(Adnkronos) - L'Iran spegne le speranze di ripescaggio dell'Italia per i prossimi Mondiali? Dopo la sconfitta nella finale degli spareggi europei contro la Bosnia, la Nazionale era pronta a giocarsi la carta ripescaggio, puntando proprio sul forfait della Nazionale iraniana, la cui partecipazione era considerata sempre più in bilico a causa della guerra con gli Stati Uniti, che ospiteranno la rassegna iridata insieme a Canada e Messico, per subentrare nella fase finale del torneo. La Fifa stava valutando l'idea di un super playoff intercontinentale a quattro squadre, ma le parole del ct dell'Iran lasciano pensare che alla fine la sua Nazionale possa partecipare ai Mondiali americani. A intervenire sulla questione, e forse a mettere la parola fine sulle speranze dell'Italia, ci ha pensato il ct dell'Iran Amir Ghalenoei: "Non ci sono motivi per non partecipare al Mondiale. Se Dio vuole lo faremo", ha detto all'agenzia tedesca Dpa. Va comunque ricordato che la decisione finale spetta al governo iraniano, che in passato aveva espresso il netto rifiuto a giocare negli Stati Uniti, mentre si era detto disponibile a partecipare al torneo qualore le partite del suo girone fossero state spostate in Messico, condizione che finora sembra aver trovato il secco no della Fifa. Molto, comunque, dipenderà dagli sviluppi del conflitto in Medio Oriente. E in questo senso particolare valore hanno le parole del ministro dello Sport Ahmad Donyamali, che si è detto ottimista sulla partecipazione, a condizione che il cessate il fuoco concordato tra le parti in conflitto venga rispettato: "Più la situazione si normalizza, più è probabile la partecipazione", ha affermato. Cosa succederebbe invece se, in uno scenario alternativo, l'Iran disertasse i Mondiali? La decisione finale potrebbe essere adottata direttamente dalla Fifa che, sulla base dell'articolo 6.7 del regolamento, può scegliere il sostituto "a propria esclusiva discrezione". La posizione nel ranking dell'Italia, 12esima, potrebbe quindi agevolare gli azzurri, ma al momento sembra una possibilità lontana. L'eventuale vuoto lasciato dall'Iran, con ogni probabilità, verrebbe infatti colmato da una selezione asiatica. L'Iraq si è qualificato superando il playff contro la Bolivia e si è guadagnato da solo il biglietto per i Mondiali. Il ripescaggio premierebbe quindi in questo caso gli Emirati Arabi Uniti, eliminati proprio dall'Iraq nel cammino verso la fase finale. L'ultima idea al vaglio della Fifa è stata rivelata direttamente da The Athletic. Il media americano parla infatti di un possibile super playoff intercontinentale, da organizzare in caso di forfait dell'Iran tra alcune delle Nazionali rimaste escluse dai Mondiali 2026 a ridosso della rassegna iridata, magari giocando direttamente negli Stati Uniti. Un'ipotesi al momento lontana, che rimetterebbe sicuramente in corsa l'Italia, che sarebbe inclusa in quanto Nazionale con il ranking più alto tra quelle rimaste fuori. In particolare, le squadre partecipanti a questo super playoff sarebbero 4: due europee, vale a dire quelle con il ranking più alto, che potrebbero essere Italia e Danimarca (al 20esimo posto della classifica generale), e due asiatiche. Le quattro squadre sarebbero divise in due semifinali, con le vincenti che si sfiderebbero nella finalissima. L'ipotesi acquista maggior corpo perché può contare su un precedente recente. Nella prima edizione del nuovissimo (e ricchissimo) Mondiale per Club, giocato la scorsa estate proprio negli Stati Uniti, l'esclusione dei messicani del Leon a causa della multiproprietà ha portato a uno spareggio tra il Club America, squadra messicana con il ranking più alto, e Los Angeles Fc, battuti dal Leon nella finale della Concacaf Champions League. L'organizzazione di un playoff simile (nel giro di poco tempo) da parte della Fifa rende dunque possibile l'ipotesi di un super spareggio che includerebbe anche l'Italia. Come detto, l'eventuale ripescaggio dell'Italia ai Mondiali 2026 è a totale discrezionalità della Fifa. In caso di forfait dell'Iran, toccherebbe a un'apposita commissione il compito di valutare come riempire il vuoto lasciato nel girone G, con gli azzurri che manterrebbero comunque diverse chance di essere 'scelti'. All'articolo 6 del regolamento viene spiegato come debba essere il Consiglio Fifa o il comitato competente a decidere l'eventuale sostituzione della Nazionale rinunciataria. Il Consiglio Fifa è un organo composto da 37 membri: un presidente, eletto dal Congresso Fifa, ovvero Gianni Infantino; otto vicepresidenti e altri 38 membri eletti tra le Federazioni affiliate associate al massimo organo di governo del calcio internazionale. Per la Uefa, l'uomo che potrebbe 'spingere' la candidatura dell'Italia è il presidente Aleksander Ceferin. Al momento però è difficile definire l'orizzonte temporale della decisione della Fifa. Molto, come già detto, dipenderà dagli sviluppi in Medio Oriente, con il proseguo della guerra tra Stati Uniti e Iran che però non lascia immaginare, almeno al momento, spiragli per una partecipazione dell'Iran alla prossima rassegna iridata. Una decisione in ogni caso non potrebbe arrivare a ridosso del torneo, il cui fischio d'inizio è fissato per il prossimo 11 giugno.
