(Adnkronos) - Decine di migliaia di italiani si trovano improvvisamente “incastrati” tra Emirati Arabi Uniti, Oman, Bahrein e Qatar: chi era arrivato per una vacanza al sole di Dubai, chi stava solo facendo scalo verso l’Asia o l’Oceania, chi lì vive e lavora da anni. Nel giro di poche ore, quella che per molti è la capitale globale del turismo e del transito aereo si è trasformata in una città sotto attacco, con scie di intercettori nel cielo e boati nella notte. E mentre l’Iran continua a lanciare missili e droni contro gli alleati degli Stati Uniti nel Golfo, l’incognita è una sola: quanto durerà questa sospensione forzata, e quanto è vicino il punto di rottura della stabilità regionale. Secondo i dati del governo italiano, nell’area mediorientale oggi sotto pressione si trovano oltre 58 mila connazionali, tra residenti e viaggiatori. A Dubai da sola si stima una comunità di circa 20 mila italiani stabili, a cui si aggiungono centinaia di turisti e passeggeri in transito rimasti bloccati per la chiusura a singhiozzo dello spazio aereo e la cancellazione di migliaia di voli. Il cuore del problema è proprio la funzione degli Emirati e del Qatar come hub globali: chi parte da Roma o Milano per Bangkok, Bali, Sydney o Tokyo passa quasi sempre da Dubai, Abu Dhabi o Doha. In queste ore negli aeroporti, nelle lounge e perfino nelle navi da crociera ferme in porto, si incrociano storie simili. C’è chi è partito per una vacanza sul Golfo e si ritrova in cabina a seguire le breaking news, in attesa di capire se e quando potrà essere imbarcato su un volo di rientro. C’è chi doveva sbarcare a Doha per prendere un volo serale per l’Italia e si è visto chiudere davanti, nel giro di pochi minuti, sia lo scalo qatariota che quello di partenza. E ci sono i residenti, dalla classe media degli expat alle professionalità più qualificate, che oscillano tra la volontà di rimanere al proprio posto di lavoro e la tentazione di mandare in anticipo famiglia e figli in Europa. La Farnesina ha attivato una task force dedicata, con l’Unità di crisi che invita a registrarsi, a mantenere i contatti con ambasciate e consolati e soprattutto a restare negli alloggi o negli hotel seguendo le indicazioni delle autorità locali. Il messaggio politico, per ora, è doppio: da un lato rassicurare – “non corrono gravi pericoli” – dall’altro preparare il terreno a un possibile rientro scaglionato, senza evocare ancora apertamente ponti aerei o evacuazioni straordinarie. Per comprendere il contesto in cui si muovono gli italiani sul posto occorre guardare al quadro più ampio del Golfo. Dopo il massiccio attacco congiunto Stati Uniti–Israele contro infrastrutture militari iraniane, Teheran ha risposto con una pioggia di missili balistici, missili da crociera e droni contro una serie di obiettivi nella regione. Non era mai accaduto nella storia che tutti i Paesi della regione fossero colpiti nello stesso momento. Nel mirino non ci sono formalmente le monarchie del Golfo, ma le basi americane, gli asset israeliani e le infrastrutture che supportano l’apparato militare occidentale. Il problema, però, è che queste strutture convivono con aeroporti civili, quartieri residenziali, hub energetici e finanziari che sostengono economie profondamente globalizzate. Gli Emirati Arabi Uniti, e in particolare Dubai e Abu Dhabi, dispongono di uno degli scudi aerei più sofisticati al mondo, con sistemi stratificati come Thaad, Patriot, batterie a corto raggio e difese dedicate ai droni. I numeri diffusi nelle ultime ore parlano di un tasso di intercettazione molto elevato, superiore al 90 per cento per missili e droni diretti contro il territorio emiratino. Ma la guerra moderna ha un effetto collaterale sottovalutato: anche quando lo scudo funziona, i detriti ricadono a terra. È così che si spiegano gli incendi sull'isola artificiale di Palm Jumeirah, i danni alle strutture aeroportuali e agli hotel di lusso come il 7 stelle Burj