INFORMAZIONIFabio BrettoFCA Fiat Chrysler Automobiles Auto, Moto e Veicoli Ruolo: Digital Marketing International Coordinator Area: Marketing Management Fabio BrettoChi è: EMEA Region Digital Marketing presso Fiat Group Automobiles SpA. |
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(Adnkronos) - Nelle ultime 48 ore la crisi tra Stati Uniti e Iran ha cambiato passo. Non solo per come sono andati i negoziati indiretti a Ginevra, ma per tre segnali convergenti: la riunione ad alto livello alla Casa Bianca (con Donald Trump), l’accelerazione del dispositivo militare americano nella regione e la dimostrazione di forza iraniana nello Stretto di Hormuz. Il risultato è che l’ipotesi di uno strike “a breve” non è più solo retorica, ma una delle opzioni operative sul tavolo. Le informazioni più solide, al momento, descrivono una Casa Bianca che valuta opzioni militari mentre mantiene aperta la pista diplomatica. Da un lato, l’amministrazione attende un “proposta scritta” iraniana dopo i colloqui di Ginevra e parla di progressi limitati e “gaps” ancora ampi. Dall’altro, ha chiesto che il dispositivo militare sia pienamente schierato entro una finestra temporale ravvicinata, aumentando la credibilità della minaccia. Ci sono almeno quattro fattori che spingono verso un punto di rottura. Linee rosse incompatibili: Washington insiste su obiettivi molto ambiziosi, tra cui la cancellazione del programma nucleare iraniano e lo stop ai missili balistici. Teheran, pubblicamente e sostanzialmente, rivendica il diritto all’arricchimento e considera il programma missilistico parte integrante della deterrenza nazionale. Quando le linee rosse non si intersecano, la diplomazia tende a trasformarsi in un “gioco a tempo”: o una parte cede, o la crisi scala. La pressione militare come leva negoziale: Il rafforzamento del dispositivo Usa non è solo una misura difensiva. È un modo per rendere credibile l’alternativa: “deal o attacco”. Nella pratica, però, ogni ulteriore asset schierato aumenta anche il rischio di incidente e di escalation non pianificata (errori di calcolo, incidenti navali, attacchi di proxy che costringono a rispondere). Hormuz come segnale di deterrenza iraniano: Le esercitazioni e le chiusure temporanee di aree dello Stretto da parte dell’Iran hanno una funzione politica: ricordare che gli ayatollah possono alzare il costo sistemico della crisi. Anche senza “chiudere” Hormuz, Teheran può aumentare rischio percepito, premi assicurativi, e nervosismo sui mercati. Il fattore Israele e la dimensione regionale: Netanyahu spinge su obiettivi più ambiziosi (missili, infrastrutture, rete di proxy). Una convergenza totale con Washington non è scontata, ma l’allineamento strategico resta un moltiplicatore di pressione su Teheran e un acceleratore di opzioni militari. Strike limitato su infrastrutture nucleari: È l’opzione “chirurgica” in teoria: colpire siti e capacità, evitare un conflitto prolungato, ridurre l’esposizione politica interna. I problemi non mancano: come abbiamo visto nella ‘guerra dei 12 giorni’ dello scorso giugno, non è semplice colpire le centrali (tra tutte, quelle di Natanz, Fordow e Isfahan), costruite sottoterra o sotto le montagne, e tuttora non è chiaro quanti danni abbiano fatto le famigerate bombe ‘bunker buster’ che solo gli Stati Uniti hanno a disposizione. Ci sono ‘ridondanze’, cioè sistemi duplicati, siti secondari, procedure per il ripristino rapido. E poi attività e materiali sono distribuiti su più siti: l’estate scorsa le foto satellitari mostravano i mezzi che trasportavano materiale, forse uranio arricchito, dai siti principali ad altri luoghi di stoccaggio. Campagna aerea più ampia, anche su difese e missili: È l’opzione “coercitiva”: degradare difesa aerea, missili, droni, command-and-control, per ridurre la capacità di ritorsione e aumentare la pressione sul regime. È anche quella che più facilmente può impiegare settimane e non giorni, e che alza drasticamente il rischio di risposta su basi Usa e alleati nel Golfo. Decapitazione e destabilizzazione del regime: È lo scenario più rischioso e, storicamente, quello con la più alta probabilità di effetti non intenzionali: frammentazione del comando, escalation incontrollata, collasso di sicurezza interna, spinta a chiudere Hormuz o colpire infrastrutture energetiche regionali. È anche quello che