(Adnkronos) - Non solo un big killer per l'uomo. Il cancro è una delle principali cause di malattia e morte anche nei gatti. Eppure è un aspetto ancora relativamente inesplorato. Grazie a un nuovo studio pubblicato sulla rivista 'Science', però, ora la genetica dei tumori felini non è più una 'scatola nera'. Un team di ricercatori ha sequenziato e mappato i geni cancerogeni in quasi 500 (493) campioni provenienti da 13 diversi tipi di cancro felino. Gli scienziati hanno analizzato parallelamente anche il tessuto di controllo sano, ottenendo un quadro più chiaro dell'oncogenoma felino e confrontando i geni con mutazioni cancerogene note negli esseri umani. Lo studio, spiegano gli esperti, segna la prima volta che i tumori felini vengono profilati geneticamente su larga scala, e potrebbe contribuire alla comprensione del cancro anche nell'uomo, costituendo la base per una risorsa accessibile gratuitamente ad altri scienziati. "Nonostante i gatti domestici siano animali domestici comuni, fino ad ora si sapeva molto poco sulla genetica del cancro in questi animali", afferma Geoffrey Wood, professore di patobiologia all'Università di Guelph, in Canada, e coautore senior dello studio internazionale. I campioni tumorali sono stati prelevato in gatti provenienti da cinque Paesi. I ricercatori hanno esplorato i cambiamenti genetici che determinano la formazione del cancro nei gatti, riscontrando un numero notevole di somiglianze tra quelli presenti nei tumori umani e canini. Hanno identificato specifici geni 'driver' che portano allo sviluppo di alcuni tipi di cancro, tra cui i tumori al seno aggressivi. Il gene driver più comune nel cancro mammario del gatto era FBXW7. Oltre il 50% dei tumori felini presentava una mutazione in questo gene. Negli esseri umani, le mutazioni nel gene FBXW7 nel tumore al seno sono associate a una prognosi peggiore, analogamente al cambiamento osservato nei gatti. Altre somiglianze con mutazioni driver umane sono state osservate nei tumori del sangue, delle ossa, dei polmoni, della pelle, del tratto gastrointestinale e del sistema nervoso centrale. E poiché i gatti sono esposti a molti degli stessi rischi ambientali legati al cancro dei loro proprietari, alcune cause potrebbero essere in parte condivise, ragionano gli esperti. "Questo studio può aiutarci a capire meglio perché il cancro si sviluppa nei gatti e negli esseri umani e come il mondo che ci circonda influenzi il rischio e, possibilmente, a trovare nuovi modi per prevenirlo e curarlo", ragiona Wood. I ricercatori hanno anche visto che alcuni farmaci chemioterapici erano più efficaci nei tumori mammari dei gatti con il gene FBXW7 mutato. Sebbene osservata solo in campioni di tessuto, questa scoperta potrebbe aprire nuove strade alla terapia del cancro al seno in tutte le specie. "Avere accesso a un set così ampio di tessuti donati ci ha permesso di valutare le risposte ai farmaci in tutti i tipi di tumore", evidenzia Sven Rottenberg, coautore senior dell'Università di Berna, "in un modo che non era mai stato possibile prima su questa scala". E "quando la conoscenza e i dati fluiscono tra discipline diverse, ne possiamo trarre beneficio tutti", assicura Bailey Francis, co-autore principale del Wellcome Sanger Institute, secondo cui la ricerca potrebbe rivelarsi utile anche per i cani. "Ora - sottolinea Louise Van Der Weyden, autrice principale del Wellcome Sanger Institute, indicando le aree di ricerca futura - possiamo cominciare a compiere i prossimi passi verso l'oncologia felina di precisione, recuperare il ritardo nelle opzioni diagnostiche e terapeutiche disponibili per i cani affetti da cancro e, un giorno, anche per gli esseri umani". Collaborando con il Wellcome Sanger Institute, l'Ontario Veterinary College dell'Università di Guelph, l'Università di Berna e altri istituti, i ricercatori hanno sequenziato il Dna da campioni di tessuto che erano già stati raccolti dai veterinari a fini diagnostici. I risultati suggeriscono che gli approcci terapeutici utilizzati negli esseri umani potrebbero essere sperimentati sui gatti; allo stesso modo, le informazioni apprese dagli studi clinici sul cancro nei gatti domestici potrebbero essere utilizzate per informare gli studi clinici sugli esseri umani. Questo approccio noto come 'One Medicine' promuove il flusso bidirezionale di dati e conoscenze tra discipline mediche e veterinarie a vantaggio sia della salute umana che di quella animale. Ad esempio, l'oncogenoma felino può essere utilizzato per identificare e testare mutazioni potenzialmente utili per i trattamenti oncologici veterinari, ma può anche offrire spunti che potrebbero migliorare la medicina oncologica umana. I gatti domestici condividono lo stesso ambiente e spesso condividono comorbilità non tumorali come il diabete con i loro compagni umani, il che li rende una risorsa importante ma sottoutilizzata per la ricerca sui tumori. Confrontando quasi 1.000 geni tumorali umani con le loro versioni feline, Francis e colleghi dimostrano che in entrambe le specie sono presenti alcuni oncogeni con una prevalenza simile, come TP53. I ricercatori hanno anche identificato geni che inducono il cancro, geni predisponenti ai tumori e alcune prove di sequenze virali nell'oncogenoma felino.
