INFORMAZIONIFranca Perricone |
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(Adnkronos) - Nel caso venisse eletto sarebbe il più giovane sindaco di Venezia di sempre. Simone Venturini, 38 anni, candidato del centrodestra, fa parte di quella generazione di trenta-quarantenni che nel Veneto oggi guida la Regione con Alberto Stefani, Treviso con Mario Conte e Bassano del Grappa con Nicola Finco. “Una certa alleanza generazionale ma anche una certa omogeneità di appartenenza allo stesso schieramento politico credo sia un vantaggio anche per Venezia”, risponde all’Adnkronos che lo è andato a trovare nella ‘sua’ Marghera dov’è nato e cresciuto. “Credo che se il sindaco di Venezia ha il numero di telefono della premier, del vicepresidente della Commissione europea, dei ministri o degli assessori regionali sia un vantaggio per una città che ha bisogno di una cooperazione a più livelli. Non avrebbe senso collocarla in opposizione”. Dopo qualche indecisione sul suo nome - “vero, si è attesa qualche settimana perché tutte le ‘anime’ fossero convinte e ci fosse una visione comune e totale sul programma, per evitare di sparare nomi alla garibaldina” – tutti i partiti (Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia, Noi moderati, Partito dei veneti) hanno deciso di puntare su un candidato “abbastanza conosciuto in città” anche se lui correrà con la sua Lista civica Venturini Sindaco, piena di giovani. “Non sono un giovanilista e non credo che la rottamazione sia un valore di per sé ma la mia collocazione valoriale è chiara. D’altronde io vengo dai giovani dell’Udc e non mi sono mai mosso da là, tant’è vero che non appartengo a nessun partito - spiega - La mia civica sarà aperta alla società civile, a persone con background diversissimi tra loro e non unicamente di centrodestra: parleremo molto al centro e al centrosinistra. Ho solo chiesto ai partiti di proporre nomi di qualità. Detto questo, è giusto che in consiglio comunale ci siano rappresentanti di tutte le estrazioni sociali e fasce d’età, oggi non è così”. Per Venturini il valore più grande di una buona amministrazione è “il pragmatismo e non l’ancoraggio a un’ideologia ormai fuori dal tempo. Io sono per ascoltare tutti e trattenere le migliori idee, a prescindere da chi le proponga e che tessera di partito abbia”. Inevitabile chiedergli se non tema un certo effetto Brugnaro, di cui è assessore da 11 anni. “Siamo un paese che fa uso della giustizia in chiave politica e quindi, da questo punto di vista, non mi stupisce il fatto che il centrosinistra provi a cavalcare l'anti-brugnarismo. È il loro unico collante e dimostra anche una certa assenza di idee, nonostante siano partiti un anno e mezzo fa pensando già al dopo Brugnaro che non si poteva ricandidare. Ma ci sono già le prime crepe su questioni importanti per la città. La nostra coalizione è più granitica, non sta insieme per essere l’anti-qualcosa”, risponde deciso. E rivendica una certa differenza di stile: “Io mi sono impegnato a fare una campagna totalmente col sorriso, senza mai scadere nell'aggressività o nel rancore, ma purtroppo devo registrare che dall'altra parte questo impegno non c'è. È bastato fare una conferenza stampa allegra e col sorriso e subito sono partiti i comunicati stampa malmostosi e acidi. Ne prendo atto, da parte mia voglio fare una campagna elettorale in cui parlo delle mie idee e non attaccare le altre persone sul piano personale”. All’avversario principale dedica però un pensiero: “Andrea Martella è una persona degna e seria, anche se è però espressione dell’apparato di un partito distante ormai dagli strati popolari. Forse è la migliore scelta che potevano fare al loro interno, ma amministrare un territorio vuol dire essere ogni giorno alle prese con fognature che non funzionano, problemi alle case popolari, e mille altre cose che richiedono che ti sporchi le mani. Certo poi ti capita anche di incontrare l’ambasciatore inglese, ma è tutt’altra cosa che spingere il pulsante due volte a settimana in Senato. Ho molta paura di una città che torna indietro non solo nelle idee, ma anche negli interpreti". Nel programma di Simone Venturini, candidato sindaco del centrodestra a Venezia, non c’è solo l’impegno a continuare - “meglio, far evolvere” - le politiche degli ultimi 11 anni “ma anche il dovere di pensare in grande, come si è fatto per il Bosco dello Sport che finalmente dopo 40 anni darà a Venezia degli impianti di livello europeo”. Per Mestre sta pensando “a un’operazione di architettura contemporanea ‘forte’ come il Guggenheim a Bilbao, che non si riduca al mero recupero di un immobile - spiega in un'intervista all'Adnkronos - Mestre ha bisogno di una buona ordinaria amministrazione e di uno straordinario impegno nel recupero delle sue zone degradate, ma merita anche un’attenzione particolare e c’è il bisogno di pensare e sognare in grande. Come fu per il Mose, quello contestato da coloro che si candidano a governare Venezia dopo averlo avversato per 30 anni”. Su Venezia il discorso è altrettanto dirompente per certi versi, perché apre alle automobili: “Sì, ma solo a quelle di chi a Venezia ci vuole abitare ma lavora fuori. Perché c’è un problema di case ma anche di mobilità. Quindi il garage comunale va destinato ai soli residenti – precisa Venturini – E col presidente del porto parlerò di riutilizzare