Al Arab, le vetrate infrante, e anche le prime vittime civili. Doha vive una situazione simile, seppur con numeri più contenuti. Il Qatar ha intercettato la maggior parte dei vettori diretti verso la base di Al Udeid, ma ha comunque registrato feriti per le schegge dei missili abbattuti e un clima di tensione che ha portato alla sospensione temporanea dei voli e allo spostamento delle lezioni scolastiche online. L’immagine di “porto sicuro” del Golfo, costruita per decenni su stabilità, neutralità diplomatica e potenza economica, è incrinata da un dato nuovo: la guerra può arrivare, anche solo per poche ore, sopra le teste di milioni di residenti e di visitatori internazionali. Nella crisi in corso l’Arabia Saudita è il grande attore che, per ora, cerca di restare un passo indietro rispetto al fronte diretto. Il regno ha già sperimentato sulla propria pelle quanto possano essere vulnerabili le sue infrastrutture: dall’attacco agli impianti di Abqaiq e Khurais nel 2019, attribuito alla combinazione di droni e missili di matrice iraniana, Riad ha investito massicciamente in sistemi di difesa aerea stratificati e in un coordinamento sempre più stretto con Washington. Anche in questi giorni lo spazio aereo saudita è parte integrante del quadro di rischio. Alcuni vettori iraniani hanno sorvolato o lambito l’area di responsabilità saudita, e il timore, a Riad, è duplice: da un lato la possibilità di errori di calcolo o di traiettorie che si trasformino in impatti sul territorio; dall’altro il ruolo dei proxy filo-iraniani nello Yemen, gli Houthi, che già in passato hanno colpito aeroporti, oleodotti e impianti petroliferi sauditi con droni e missili. Pur non essendo il bersaglio principale dell’ondata attuale, l’Arabia Saudita ospita infrastrutture energetiche e militari che restano tra gli obiettivi più sensibili di qualunque strategia di pressione iraniana. Per gli italiani e per gli altri stranieri che vivono o transitano nel regno, questo si traduce in una situazione di vigilanza alta ma non ancora in un blocco sistematico: i cieli sauditi restano una possibile valvola di sfogo per le riprotezioni, ma il margine di manovra dipende direttamente da quanto l’Arabia Saudita riuscirà a restare ai margini – e non al centro – della prossima fase del confronto. Al centro di questo scenario c’è una domanda chiave: quanto a lungo l’Iran può continuare a colpire? La risposta che emerge dalle analisi di think tank e media dell’area è che Teheran conserva una capacità significativa di attacchi a ondate, ma non illimitata. Prima dell’attuale crisi, le stime di intelligence parlavano di un arsenale di migliaia di missili balistici e di una produzione industriale in crescita, con l’obiettivo dichiarato di poter lanciare in futuro ondate massicce da migliaia di vettori. Gli attacchi degli ultimi giorni hanno già consumato una quota rilevante di questi stock, ma l’Iran non si affida solo alle scorte. Negli ultimi anni ha investito molto nel rafforzare il proprio complesso militare-industriale, nelle cosiddette “città dei missili” sotterranee e nella capacità di produrre droni kamikaze in serie. Dai messaggi dei Pasdaran emerge un elemento di fondo: Teheran sembra voler dimostrare che può proseguire questa campagna il tempo sufficiente a logorare le difese dei suoi avversari, più che annientare obiettivi specifici. Ma forse il vero moltiplicatore di potenza iraniano non è interno, bensì esterno: la rete di gruppi armati alleati che compongono l’“Asse della Resistenza”. Dallo Yemen delle milizie Houthi all’Iraq delle forze di mobilitazione popolare, fino a Hezbollah in Libano, Teheran ha costruito una cintura di proxy in grado di colpire basi americane, infrastrutture energetiche, rotte marittime e obiettivi israeliani su più fronti. In questo momento non tutti sono mobilitati al massimo livello, ma la possibilità che gli attacchi si estendano e si intensifichino tramite questi attori è uno