può trasformare una crisi in un conflitto regionale a pieno spettro. La dottrina iraniana, letta dagli analisti, non punta a una risposta simmetrica. Punta a moltiplicare i fronti. - Teheran può compiere una risposta diretta, con missili e droni su basi e asset regionali. Tra gli obiettivi non c’è solo Israele, come negli anni scorsi, ma l’architettura militare americana nella regione, incluse basi, radar, logistica, e asset navali. Questo è uno dei motivi per cui gli Stati del Golfo temono la spirale. - Poi ci sono i proxy e il cosiddetto “asse della resistenza”, che è stato molto indebolito da Israele ma che può contare su soggetti attivi in Iraq, Libano, Siria, Yemen. Ciascuno di questi ha a disposizione armi e distribuzione territoriale in grado di destabilizzare tutta l’area. - Hormuz, lo stretto da cui passa il 20-25% del greggio mondiale, che non deve neanche essere bloccato: bastano episodi di disturbo e attacchi mirati per alterare traffico e prezzi globali dell’energia. - Cyber e infrastrutture critiche: energia, finanza, logistica. Attacchi difficili da attribuire e dunque da “contenere”. Qui entra la variabile che, in Europa, spesso viene raccontata poco: la vulnerabilità infrastrutturale delle monarchie del Golfo, di cui ha parlato la professoressa Farian Sabahi nella sua lezione alla John Cabot University. Uno strike americano e una risposta iraniana non colpirebbero solo “obiettivi militari”. Possono mettere sotto pressione sistemi civili essenziali. Qatar ed Emirati, per struttura urbana, dipendono in modo critico da: elettricità continua, climatizzazione, e soprattutto desalinizzazione. Un attacco significativo alle centrali elettriche o alle reti di distribuzione non impatta solo i condizionatori o gli ascensori dei grattacieli: impatta la produzione e distribuzione di acqua potabile. È un moltiplicatore politico enorme, ed è uno dei motivi per cui molti attori del Golfo spingono, dietro le quinte, per evitare un salto di soglia. Alcuni analisti sostengono che le tensioni dell’ultimo anno abbiano creato una sorta di abitudine del mercato a “scontare” crisi geopolitiche, come gli attacchi degli Houthi ai mercantili, senza grandi shock di prezzo: domanda moderata, produzione Usa alta, reazioni finora contenute anche a eventi gravi. Ma questa ipotesi ha un limite chiaro: Hormuz e l’Iran non sono “una crisi qualunque”. Se l’escalation tocca davvero flussi, commercio e assicurazioni in modo prolungato, questa capacità di assorbire le tensioni può rompersi. Per la Casa Bianca, questo punto è politicamente sensibile: un’impennata dei prezzi alla pompa è uno dei pochi meccanismi con effetto immediato sull’opinione pubblica, soprattutto nell’anno delle elezioni di metà mandato. L’appello del premier polacco Donald Tusk a lasciare l’Iran “immediatamente” è un segnale da trattare con cautela, ma è un indicatore che alcune capitali europee valutano un peggioramento rapido delle condizioni di sicurezza e una possibile restrizione delle vie di uscita. In genere, questi messaggi arrivano quando le intelligence percepiscono un aumento della probabilità di escalation nel brevissimo periodo. In parallelo, esiste una finestra diplomatica dichiarata: l’attesa della proposta iraniana e il rinvio a ulteriori tavoli negoziali. Ma proprio questa finestra è la più instabile: è il momento in cui, se la proposta viene giudicata insufficiente, l’opzione militare diventa più vendibile politicamente. Come ha spiegato Mike Pompeo nel suo intervento all’Ispi, Donald Trump sta negoziando con l’Iran anche per mostrare la buona fede della sua amministrazione, e poter dire “noi ci abbiamo provato” in caso di attacco. Una proposta anche parziale ma “negoziabile” può invece creare spazio per un congelamento temporaneo e un compromesso tecnico, anche senza un accordo finale. De-escalation tattica: proposta iraniana, prosecuzione dei colloqui e mantenimento della pressione militare senza attacco, almeno nel breve termine. Attacco limitato e risposta contenuta: attacco su obiettivi selezionati, ritorsioni calibrate via proxy e/o cyber, tensione alta ma non guerra regionale piena. Escalation regionale: attacco più ampio o percepito come tentativo di arrivare a un “regime change”, risposta multi-dominio dell’Iran, stretto di Hormuz usato come leva e rischio di coinvolgimento diretto di più Paesi.