(Adnkronos) - Si sono concluse le preselezioni dei nominativi dei nuovi consiglieri aggiunti che potranno far parte della lista che il Consiglio nazionale uscente presenterà all’ VIII Congresso nazionale Int. La data è stabilita per il 9 ottobre a Roma, con l’ultima riunione del Consiglio nazionale l’8 ottobre, i delegati congressuali voteranno la nuova dirigenza nazionale per il triennio 2026-2029. Il Consiglio uscente ha ancora indicato Riccardo Alemanno come presidente nazionale e anche le altre cariche sono già attribuite, quindi i votanti conosceranno già i ruoli dei candidati. Nel corso del mese di giugno, sarà inviato a ciascun tributarista Int, il regolamento di partecipazione e anche le modalità di composizione di eventuali altre liste elettorali. Nell’ ultima riunione il Consiglio nazionale, su proposta del presidente, ha individuato il titolo del Congresso che sarà 'Io Tributarista' con sottotitolo a trent’anni dall’idea fondativa dell’ Istituto Nazionale Tributaristi. Sono infatti passati 30 anni da quando il Comitato promotore ha tracciato percorso, valori e ideali dell’ Istituto Nazionale Tributaristi, individuabile anche con l’acronimo Int. Da allora l’Int si è sempre distinto per correttezza nei rapporti interni ed esterni, negli ideali perseguiti ed acquisendo credibilità nei confronti delle Istituzioni, dando ai propri iscritti un valore aggiunto di serietà e competenza. Soddisfatto il presidente Alemanno che dichiara ironicamente: “Qualche anno fa un giornale mi aveva indicato come un ‘dinosauro della poltrona’, io avevo risposto che dinosauro mi stava bene, ma la poltrona no, perché quello su cui ero seduto era uno sgabello, spesso scomodo, ironia a parte, sono curioso di scoprire come mi definiranno per questa mia ennesima candidatura. Voglio ringraziare il Consiglio per l’unità dimostrata in questo triennio e ribadire che l’obiettivo è quello della sempre maggiore affermazione della categoria nel settore delle professioni, che è sempre stato prioritario senza dimenticare i valori etici che devono accompagnare la scelta di un percorso professionale e la tutela dell’utenza. L’Int era presente ed è stato determinante, per il raggiungimento di funzioni abilitanti come quella di intermediario fiscale o della rappresentanza del contribuente, senza dimenticare il supporto fattivo alla scritturazione della Legge 4/2013, nonché il sostegno delle professioni associative non organizzate in ordini o collegi e la difesa del libero esercizio della attività non riservate e che tali devono restare in ambito contabile e tributario, ma i tributaristi Int sono sempre stati in prima linea anche nell’assunzione delle responsabilità come per l’antiriciclaggio o per l’accettazione degli obblighi a tutela dell’utenza come quello di aggiornamento professionale o di sottoscrizione di polizza di r.c. verso terzi. Un percorso di crescita professionale costante che proseguirà, così come la crescita di Confassociazioni, la maggiore Confederazione di rappresentanza delle associazioni delle professioni ex Lege 4/2013, che l’Int ha contribuito a ideare e fondare.”