degli scenari che più preoccupano le monarchie del Golfo. La logica di fondo è asimmetrica: un drone o un missile iraniano costa relativamente poco, un intercettore lanciato dai sistemi di difesa del Golfo o dagli Stati Uniti costa molto di più. È una guerra di inventari e di bilanci, in cui l’obiettivo non è necessariamente vincere una battaglia decisiva, ma consumare nel tempo le riserve e la capacità di resistenza dell’avversario. Le dichiarazioni pubbliche puntano a una linea di equilibrio complessa. Da un lato, Emirati e Qatar ribadiscono di non essere parte belligerante, insistono sul fatto che il loro territorio viene usato come piattaforma militare dagli alleati ma che le loro società restano aperte, ordinate, funzionanti. La parola d’ordine, sui media locali, è evitare il panico: mostrare immagini di intercettazioni efficaci, evidenziare la rapidità con cui gli incendi vengono domati, rassicurare sulla continuità dei servizi di base. Dall’altro lato, cresce l’irritazione per essere diventati, di fatto, il campo di battaglia altrui. Le prese di posizione di figure di spicco emiratine – che ricordano all’Iran che “la vostra guerra non è con i vicini” – esprimono l’insofferenza per una situazione in cui la scelta strategica di ospitare basi americane si traduce oggi nel pagare il prezzo politico, economico e psicologico degli attacchi di rappresaglia. Negli articoli di analisi pubblicati da media regionali emerge un leitmotiv: se le ondate iraniane dovessero continuare con la stessa intensità per un’intera settimana, la pressione interna e internazionale sui governi del Golfo per passare da spettatori colpiti ad attori militari veri e propri aumenterebbe sensibilmente. Lo stesso scenario è stato disegnato da Kobi Michael, esperto israeliano dell’Inss, in un’intervista all’Adnkronos . In altre parole, più l’Iran insisterà, più la possibilità che Emirati e Arabia Saudita partecipino a operazioni dirette contro obiettivi iraniani, o quantomeno diano mano più libera agli Stati Uniti, smetterà di essere un tabù. È questo il punto in cui una crisi “gestibile” può trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Guardando alle prossime 72 ore, lo scenario che si delinea nelle analisi dei media del Golfo e medio-orientali è fatto di biforcazioni molto nette. Una prima traiettoria è quella della de escalation controllata: l’Iran potrebbe considerare soddisfatta la propria esigenza di dimostrazione di forza e ridurre la frequenza degli attacchi, lasciando spazio a una mediazione diplomatica guidata da attori come Oman, Qatar e Turchia. In questo caso assisteremmo a una riapertura graduale e “a finestre” degli spazi aerei, con una lenta ripresa dei voli commerciali e, per gli italiani, a rientri scaglionati nell’arco di alcuni giorni, a partire da studenti, gruppi organizzati e categorie considerate più fragili. Un secondo scenario è quello dello stallo a bassa intensità: attacchi intermittenti, calibrati per mantenere la pressione ma senza superare la soglia oltre la quale gli Stati del Golfo si sentirebbero costretti a intervenire apertamente. Qui la parola chiave sarebbe incertezza: aeroporti che aprono e chiudono a seconda delle finestre di rischio, compagnie aeree che riprogrammano in corsa, viaggiatori costretti a prolungare la permanenza in hotel o presso amici e parenti. Per gli italiani vorrebbe dire permanenze forzate anche di una settimana o più, affidandosi a riprotezioni creative via scali alternativi come Mascate, Il Cairo, Riad o persino scali più lontani. Per chi arriva dall’Asia, visto che sono chiusi sia lo spazio aereo a nord (Russia) che al sud (Iran e Golfo) al momento l’unico “corridoio” percorribile è quello che passa dagli “stan” (Pakistan, Uzbekistan, Turkmenistan), sorvola l’Azerbaigian, e poi usa la Turchia come punto di scalo, con Istanbul al centro di un grande puzzle di voli riprotetti. Il terzo scenario, il più temuto, è quello dell’escalation