(Adnkronos) - In un mercato del lavoro sempre più frammentato - tra lavoro dipendente, attività autonome, gestione separata e carriere discontinue - comprendere come funzionano i contributi e come incidono nel tempo diventa essenziale per evitare decisioni che oggi appaiono vantaggiose ma che, nel lungo periodo, possono ridurre l’assegno pensionistico. Ne parla con Adnkronos/Labitalia Andrea Martelli, fondatore e amministratore di Miapensione, realtà specializzata nella consulenza previdenziale "La Legge di Bilancio 2026 - spiega - rafforza una tendenza già evidente negli ultimi anni: aumentare il netto in busta paga, anche attraverso strumenti che, in alcuni casi, penalizzano la contribuzione effettiva. Una delle misure più significative riguarda i lavoratori che hanno maturato i requisiti per la pensione anticipata ma scelgono di restare al lavoro. In questi casi, infatti, la quota di contributi a carico del lavoratore non viene più versata all’Inps, in quanto l’importo viene riconosciuto direttamente in busta paga. La somma è netta e non imponibile, con un beneficio immediato per il reddito mensile. Nel lungo periodo, però, il rischio è di percepire una pensione futura più bassa". “Questo - sottolinea - è il trade-off che caratterizza il 2026: vantaggio oggi, possibile penalizzazione domani. Uno dei possibili rischi per quest’anno è confondere il beneficio fiscale con quello previdenziale. Un aumento dello stipendio netto non sempre si traduce in una pensione migliore. Per questo, nel nuovo equilibrio disegnato dalla Legge di Bilancio, i contributi Inps 2026 non cambiano nella forma, ma cambiano nel significato: diventano uno strumento centrale di responsabilità individuale nella costruzione della propria pensione”. “Per i lavoratori dipendenti - osserva Martelli - la manovra 2026 interviene sugli scaglioni Irpef e conferma il taglio del cuneo fiscale, riducendo la pressione complessiva. Il risultato è un netto mensile più alto, senza modifiche dirette alle aliquote contributive, ma richiede di compiere scelte volontarie che incidono direttamente sulla pensione futura. Per autonomi e professionisti iscritti alla gestione separata, invece, le aliquote restano stabili, ma l’assenza di un alleggerimento strutturale dei contributi, unito alla discontinuità dei redditi, rende il rischio previdenziale ancora più marcato”. "Dal secondo semestre 2026 - ricorda - aumenta il limite di deducibilità fiscale per i versamenti alla previdenza complementare. Un vantaggio in termini di Irpef, che rende i fondi pensione più efficienti sul piano fiscale. Resta però un principio da non sottovalutare: la previdenza complementare integra ma non sostituisce la pensione pubblica e non può essere utilizzata per anticipare l’uscita dal mondo del lavoro, come era stato temporaneamente possibile in passato”. “Il 2026, quindi, non introduce una rivoluzione contributiva, ma segna un’evoluzione chiara del sistema: più libertà oggi, più responsabilità domani. Quando si parla di pensione, la differenza non la fanno solo le norme, ma la capacità di compiere scelte informate e consapevoli, guardando oltre la busta paga e ragionando in termini di futuro previdenziale. Informarsi con largo anticipo sulla propria posizione previdenziale, permette di avere più opportunità per correggere la situazione e tutelare così la propria pensione”, commenta Andrea Martelli di Miapensione.
(Adnkronos) - "Nonostante le rassicurazioni sulla tutela della produzione di energia da biomasse solide espresse pubblicamente dal governo nelle scorse settimane, la nuova bozza del dl Energia/Bollette prospetta uno scenario ancora critico per l’industria del settore". Così l’Associazione Energia da Biomasse Solide (Ebs) esprime la sua preoccupazione rispetto alla misure previste nella nuova bozza di dl circolata in queste ore “Eravamo fiduciosi, dopo l’impegno preso dal governo, riguardo a un ripensamento sostanziale rispetto alle misure che impattano in modo pesante sul settore delle bioenergie con filiera italiana - dice il presidente di Ebs Andrea Bigai - Il nostro settore è pronto a un confronto tecnico con il decisore politico-istituzionale che non può prescindere dalla condivisione da parte di tutti gli attori, istituzionali e del comparto, della valutazione complessiva dei numeri del settore, e da conseguenti analisi accurate, approfondite, consapevoli su tutti i potenziali effetti del decreto”. "Le bozze di provvedimento circolate - ricostruisce Ebs - prevedono un consistente intervento di riduzione dei Prezzi Minimi Garantiti (Pmg), istituiti ai sensi dell’art. 24, comma 8, del d.lgs. 28/2011 per coprire i costi minimi di esercizio degli impianti. Un meccanismo che esclude già la sovracompensazione". “Riteniamo illogico e inutilmente rischioso rivedere in modo affrettato, per decreto e senza il doveroso confronto il meccanismo varato nel 2024, introducendo una riduzione degli incentivi. Il rischio è compromettere in tempi brevissimi uno dei pilastri più affidabili della generazione rinnovabile nazionale e minare più in generale la fiducia di ogni tipologia di investitori in ambito energetico, sia presente che futura”, dice Bigai. Inoltre, da un punto di vista economico, rileva il presidente di Ebs, "colpire un indotto così consistente significa rinunciare a un importante gettito fiscale, mettere a rischio il lavoro di aziende anche di piccole dimensioni impiegate nella filiera - spesso in zone a rischio abbandono - e accollarsi l’onere di smaltire sottoprodotti delle attività forestali, agricole, agroindustriali. Vuol dire rinunciare a consolidare una virtuosa pratica di valorizzazione energetica di residui poveri in un contesto di impiego a cascata e di economia circolare”. “Il dl Bollette è un passaggio cruciale per il futuro energetico del Paese. Colpire le rinnovabili programmabili e con esse la filiera nazionale sarebbe un errore strategico. Le biomasse solide sono parte della soluzione, non del problema: sono un elemento essenziale del mix energetico, capace di coniugare competitività economica, occupazione, sostenibilità ambientale e sicurezza del sistema elettrico. L’Italia ha bisogno di stabilità regolatoria per evitare disimpegno e incertezza negli investimenti nelle rinnovabili, rischi inconciliabili con gli impegni europei”, conclude.