle fragilità economiche e infrastrutturali della Groenlandia. Attraverso un piano presentato dall'amministrazione Trump come la "l'Iniziativa di riallineamento strategico del Nord", Washington inonda il territorio con un'ondata di aiuti di carattere ufficialmente civile, gestiti da consorzi di sviluppo e organizzazioni non governative, potenzialmente con legami con la Casa Bianca ma non ufficialmente affiliate a essa, allo scopo di favorire lo sviluppo locale potenziando l'infrastruttura civile, i servizi alla popolazione e lo sfruttamento delle risorse minerarie. Questo investimento, distribuito a livello locale, mira a "spostare silenziosamente le lealtà locali e imporre una dipendenza di bilancio", aggirando il forte dissenso della popolazione che teme l'erosione della propria cultura e del proprio sistema di sicurezza sociale. Anche se una tale operazione di influenza non passerebbe inosservata ai più, basterebbe trovare l'appoggio di alcuni funzionari governativi e leader groenlandesi frustrati dal paternalismo di Copenaghen e dai vincoli di bilancio, e dunque tentati dalle offerte statunitense. Da lì l'iniziativa Usa può iniziare a rimodellare la politica locale, già oggi perlopiù favorevole all'indipendenza dalla Danimarca, attraverso investimenti in media locali, sostegno a politici emergenti e la spinta di una narrazione dell'identità groenlandese in opposizione al "colonialismo" danese, ma compatibile con il patrocinio Usa. Questa strada non richiederebbe il consenso attivo della popolazione, scrive Shapiro, ma solo "alcuni collaboratori in mezzo a un senso generale di stanchezza e cinismo verso la politica tradizionale, un atteggiamento che la squadra di Donald Trump è abile nel seminare". Successivamente, la strategia punta a fare in modo che "la fedeltà segua la funzione" attraverso il sabotaggio delle rotte di rifornimento danesi e la creazione di crisi artificiali. Ritardi nelle spedizioni, strozzature mediche e inspiegabili interruzioni di internet possono spingere le autorità locali verso gli hub logistici statunitensi, gli unici in grado di offrire soluzioni immediate. Questo trasforma i militari degli Usa in attori umanitari necessari, permettendo loro di espandere la propria impronta sul territorio ben oltre la base di Pituffik e portando alla creazione di una sacca "sovranista" all'interno del parlamento groenlandese, pronto a esplorare partenariati alternativi alla Danimarca all'Ue. Questo "crepuscolo di sovranità", dove Nuuk è formalmente parte della Danimarca ma funzionalmente dipendente dagli Stati Uniti, può infine favorire l'invocazione del diritto all'autodeterminazione da parte delle autorità groenlandesi. Invece di un referendum rischioso, che sarebbe rigettato dai cittadini dell'isola, Washington spingerebbe per una dichiarazione di "autonomia provvisoria" e utilizzerebbe lettere di sostegno di funzionari compiacenti per legittimare l'invio di forze di sicurezza a Nuuk come se fossero state "invitate". Il processo sarebbe infine portato a compimento con la firma di un patto di libera associazione tra le due capitali, non dissimile da quello che gli Usa hanno instaurato con Paesi come la Micronesia o le Isole Marshall, e nell'innalzamento della bandiera degli Usa su nuovi uffici di collegamento, sancendo il passaggio della Groenlandia sotto l'autorità di difesa di Washington come una "zona economica speciale". Sarebbe così compiuto l'assorbimento del territorio tramite il controllo delle catene di approvvigionamento, con un'operazione che riscriverebbe le norme internazionali e fornirebbe alle altre potenze con impulsi espansionistici, Cina e Russia su tutti, un modello da emulare. Nel mentre, come nota il Guardian, gli attori europei coinvolti stanno vagliando diverse soluzioni per disinnescare la minaccia trumpiana di una presa di controllo dell'isola artica. Sul piano diplomatico e della sicurezza, gli sforzi si concentrano sull'aggiornamento dei trattati di difesa esistenti, sottolineando come la normativa attuale permetta già una massiccia espansione