regionale. In questa ipotesi, la combinazione tra persistenza degli attacchi iraniani, mobilitazione piena dei proxy e pressione interna porterebbe almeno alcuni Stati del Golfo ad accettare un ruolo più diretto in azioni contro l’Iran. A quel punto lo spazio aereo civile di gran parte della regione potrebbe essere chiuso o estremamente limitato per un periodo più lungo, e l’Italia – insieme ad altri Paesi europei – potrebbe trovarsi costretta a organizzare voli speciali, anche militari, con finestre temporali ristrette e priorità per categorie particolari di cittadini. Per ora, però, non siamo ancora a questo punto. Le città del Golfo non sono in uno stato di guerra totale: la vita continua, seppur con la nuova abitudine di alzare gli occhi al cielo quando si sente un boato. Per gli italiani che si trovano a Dubai, Abu Dhabi o Doha la sfida è gestire una crisi fatta di attese, informazioni frammentarie, decisioni da prendere in condizioni di incertezza. È una crisi che mette alla prova non solo le difese antimissile e le diplomazie, ma anche la fiducia in quei luoghi che, fino a ieri, erano le capitali indiscusse della sicurezza e della prevedibilità nel cuore di un Medio Oriente instabile. (di Giorgio Rutelli)
(Adnkronos) - Integrare la previdenza fin dalle prime fasi del percorso lavorativo, rendendola una componente stabile del welfare e uno strumento concreto per il futuro delle nuove generazioni. E' il messaggio emerso oggi dalla conferenza 'Il futuro della previdenza complementare è oggi: il ruolo strategico delle imprese', promosso dal Presidente della XI Commissione Lavoro Pubblico e Privato della Camera dei Deputati, Walter Rizzetto, con la partecipazione del sottosegretario al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Claudio Durigon, della consigliera dell’Ivass Rita D’Ecclesia, del consigliere esperto Cnel, Francesco Rotondi e dell’ad di Arca Fondi SGR, Ugo Loeser. L’incontro, tenutosi a Palazzo San Macuto, ha riunito istituzioni, operatori del settore previdenziale, imprese e direttori hr, per un confronto sugli scenari della previdenza complementare e sulle evoluzioni necessarie per rispondere ai cambiamenti demografici, economici e sociali del Paese. Walter Rizzetto ha affermato che "la prima sfida sulla previdenza complementare è culturale. Occorre rafforzare informazione, formazione ed educazione finanziaria su uno strumento ancora poco conosciuto e spesso sottovalutato. Tra i giovani, in particolare, le adesioni restano insufficienti, pur a fronte di una lieve crescita negli ultimi anni, ma in un contesto segnato da carriere discontinue, ingresso tardivo nel mercato del lavoro e calo demografico. Mettere lavoratrici e lavoratori nelle condizioni di comprenderne funzionamento, vantaggi fiscali e prospettive di lungo periodo significa consentire scelte realmente consapevoli. Il secondo pilastro previdenziale è una leva essenziale per garantire stabilità, sostenibilità e sicurezza economica ai lavoratori di oggi e di domani". Ugo Loeser ha analizzato alcune delle novità introdotte dalla Finanziaria 2026 – auto enrollment, life-cycle, flessibilità in uscita e portabilità – evidenziando come queste misure offrano benefici concreti agli aderenti, migliorando sia la fase di accumulo sia quella di decumulo, con vantaggi rilevanti in termini di rendimenti e di qualità del servizio. "La previdenza complementare - ha dichiarato Loeser - deve diventare uno strumento semplice, accessibile e vicino alle persone. Le novità introdotte con la legge di Bilancio hanno il potenziale di imprimere un impulso significativo al sistema, favorendo una partecipazione più ampia e consapevole". In questo contesto Patrizia Fontana ha presentato la nuova ricerca di Previverso, condotta su oltre 300 professionisti HR, che ha evidenziato margini di miglioramento nella conoscenza del quadro normativo che incide sulle scelte previdenziali: tra i profili senior solo il 