allo stesso scopo anche tutto il waterfront di San Basilio, della Scomenzera e dell’ex Capitaneria di porto. Venezia oggi vive di turismo e di pubblico impiego, ma ha bisogno anche di una terza gamba che sono gli investimenti privati. Farò una task force - anticipa - con tutte quelle persone che sono già a Venezia, che sono veneziani, che si sono trasferite qui o che amano Venezia ma abitano altrove ma che hanno rapporti col mondo perché ci aiutino a portare qui i migliori investimenti in termini lavorativi, in tecnologia, ricerca, per portare posti di lavoro ad alto valore aggiunto sia a Venezia, per alcuni tipi di produzione, sia, per quanto riguarda la parte più industriale, a Porto Marghera dove ci sono già segnali importanti di aziende dal know-how interessante ma che vanno consolidati. Certo, se sei l’amministrazione del no è difficile che un imprenditore segua le tue bizze, come per il buco nero dell’Umberto I che speriamo di portare a compimento”.
(Adnkronos) - Il decreto sui Fondi interprofessionali ridisegna la governance: nuovi standard, più controlli e apertura a risorse integrative: la riforma cambia equilibri e modelli operativi del sistema. La sfida diventa quindi costruire un sistema capace di garantire trasparenza e controllo senza ridurre la capacità dei Fondi di rispondere rapidamente ai fabbisogni reali di imprese e lavoratori. "Il decreto introduce un sistema di regole più strutturato e vincolante, destinato a incidere non solo sugli aspetti amministrativi ma anche sugli equilibri del 'quasi mercato' e sulla concorrenza tra Fondi", spiega Giovanni Galvan, esperto di politiche attive del lavoro. "Si apre una fase di transizione in cui sarà determinante comprendere come le nuove disposizioni verranno applicate operativamente e quale impatto avranno su imprese ed enti di formazione", aggiunge. In un contesto segnato da transizione digitale, diffusione dell’intelligenza artificiale e ridefinizione dei fabbisogni professionali, la formazione finanziata torna così al centro delle politiche industriali e del lavoro, configurandosi sempre più come infrastruttura strategica per la competitività del sistema produttivo. Per offrire una lettura tecnica ed economica degli effetti della riforma, il 25 marzo a Roma, presso l’Università degli Studi Link (via del Casale di San Pio V), si terrà il Symposium della Formazione Finanziata, realizzato da Ecosistema Formazione Italia in collaborazione con lo Studio Galvan, tra i principali osservatori tecnici sulle politiche attive del lavoro e sul funzionamento dei Fondi interprofessionali. L’incontro riunirà rappresentanti istituzionali, Fondi, imprese ed enti di formazione per analizzare i principali nodi aperti dalla nuova normativa: sostenibilità del comparto, evoluzione delle dinamiche di mercato, interoperabilità digitale, certificazione delle competenze, ruolo dell’intelligenza artificiale e integrazione tra risorse pubbliche e private. "La riforma rende evidente come la formazione continua non sia più soltanto uno strumento di aggiornamento professionale, ma un’infrastruttura economica strategica per lo sviluppo del Sistema Paese", sottolinea Kevin Giorgis, presidente di Ecosistema Formazione Italia. "Il Symposium nasce proprio per favorire un confronto operativo tra istituzioni e operatori in una fase di ridefinizione del sistema delle competenze", aggiunge. L’evento, che si svolgerà a numero chiuso su invito, è fortemente voluto dagli attori di riferimento del settore e realizzato con la partecipazione attiva del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, del ministero dell’Università e della Ricerca, Inapp, Sviluppo Lavoro Italia, con il patrocinio del ministero delle Imprese e del Made in Italy, Regione Lazio, Comune di Roma, Aran Agenzia, Unioncamere e sostenuto da Coursera, Optimum Assessmen e Dokimazo. Al dibattito e ai diversi tavoli tematici tecnici saranno presenti la maggior parte dei Fondi Interprofessionali. La lista completa dei Fondi, dei partecipanti e il programma al link Symposium Formazione 2026 di Ecosistema Formazione Italia Il Symposium rappresenta un momento di confronto promosso da Efi, Ecosistema Formazione Italia, con la volontà di diventare piattaforma permanente di dialogo tra attori pubblici e privati del sistema delle competenze e si colloca in modo sinergico e complementare rispetto all’Innovation training summit, di cui rappresenta il momento preparatorio e di approfondimento specifico quanto strategico, nel giorno precedente l’apertura ufficiale dell’edizione 2026. L’Innovation training summit, giunto alla sua terza edizione, si terrà a Roma il 26 e 27 marzo presso l’Auditorium della Tecnica. E' l’evento di riferimento a livello nazionale e internazionale dedicato all’innovazione nella formazione, allo sviluppo delle competenze e al futuro del lavoro. Riunisce istituzioni, imprese e principali operatori del settore, enti di formazione, professionisti hr, startup Edtech e HRtech, rappresentanti della finanza e fondi di investimento. Con 250 relatori nazionali e internazionali e oltre 3.500 partecipanti, l’evento rappresenta il momento di sintesi del percorso avviato da Efi sul ruolo strategico della formazione per lo sviluppo del capitale umano e per accompagnare le trasformazioni economiche e produttive, rafforzando la competitività del Sistema Paese.