della presenza militare degli Usa senza violare la sovranità territoriale. Avvertendo che un attacco o un'annessione forzata segnerebbero "la fine della Nato", poiché rappresenterebbero un membro che si rivolta contro un alleato, i funzionari ipotizzano un potenziamento della spesa militare nell'Artico, l'aumento di esercitazioni nelle acque groenlandesi e l'avvio di operazioni modellate su "Baltic Sentry" ed "Eastern Sentry", le operazioni Nato volte a proteggere le aree del Mar Baltico e del confine est dell'alleanza, con un occhio di riguardo per le infrastrutture critiche, cercando così di smontare la retorica trumpiana sulla presunta infiltrazione massiccia di navi russe e cinesi. Parallelamente, l'Ue valuta l'uso di leve economiche e investimenti diretti per contrastare l'influenza statunitense, pur tra forti scetticismi sulla reale efficacia di tali misure. Sebbene il blocco disponga dello "strumento anti-coercizione" (soprannominato "bazooka commerciale") che potrebbe escludere beni e servizi Usa dal mercato dell'Ue, applicare dazi, privare Washington del diritti di proprietà intellettuale e bloccare gli investimenti statunitensi. Tuttavia, l'estrema dipendenza tecnologica europea (anche a livello militare) e il timore di compromettere il sostegno di Washington all'Ucraina rendono questa strada difficilmente percorribile, senza contare la necessità di un voto unanime a Ventisette per attivare lo strumento. Una strategia alternativa prevede il raddoppio dei sussidi annuali alla Groenlandia, ricorrendo a più denaro Ue per pareggiare i 530 milioni di euro forniti da Copenaghen a Nuuk ogni anno, per rispondere alle offerte miliardarie di Trump e dare modo ai groenlandesi di scegliere di preservare il proprio sistema di sicurezza sociale nordico e non cadere in mano alle multinazionali statunitensi una volta ottenuta l'indipendenza. Infine, l'Ue può considerare l'attivazione del dispiegamento rapido delle truppe europee, da dispiegare sull'isola come segnale dell'impegno per l'integrità territoriale della Groenlandia, mossa che non impedirebbe un'annessione militare Usa ma la renderebbe molto più complicata: Moreno Bertoldi e Marco Buti, membri dell'autorevole think tank europeo Bruegel, hanno spiegato alla testata che "lo spettacolo degli Usa che fanno prigioniere le truppe dei loro più stretti alleati rovinerebbe la credibilità degli Usa, ne macchierebbe la reputazione internazionale e influenzerebbe fortemente l'opinione pubblica e il Congresso degli Usa".
(Adnkronos) - Trenta studenti internazionali provenienti dai Paesi dell’area adriatica transfrontaliera parteciperanno alla winter school su 'Politiche e pratiche per un turismo sostenibile' organizzata dal 12 al 21 gennaio dall’università Lum 'Giuseppe Degennaro'. La winter school è interamente finanziata nell’ambito del Tne international mobility programme – health education and advanced learning through collaboration, opportunities, networking and educational connections in Balkans and Ssian countries, promosso dal ministero dell’Università e della Ricerca e sostenuto dall’Unione europea attraverso il programma NextGenerationEu, con l’obiettivo di rafforzare la mobilità internazionale, la qualità della formazione avanzata e il dialogo tra sistemi accademici. I partecipanti saranno accolti lunedì 12 gennaio, alle ore 10.30, dai saluti istituzionali di Massimo Salomone, presidente della sezione turismo di Confindustria Bari e Bat, con un intervento su 'Il futuro del turismo nel basso Adriatico: sfide e visioni sostenibili', e dall’avvocato Antonella Rago, direttrice generale dell’università Lum. "Con questa iniziativa – sottolinea la professoressa Patrizia Guida – l’università Lum 'Giuseppe Degennaro' rinnova e rafforza il proprio ruolo nella cooperazione accademica internazionale e nella formazione avanzata sui temi del turismo. Desidero ringraziare in modo particolare il Comitato scientifico, di cui fanno parte, oltre alla sottoscritta, la prof.ssa Simona Attollino, il prof. Pasquale Del Vecchio e la dott.ssa Oriana