(Adnkronos) - Che cos’è davvero l’ambiente? Non solo natura, ma un sistema complesso che include cultura, tradizioni, tecnologia e identità. È da qui che parte la riflessione di Vincenzo Pepe, ospite del podcast “Italia in transizione” di Adnkronos e Shared Ground. Professore ordinario di diritto ambientale alla Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, presidente di FareAmbiente e responsabile ambiente della Lega, Pepe propone una visione ampia e non riduzionista: "L’ambiente è “tutto ciò che ci circonda”: natura, ma anche opere dell’uomo, cultura, lingua, tradizioni". Non è dunque solo tutela delle risorse naturali, ma qualità della vita. E dentro questa qualità rientra anche la tecnologia, che – sottolinea – non va demonizzata, ma resa sostenibile. Uno dei punti centrali della puntata è il rapporto tra ambiente ed economia. Pepe rifiuta sia il negazionismo sia il catastrofismo, proponendo una terza via: il realismo. Il concetto chiave è semplice: “Rischio zero non esiste. Rifiuto zero non esiste". La sostenibilità, nella sua visione, è mitigazione del rischio: scegliere il rischio minore compatibile con una buona qualità della vita. Un’impostazione che si oppone tanto alla “decrescita felice” teorizzata da Serge Latouche, quanto agli approcci puramente produttivisti. Lo sviluppo è inevitabile – e necessario – ma deve essere governato. Nel confronto con Giorgio Rutelli, vicedirettore Adnkronos, emerge uno dei grandi dilemmi della transizione: chi deve guidarla? Da un lato il Green Deal europeo promosso dalla Commissione di Ursula von der Leyen, con il suo impianto regolatorio ambizioso; dall’altro le preoccupazioni industriali di Paesi come Italia e Germania. La risposta di Pepe non è ideologica: la sostenibilità parte dai comportamenti individuali, ma deve tradursi anche in scelte collettive informate da metodo scientifico, non “dalla pancia”. In questo quadro, critica sia gli eccessi regolatori sia le illusioni di autoregolazione del mercato. Il punto è trovare un equilibrio tra responsabilità individuale e politiche pubbliche efficaci. Uno dei passaggi più netti riguarda la scuola. Pepe denuncia l’assenza di una vera educazione ambientale: “Sappiamo tutto di Dante, ma non sappiamo come rapportarci quotidianamente con le risorse naturali". Per lui, l’educazione ambientale dovrebbe diventare una disciplina obbligatoria, una nuova forma di educazione civica capace di incidere sui comportamenti concreti: rifiuti, energia, consumi. La tecnologia è al centro della riflessione, ma sempre accompagnata da una domanda: come gestirne le conseguenze? L’esempio è quello dei rifiuti ospedalieri o radioattivi. Non possono essere eliminati, perché servono anche a salvare vite. Il problema diventa allora dove e come gestirli, evitando atteggiamenti come il “not in my backyard”. È qui che emerge la dimensione etica dell’ambientalismo: "Responsabilità significa accettare il problema e gestirlo, non spostarlo altrove", Sul cambiamento climatico, Pepe rifiuta sia il negazionismo sia l’allarmismo: sì alla riduzione delle emissioni, per la salute delle persone; ma anche attenzione all’adattamento, spesso trascurato nel dibattito pubblico. Cita i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità sulle morti legate alle polveri sottili per sottolineare un punto cruciale: le politiche ambientali servono anche a migliorare la salute qui e ora, indipendentemente dall’impatto globale. Uno dei passaggi più geopolitici riguarda il ruolo dell’Europa tra Stati Uniti e Cina. Secondo Pepe gli Stati Uniti tendono a un approccio più “negazionista”, la Cina combina uso intensivo di carbone e leadership nelle tecnologie green, l’Europa rischia di restare schiacciata. La soluzione? Realismo industriale e investimenti in ricerca, evitando sia la deindustrializzazione sia la dipendenza tecnologica. Sul tema energetico, Pepe è netto: serve un mix. Accanto a rinnovabili (solare, eolico, idroelettrico, geotermico), propone di investire anche nel nucleare: ricerca su fissione e fusione; sviluppo di piccoli reattori; riduzione della dipendenza dall’estero. L’Italia importa già energia nucleare da altri Paesi, senza produrla direttamente. Una contraddizione che, secondo Pepe, va affrontata. La conclusione della puntata: "La vera transizione non è solo energetica o ambientale, ma culturale". Serve tempo, gradualità e capacità di evitare effetti di rigetto sociale. Le politiche troppo spinte, senza consenso e senza realismo, rischiano infatti di produrre reazioni opposte. Anche i movimenti come quelli di Greta Thunberg – riconosce Pepe – hanno avuto il merito di portare il tema al centro, ma la fase successiva richiede pragmatismo. Il filo conduttore della puntata è chiaro: superare le polarizzazioni. Né catastrofismo né negazionismo, ma scienza al posto dell’ideologia, responsabilità al posto della rimozione, equilibrio tra sviluppo e sostenibilità. Un ambientalismo che, nelle parole di Pepe, è prima di tutto cura della “casa comune”, riprendendo l’insegnamento di Papa Francesco. E che si traduce in una domanda di fondo: qual è il rischio accettabile per vivere meglio, oggi e domani? YouTube: https://youtu.be/VQFB0n1K3ac?si=1G9aUzb__iXT_9kj Spotify: https://open.spotify.com/episode/6ICBNds4DypQu34puFsM1x?si=C7xd_IPkS127U5pWdOMPiA Podcast Adnkronos: https://podcast.adnkronos.com/podcast/ep-2-custodire-per-progredire-con-il-prof-vincenzo-pepe/