14% ha dichiarato una preparazione completa, mentre l’80% degli intervistati ha dichiarato che la previdenza complementare ha il potenziale di diventare cultura d’impresa, ma ha sottolineato che il percorso è destinato a richiedere tempo e continuità, oltre ad un ruolo attivo della funzione hr. Previverso ha anticipato molte di queste tematiche. "L’esperienza di Previverso - ha ricordato Fontana - dimostra che l’educazione previdenziale funziona quando parte dai bisogni reali Il lavoro sviluppato con aziende e funzioni hr ha, infatti, permesso di accrescere la consapevolezza su questo tema centrale, aprendo la strada ad una maggiore diffusione dei fondi pensione". Nella medesima direzione sono andate le testimonianze dei direttori del personale, che hanno presentato le esperienze sviluppate con Previverso per accrescere la consapevolezza finanziaria delle nuove generazioni tramite programmi di formazione, condividendo best practice ed elaborando proposte nell’ottica di favorire una pianificazione previdenziale consapevole e di lungo termine. In quest’ottica i rappresentanti del mondo delle imprese hanno mostrato un diffuso apprezzamento per PreviYoung, iniziativa nata da un percorso di co-progettazione avviato nel 2024 con gli esperti hr di Aidp, che mira a rendere accessibile la previdenza complementare anche ai giovanissimi. Un progetto che valorizza bisogni reali: genitori attenti al futuro dei figli, aziende focalizzate sul benessere dei collaboratori e funzioni hr consapevoli del valore sociale ed educativo della formazione sulla previdenza. Una iniziativa che vede impegnate molte aziende italiane e branch di multinazionali come ABInBev, Emerson, SAS, Fastweb+Vodafone, Fortidia, TD Synnex, Swaroski, Kuehne + Nagel, Golmar, Italiaonline, Safety21, Sutter, Transcom e Sperlari. Dal dibattito è emerso, inoltre, che il modello formativo di Previverso - rivolto ai dipendenti e alle funzioni hr - è in grado di generare un impatto positivo su tre livelli: sulle persone, rafforzando la consapevolezza finanziaria, favorendo la stabilità economica individuale e incidendo positivamente sul benessere psicologico; sulle aziende, valorizzando il welfare in chiave ESG (dimensione sociale), supportando il futuro finanziario dei giovani dipendenti e rafforzando l’employer branding; sul sistema Paese, promuovendo la cultura della pianificazione nelle famiglie e contribuendo ad una maggiore resilienza economica e a un equilibrio più efficace del welfare. A chiusura dell’evento la consigliera dell’Ivass D’Ecclesia ha sottolineato che si assiste a un cambio di prospettiva nel modo in cui la previdenza entra nella vita delle imprese e dei lavoratori: "La previdenza complementare può diventare una leva strategica del welfare aziendale e uno strumento di attrazione del capitale umano. In questo contesto, la cultura finanziaria rappresenta un elemento imprescindibile di tutela: acquisirla significa essere in grado di valutare con consapevolezza le proprie esigenze di copertura previdenziale, orientando scelte informate e sostenibili nel lungo periodo".
(Adnkronos) - "Il 2026 è l’anno in cui la circolarità diventa una condizione strutturale per competere. Non è più un ambito specialistico o reputazionale: entra nei meccanismi economici, finanziari e industriali". Così Camilla Colucci, Ceo di Circularity, Società Benefit che accompagna le imprese nel percorso verso l’integrazione dei principi Esg nel proprio modello di business, ricostruisce con l'Adnkronos trend e tappe di questo 2026 sul fronte dell'economia circolare, individuando sfide e opportunità per il settore. "Tre passaggi sono decisivi - spiega - Il primo è l’entrata in applicazione operativa di norme chiave come il regolamento Ppwr sugli imballaggi, il diritto alla riparazione, l’estensione dell’Ecodesign e il Digital Product Passport previsti dall’Espr (Ecodesign for Sustainable Products Regulation). La progettazione dei prodotti