(Adnkronos) - “L'Italia è un Paese emergente dopo il fenomeno della saturazione dei Flapd europei, gli hub di Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi, Dublino dedicati ai data center”. A dirlo, in occasione di Key – The Energy Transition Expo a Rimini, è Virginia Canazza, esperta di Data Center e partner di Key To Energy, advisory firm specializzata nella consulenza relativa alle attività della filiera dell’energia. (VIDEO) La kermesse, in svolgimento fino al 6 marzo nei padiglioni della fiera di Rimini e firmata Ieg - Italian Exhibition Group, si conferma punto di riferimento per gli attori della transizione energetica in Europa, Africa e nel bacino del Mediterraneo. “Il tasso di crescita dei data center è sostenuto, circa il 16-20% all'anno, con il 68% concentrato in Lombardia, in particolare nell’area di Milano - prosegue - Ad oggi, i consumi sono pari a circa 4,5 Twh, corrispondenti a circa un gigawatt di potenza elettrica installata e 600 megawatt di potenza It. Il trend di crescita potrà essere ancora più sostenuto nel prossimo futuro, arrivando a richiedere una copertura energetica da due a quattro volte superiore all’attuale fabbisogno entro il 2030. Circa 1,6 gigawatt di nuovi progetti, guardando alla pipeline di quelli in fase avanzata di sviluppo, potranno essere operativi entro il 2028-2029. Il trend di crescita italiano relativo ai data center” pone il Paese in una condizione di competitività “rispetto ai trend monitorabili a livello europeo e globale”. Nata nel 2007 per supportare partner pubblici e privati nel percorso di evoluzione del sistema energetico, nell’attuazione delle scelte, nel monitoraggio dei risultati e nel rispetto dei principali indicatori di sostenibilità, Key to Energy ha da allora realizzato oltre 1.000 progetti, per un totale di 40.000 MW e un controvalore di 20 miliardi di euro, collaborando con i principali attori industriali e finanziari del settore energetico. Sostenuta da una profonda conoscenza delle dinamiche aziendali e di mercato; l'advisory firm è in grado di sviluppare soluzioni tailor-made ad alto valore aggiunto, progettate per ottimizzare l’efficienza energetica, valorizzare le energie rinnovabili e mitigare i rischi. “I data center, come grandi centri di consumo che stanno evolvendo verso dimensioni sempre maggiori con una velocità di sviluppo che va accentuandosi, vedono l'energia come un asset strategico - spiega - Sono molteplici le opzioni per un approvvigionamento energetico nel mercato italiano che siano competitive e sostenibili e che possano anche mitigare l'esposizione a una sempre crescente volatilità dei mercati - precisa - Ci sono strumenti patrimoniali basati sull'acquisizione e la proprietà di asset di generazione per coprire i propri consumi ma sono disponibili anche schemi commerciali che, attraverso contratti di medio-lungo termine, possono mitigare l'esposizione al rischio del mercato”. Quando “i centri di consumo si sviluppano con una velocità maggiore di quello che è l'adeguamento infrastrutturale del sistema, si pongono delle tematiche relative alla necessità di uno stretto coordinamento” volto all’integrazione delle reti esistenti con “quelle della transizione energetica, e quindi delle rinnovabili - conclude - e con questa nuova componente di domanda. Per massimizzare i benefici, l’evoluzione e l'integrazione progressiva e sostenibile devono basarsi su un approccio sinergico”.