(Adnkronos) - In un mercato del lavoro sempre più frammentato - tra lavoro dipendente, attività autonome, gestione separata e carriere discontinue - comprendere come funzionano i contributi e come incidono nel tempo diventa essenziale per evitare decisioni che oggi appaiono vantaggiose ma che, nel lungo periodo, possono ridurre l’assegno pensionistico. Ne parla con Adnkronos/Labitalia Andrea Martelli, fondatore e amministratore di Miapensione, realtà specializzata nella consulenza previdenziale "La Legge di Bilancio 2026 - spiega - rafforza una tendenza già evidente negli ultimi anni: aumentare il netto in busta paga, anche attraverso strumenti che, in alcuni casi, penalizzano la contribuzione effettiva. Una delle misure più significative riguarda i lavoratori che hanno maturato i requisiti per la pensione anticipata ma scelgono di restare al lavoro. In questi casi, infatti, la quota di contributi a carico del lavoratore non viene più versata all’Inps, in quanto l’importo viene riconosciuto direttamente in busta paga. La somma è netta e non imponibile, con un beneficio immediato per il reddito mensile. Nel lungo periodo, però, il rischio è di percepire una pensione futura più bassa". “Questo - sottolinea - è il trade-off che caratterizza il 2026: vantaggio oggi, possibile penalizzazione domani. Uno dei possibili rischi per quest’anno è confondere il beneficio fiscale con quello previdenziale. Un aumento dello stipendio netto non sempre si traduce in una pensione migliore. Per questo, nel nuovo equilibrio disegnato dalla Legge di Bilancio, i contributi Inps 2026 non cambiano nella forma, ma cambiano nel significato: diventano uno strumento centrale di responsabilità individuale nella costruzione della propria pensione”. “Per i lavoratori dipendenti - osserva Martelli - la manovra 2026 interviene sugli scaglioni Irpef e conferma il taglio del cuneo fiscale, riducendo la pressione complessiva. Il risultato è un netto mensile più alto, senza modifiche dirette alle aliquote contributive, ma richiede di compiere scelte volontarie che incidono direttamente sulla pensione futura. Per autonomi e professionisti iscritti alla gestione separata, invece, le aliquote restano stabili, ma l’assenza di un alleggerimento strutturale dei contributi, unito alla discontinuità dei redditi, rende il rischio previdenziale ancora più marcato”. "Dal secondo semestre 2026 - ricorda - aumenta il limite di deducibilità fiscale per i versamenti alla previdenza complementare. Un vantaggio in termini di Irpef, che rende i fondi pensione più efficienti sul piano fiscale. Resta però un principio da non sottovalutare: la previdenza complementare integra ma non sostituisce la pensione pubblica e non può essere utilizzata per anticipare l’uscita dal mondo del lavoro, come era stato temporaneamente possibile in passato”. “Il 2026, quindi, non introduce una rivoluzione contributiva, ma segna un’evoluzione chiara del sistema: più libertà oggi, più responsabilità domani. Quando si parla di pensione, la differenza non la fanno solo le norme, ma la capacità di compiere scelte informate e consapevoli, guardando oltre la busta paga e ragionando in termini di futuro previdenziale. Informarsi con largo anticipo sulla propria posizione previdenziale, permette di avere più opportunità per correggere la situazione e tutelare così la propria pensione”, commenta Andrea Martelli di Miapensione.
(Adnkronos) - Gruppo Cap, gestore del servizio idrico integrato della Città metropolitana di Milano, sta intervenendo in diversi Comuni del territorio regolando la pressione dell’acqua in rete. L’obiettivo è quello di gestire meglio la risorsa, ridurre gli sprechi e offrire un servizio più affidabile e sostenibile. Una pressione più equilibrata riduce lo stress sulle tubature e aiuta a limitare rotture e perdite: meno acqua dispersa significa anche meno energia necessaria per pompare e distribuire l’acqua e quindi meno emissioni. Quello delle perdite idriche rimane un tema centrale in tutto il Paese. Secondo gli ultimi dati Istat, in Italia la dispersione media dell’acqua immessa nelle reti di distribuzione si attesta intorno al 42%. Un dato che fotografa la fragilità di una parte significativa delle infrastrutture nazionali e conferma quanto sia necessario intervenire con piani strutturali di efficientamento. In questo contesto – nonostante nel territorio gestito da CAP la dispersione causata da perdite si attesta al 19% - la regolazione della pressione rappresenta una delle leve più efficaci e immediate per ridurre le sollecitazioni sulla rete e contenere le dispersioni, contribuendo concretamente al miglioramento degli indicatori di qualità tecnica misurati da Arera, l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente. Il Servizio Idrico Integrato svolge oggi un ruolo chiave nella transizione ecologica. Investire in tecnologie di monitoraggio, digitalizzazione delle reti, efficientamento energetico e ammodernamento delle condotte significa non solo ridurre le perdite, ma anche contenere i consumi energetici e le emissioni associate all’intero ciclo dell’acqua. Gli interventi di regolazione della pressione introdotti da Gruppo Cap sono progettati con parametri tecnici precisi e non compromettono il corretto funzionamento delle utenze. In conformità con quanto previsto dall’art. 12 del Regolamento del Servizio Idrico Integrato, Gruppo Cap garantisce ai contatori degli utenti una pressione minima pari a 2 bar (20 metri di colonna d’acqua) quando non è in corso alcun consumo d’acqua, nel pieno rispetto degli standard tecnici e regolatori vigenti. Tutte queste attività puntano a rendere le reti più moderne e resilienti e a migliorare la qualità del servizio, anche secondo gli indicatori misurati da ARERA, con benefici concreti per i cittadini e per il territorio nel medio e lungo periodo. In un’epoca in cui sostenibilità e uso responsabile delle risorse sono temi centrali nel dibattito pubblico, anche un intervento tecnico come la regolazione della pressione dell’acqua diventa un tassello importante di una strategia più ampia: meno sprechi, più efficienza, più futuro.