cambia: riciclabilità reale, contenuto di riciclato, tracciabilità e dati diventano requisiti di mercato". Il secondo elemento è "la centralità delle filiere e delle materie prime seconde. Il 2026 consolida l’idea che il riciclo non sia solo gestione del rifiuto, ma leva di autonomia industriale e geopolitica, in coerenza con il Critical Raw Materials Act e gli obiettivi europei di copertura del fabbisogno tramite riciclo". Il terzo passaggio "riguarda la misurazione. Standard come la UNI/TS 11820 e l’allineamento agli indicatori europei rendono la circolarità auditabile. Finanza, banche e clienti chiedono Kpi, evidenze, Lca (Life Cycle Assessment) e coerenza con Tassonomia Ue e Csrd. È il passaggio definitivo da narrativa a governance". In questo quadro, prosegue, "l’Italia parte da una posizione di forza: se parliamo di riciclo, siamo leader europei nel tasso di utilizzo circolare di materia dopo l’Olanda e il Belgio (21,6% contro una media Ue del 12,2% nel 2024) e superiamo già oggi i target Ue sul riciclo degli imballaggi. Tuttavia, le criticità non mancano. La filiera della plastica è un caso emblematico: a fronte di buoni volumi di raccolta, persistono squilibri tra domanda e offerta di materiale riciclato e problemi di competitività industriale. Un’altra sfida cruciale riguarda i Raee e le batterie: i tassi di raccolta restano lontani dagli obiettivi europei". Infine, "la dipendenza dalle importazioni di materiali, cresciute in valore in modo significativo negli ultimi anni, espone le imprese a volatilità e rischi geopolitici, per cui integrare la circolarità nella gestione del rischio supply chain diventa una priorità". Per le imprese italiane "la vera sfida sarà integrare la circolarità nei processi core come procurement, progettazione, contrattualistica, gestione del rischio e non trattarla come funzione separata o solo reputazionale. Gli impatti potenziali sono chiari: maggiore efficienza operativa, miglior accesso al credito ma anche maggiore esposizione a rischi normativi e di non conformità per chi non si adegua". In vista di queste tappe fondamentali, Circularity ha pubblicato la Circularity Trend Guide 2026, una guida gratuita che anticipa e analizza i dieci trend chiave che caratterizzeranno il 2026 nell’economia circolare. "La Circularity Trend Guide 2026 nasce per supportare le imprese nel tradurre un quadro normativo e di mercato complesso in una roadmap operativa - spiega Colucci - Non è un documento teorico: mette insieme radar normativo, numeri chiave, implicazioni concrete e azioni pratiche per le imprese. Abbiamo strutturato la guida attorno a dieci trend che coprono packaging, materie prime seconde, digitalizzazione dei dati, procurement circolare, benefici economici e qualità dei flussi. L’obiettivo è aiutare le aziende a passare dal 'fare iniziative' al costruire sistemi di gestione con Kpi chiari, data owner, clausole contrattuali, business case, accordi di filiera. Solo così la circolarità diventa leva industriale e non costo aggiuntivo". Perché "il 2026 è anche l’anno in cui la circolarità entra definitivamente nei business plan". "I dati mostrano che le imprese che investono in sostenibilità ed economia circolare registrano riduzioni dei costi operativi, miglioramenti di redditività e, in molti casi, un accesso al credito più favorevole. In parallelo, cresce il rischio di greenwashing: senza dati, Lca e standard riconosciuti, le dichiarazioni ambientali possono trasformarsi in un boomerang reputazionale e normativo - conclude - La circolarità non è quindi solo un tema ambientale: è una strategia di resilienza industriale. Integrare dati, tecnologia, progettazione e filiera significa ridurre dipendenze, aumentare efficienza e rafforzare la credibilità sul mercato. La nostra ambizione, come Circularity, è quella di accompagnare le imprese in questo passaggio: dal rispetto delle regole alla costruzione di un vantaggio competitivo duraturo".