(Adnkronos) - C’è un passaggio, nel discorso che Giorgia Meloni sta limando in queste ore, che nell'esecutivo considerano il cuore politico dell'informativa in programma domani, giovedì 9 aprile, a Montecitorio e Palazzo Madama. Non riguarda le misure, né i numeri. Ma il clima. E soprattutto il tono: un appello all’unità che la premier potrebbe rivolgere direttamente alle opposizioni, ancora una volta, chiedendo compattezza davanti a una fase che nel governo definiscono senza esitazioni "delicatissima". Il punto di caduta è la crisi iraniana, con uno scenario internazionale che - tra escalation militare e il rischio di uno choc energetico - viene letto ai piani alti di Palazzo Chigi con crescente inquietudine. Non solo per il rischio di un allargamento del conflitto, ma per quello che più d’un ministro, in queste ore, descrive come il ritorno di uno spettro rimosso: quello nucleare. È su questo terreno che la presidente del Consiglio proverà a spostare il baricentro del confronto parlamentare, chiedendo una tregua - almeno temporanea - nello scontro politico. Un messaggio che, non a caso, è stato anticipato in Aula da Guido Crosetto. Nel pieno dell’informativa sulle basi Usa, il titolare della Difesa ha scelto parole tutt’altro che casuali: il Paese, ha detto, "ha bisogno di unità per difendersi da una follia che sembra aver preso il mondo". Un richiamo netto, costruito attorno all’idea che la sicurezza nazionale - e il posizionamento internazionale dell’Italia - non possano diventare terreno di scontro. Ma dietro la richiesta di unità c’è anche un’altra preoccupazione, più concreta e immediata. Ed è quella che riguarda l’energia. Il dossier che in queste ore occupa stabilmente i tavoli tecnici del governo è quello delle ricadute del blocco dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per le forniture globali. Gli scenari che circolano in queste ore - tra indiscrezioni e simulazioni - parlano di misure drastiche: riduzione dei consumi, limiti all’uso dei condizionatori, rafforzamento dello smart working, fino all’ipotesi di targhe alterne. Viene esclusa categoricamente, invece, il ritorno alla didattica a distanza dopo la parentesi Covid: "Non è contemplata in alcun modo", taglia corto il ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara. In questo quadro torna in auge il decalogo diffuso lo scorso 20 marzo dall'Agenzia internazionale dell'energia (Iea) sulla riduzione del consumo di combustibili fossili. Il piano si muove su due binari: mobilità e gestione domestica. Le linee guida puntano a una drastica riduzione dei consumi attraverso lo smart working (almeno tre giorni a settimana), l'abbassamento dei limiti di velocità e l'incentivo ai mezzi pubblici. Nelle città si ipotizzano targhe alterne e car sharing, mentre per i lunghi spostamenti il diktat è preferire il treno all'aereo. Sul fronte quotidiano, la strategia passa per l'efficientamento della logistica industriale e un uso più razionale del calore e dell'elettricità. Nel governo, però, frenano. Fonti dell'esecutivo interpellate parlano di ipotesi "molto premature", sottolineando come si tratti di scenari estremi, legati all’eventualità - tutt’altro che certa - di una chiusura prolungata di Hormuz. La linea ufficiale è quella della cautela: evitare allarmismi, mantenere il controllo della comunicazione, non alimentare paure che potrebbero riflettersi immediatamente sui mercati e sul consenso. Nel frattempo, il lavoro tecnico va avanti. Dal ministero guidato da Gilberto Pichetto Fratin fanno sapere che sul tavolo dell’esecutivo stanno arrivando tutte le simulazioni possibili. Ma la precisazione è anche politica: "Sono decisioni collegiali che prenderà il governo. Interessano competenze di più ministeri. Noi forniremo soprattutto dei dati". Tradotto: la responsabilità finale sarà condivisa, e inevitabilmente peserà su Palazzo Chigi. È qui che il discorso di giovedì rischia di cambiare natura. Nato per rilanciare l’azione dell’esecutivo e segnare l’avvio di una “fase due” della legislatura, l’intervento della premier potrebbe trasformarsi in qualcosa di diverso: una chiamata alla responsabilità collettiva, dentro e fuori la maggioranza. Anche perché il tema, sotto traccia, è destinato a toccare direttamente la vita quotidiana degli italiani. E a riportare in primo piano un interrogativo che sembrava archiviato. Era il 2022 quando Mario Draghi, dopo l'invasione russa dell'Ucraina, lo sintetizzò così: "Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?". Una battuta, allora. Un possibile spartiacque politico. (di Antonio Atte)
(Adnkronos) - Anche quest’anno il numero di domande di pensionamento nella scuola italiana rimane limitato e ben al di sotto delle aspettative e per procedere con un più regolare ricambio generazionale: a causa del progressivo innalzamento dei parametri contributivi per lasciare il servizio, si fermano infatti a poco più di 25mila le richieste presentate per l’accesso alla pensione, dal prossimo primo settembre, da parte del personale insegnante, Ata e di dirigenza scolastica. E' l'allarme che lancia il sindacato Anief, secondo il quale "considerando l’età media di chi lavora a scuola, ormai ben oltre i 50 anni, c’è poco da essere allegri. In futuro, inoltre, andrà sempre peggio: i giovani lavoratori, infatti, sono destinati ad abbandonare l’attività professionale oltre i 70 anni e con assegni pensionistici sempre più magri". “Se confermata – commenta Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief – la consistenza di domande risulta esigua, perché va considerato che sono tra i 200mile e i 300mila i lavoratori ultra-sessantenni della scuola pubblica italiana. Per noi è sempre più chiaro che le norme generali per l’accesso al pensionamento (ormai oltre i 67 anni per quella di anzianità) non possono comprendere tutte le categorie lavorative: un caso emblematico è quello della scuola, dove il rischio salute risulta ben oltre la media nazionale; risulta quindi sempre più impellente procedere con il riconoscimento del burnout favorendo, non certo rallentando come avviene ora, il ricambio generazionale: ancora di più dopo che il Parlamento, su richiesta dal Governo, ha deciso con l’ultima legge di Bilancio di alzare la soglia dell’età di pensionamento". "Noi a questo ci opponiamo, lo abbiamo detto in Senato e lo diremo in tutte le sedi, a partire da quelle istituzionali”, conclude Pacifico.