Bellissimo, per il lavoro condiviso, il confronto costante e il contributo scientifico e progettuale che hanno reso possibile la costruzione di un percorso formativo solido e innovativo". Il programma della winter school prevede sessanta ore di attività formative articolate in lezioni frontali, laboratori applicativi, project work, visite di studio e incontri con operatori del settore. Le attività sul campo interesseranno alcuni dei contesti più rappresentativi della Puglia – Bari, Trani e la Valle d’Itria, con tappe a Locorotondo, Alberobello e Martina Franca – offrendo ai partecipanti l’opportunità di confrontarsi direttamente con modelli di ospitalità sostenibile, valorizzazione del patrimonio culturale e sviluppo turistico integrato. L’impianto didattico della winter school si fonda su un approccio interdisciplinare, fortemente orientato alle politiche europee e alle buone pratiche territoriali, e vede il coinvolgimento di un corpo docente internazionale, tra cui le professoresse Eliana Laçei, Mirela Papa, Alma Hafizi e Lindita Kazazi. Il coordinamento scientifico e didattico è affidato alla prof.ssa Patrizia Guida, prorettrice con delega all’internazionalizzazione e Direttrice scientifica della Scuola di alta formazione sul turismo della School of management Lum, e alla prof.ssa Simona Attollino, professoressa associata di diritto e religione e direttrice scientifica dell’executive master in 'Turismo religioso e gestione smart dei beni culturali'. Il programma della winter school affronta temi di grande attualità quali le politiche europee per il turismo sostenibile, la digitalizzazione e lo smart tourism, l’economia circolare, lo slow tourism e il turismo interculturale, proponendo una lettura integrata dei processi di trasformazione del settore. Un filone di particolare rilievo è dedicato alla valorizzazione del patrimonio religioso e degli itinerari di pellegrinaggio, con approfondimenti sulle migrazioni di fede, sul ruolo storico degli ordini religiosi nei territori e sugli strumenti innovativi per promuovere l’esperienza del pellegrinaggio in chiave contemporanea.
(Adnkronos) - «Rendere il territorio più sano, più pulito e più biodiverso»: con questo obiettivo, cinque anni fa, è nato il Consorzio Forestale KilometroVerdeParma, che oggi celebra un traguardo storico con la messa a dimora del 100.000° albero. A sottolinearne il valore è Maria Paola Chiesi, presidente del Consorzio Forestale KilometroVerdeParma che definisce il risultato tutt’altro che scontato. «Ci siamo dati un obiettivo quantitativo perché è importante avere dei traguardi. Centomila alberi in cinque anni sembravano una sfida ambiziosa, e invece ce l’abbiamo fatta», afferma. Un successo reso possibile, spiega Chiesi, «grazie alla collaborazione delle istituzioni, dei privati, delle aziende, dei cittadini e delle associazioni», che rende questo risultato «il simbolo di una comunità che si prende cura di se stessa e del proprio territorio». La posa del Ginkgo biloba in viale Du Tillot segna anche l’avvio di un nuovo progetto: la nascita dell’arboreto urbano di Parma, concepito come museo a cielo aperto dedicato alla cura del territorio e alle generazioni future. È un Ginkgo biloba, pianta antichissima e straordinariamente resistente, a rappresentare il significato profondo del 100.000° albero piantato dal progetto KilometroVerdeParma. «La scelta non è casuale -spiega Maria Paola Chies-. Il ginkgo ci lega alla storia del pianeta: cresce lentamente, diventa imponente, ed è il simbolo di un amore per il territorio che richiede tempo ma si costruisce in modo solido». Chiesi ha aggiunto che l’albero messo a dimora in viale Du Tillot è anche il primo tassello dell’arboreto urbano, destinato a diventare «una grande biblioteca di alberi, con centinaia di specie diverse». Un progetto che guarda lontano e che nasce dalla partecipazione condivisa di cittadini, bambini, istituzioni e partner. «Prendersi cura oggi del territorio significa costruire benessere, qualità della vita e futuro per le generazioni che verranno», conclude.