(Adnkronos) - Il 30 marzo 2026, la Commissione europea ha pubblicato le linee guida ufficiali per l’applicazione del Regolamento (Ue) 2025/40, meglio conosciuto come Ppwr (Packaging and Packaging Waste Regulation). Questo documento arriva per fare chiarezza su una normativa che promette di cambiare radicalmente il modo in cui i prodotti vengono confezionati, venduti e smaltiti, con l’obiettivo di rendere tutti gli imballaggi riciclabili entro il 2030. Mentre il regolamento è già entrato formalmente in vigore l’11 febbraio 2025, le aziende e i consumatori hanno tempo fino al 12 agosto 2026 per farsi trovare pronti, data in cui le norme diventeranno pienamente operative. Sommario Il Ppwr è una legge europea che sostituisce le vecchie e frammentate direttive nazionali con un unico set di regole valide in tutta l’Unione. A differenza della legislazione precedente, il Ppwr interviene sull’intero ciclo di vita dell’imballaggio: dalla progettazione (per ridurre il peso e il volume) fino al suo fine vita (per garantirne il riciclo o il riutilizzo). Si applica a ogni tipo di materiale (plastica, carta, vetro, metallo) e a qualsiasi imballaggio immesso sul mercato UE, indipendentemente da dove sia stato prodotto. Il nuovo regolamento non è solo un elenco di restrizioni, ma apre la strada a benefici tangibili per la salute e l’ambiente: Addio alle “sostanze chimiche per sempre” (Pfas): dal 12 agosto 2026, scatta il divieto di immettere sul mercato imballaggi a contatto con alimenti che contengono Pfas oltre determinati limiti. Si tratta di una vittoria per la sicurezza alimentare, eliminando sostanze persistenti potenzialmente dannose per la salute umana. Etichette chiare e universali: entro l’agosto 2028, tutti gli imballaggi dovranno riportare etichette armonizzate basate su indicazioni semplici. Questo aiuterà i cittadini a fare una raccolta differenziata corretta senza dover interpretare simboli diversi tra un Paese e l’altro. Diritto al riutilizzo: il regolamento incoraggia i sistemi di ricarica e riuso. Ad esempio, le attività di asporto dovranno permettere ai clienti di portare i propri contenitori senza costi aggiuntivi. Riduzione degli sprechi: le aziende saranno obbligate a ridurre al minimo il peso e il volume delle confezioni, vietando stratificazioni inutili o “falsi fondi” pensati solo per far sembrare il prodotto più grande. La transizione verso l’economia circolare comporta però rischi e complessità che le imprese dovranno gestire con attenzione. Dal 1° gennaio 2030, gli imballaggi in plastica monouso molto comuni nei ristoranti, come le bustine di maionese, ketchup, senape e salsa barbecue, così come i flaconcini di shampoo negli hotel, saranno vietati. Per molti settori, questo significa dover cambiare totalmente il modello di business. Le aziende, inoltre, saranno chiamate a pagare contributi più stringenti per la gestione dei rifiuti (la cosiddetta Responsabilità estesa del produttore o Epr). Le nuove linee guida chiariscono la distinzione tra “fabbricante” (chi progetta l’imballaggio) e “produttore” (chi lo immette sul mercato), un passaggio fondamentale per stabilire chi deve pagare per il riciclo. Entro il 2029, gli Stati membri dovranno anche garantire la raccolta separata del 90% delle bottiglie di plastica e lattine di metallo, solitamente attraverso sistemi di deposito cauzionale. Questo richiederà grandi investimenti infrastrutturali e logistici per commercianti e produttori. Entro il 2030, infine, una parte significativa degli imballaggi per il trasporto (come i pallet) dovrà essere inserita in circuiti di riutilizzo. Se le infrastrutture di lavaggio e recupero non saranno pronte, il rischio è un aumento dei costi logistici. Uno degli obiettivi del Regolamento Ppwr è eliminare le barriere tra i vari mercati europei. Le linee guida ribadiscono che gli Stati membri non potranno impedire la vendita di imballaggi conformi al regolamento basandosi su norme nazionali aggiuntive. Il Ppwr rappresenta una sfida senza precedenti per l’industria degli imballaggi, pilastro dell’economia italiana. Se da un lato i rischi legati ai costi e alla riorganizzazione logistica sono significativi, la pubblicazione di queste linee guida offre finalmente la certezza giuridica necessaria per investire nell’innovazione. Il traguardo è ambizioso: un’Europa a emissioni zero entro il 2050, dove l’imballaggio smette di essere un rifiuto per diventare una risorsa.