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(Adnkronos) - L’assistenza alle persone con emofilia e malattie emorragiche congenite si trova oggi davanti a una contraddizione evidente: mentre la ricerca rende disponibili terapie sempre più efficaci e sofisticate, il sistema rischia di non avere professionisti sufficientemente formati per garantire continuità e appropriatezza delle cure nel tempo. È questo il quadro che emerge dal confronto promosso oggi a Palazzo Rospigliosi da FedEmo – Federazione delle associazioni emofilici, per la XXII Giornata mondiale dell’emofilia (17 aprile), dedicata quest’anno alla formazione del personale sanitario e al ricambio generazionale nei Centri emofilia italiani. Le malattie emorragiche congenite (Mec) sono dovute a difetti genetici dei fattori della coagulazione e richiedono un’assistenza ad alta complessità clinica. Le forme più diffuse includono emofilia A, emofilia B e la malattia di von Willebrand. Secondo l’ultimo rapporto dell’Istituto superiore di sanità (2025) - informa una nota di FedEmo - in Italia risultano censite 9.043 persone con Mec, di cui il 30% con emofilia A, il 6,3% con emofilia B, il 29,3% con von Willebrand e il 34,4% con altri difetti congeniti della coagulazione. Negli ultimi anni, la progressiva introduzione di farmaci non sostitutivi, terapie sottocutanee a lunga durata e, più recentemente, delle terapie geniche ha migliorato in modo significativo la gestione della patologia, ma tali innovazioni richiedono competenze sempre più avanzate, diagnostica specialistica e continuità professionale. "Molti Centri emofilia oggi reggono grazie all’impegno di pochi specialisti, spesso prossimi al pensionamento, o in alcuni casi già in pensione che prestano attività di volontariato o consulenza – sottolinea Cristina Cassone, presidente FedEmo -. Senza un ricambio strutturato, la continuità di cura dei pazienti rischia di essere compromessa. La Giornata mondiale dell’emofilia vuole essere un punto di partenza per trasformare questo confronto in proposte concrete". La situazione illustrata da Aice – Associazione italiana centri emofilia conferma la fragilità della rete nazionale. I centri riconosciuti dall’associazione sono attualmente 47, distribuiti in modo disomogeneo e sostenuti, nella maggior parte dei casi, da uno o due specialisti. Spesso, l’assistenza è garantita da medici provenienti da altre discipline – ematologia generale, medicina interna, pediatria o servizi trasfusionali – che devono affiancare la gestione dei pazienti ad altre attività cliniche. "La fragilità della rete non dipende solo dai numeri, ma dalla mancanza di assetti organizzativi omogenei – osserva Maria Elisa Mancuso, vicepresidente Aice -. A questa frammentazione si aggiunge la difficoltà di attivare bandi di concorso specifici per l’ambito emostasi e trombosi: molti incarichi vengono ancora assegnati tramite profili generici, che non consentono di selezionare professionisti realmente formati. In queste condizioni è difficile programmare il ricambio generazionale e offrire agli specialisti una dignità professionale pienamente riconosciuta, elemento indispensabile per rendere questo ambito attrattivo e sostenibile nel tempo". La crescente complessità terapeutica ha reso ancora più evidente la necessità di figure specializzate. "I nuovi farmaci per l’emofilia impongono una gestione attenta, monitoraggi complessi e un forte raccordo con i laboratori specializzati, strutture che stiamo perdendo progressivamente – spiega Giancarlo Castaman, presidente Società italiana per lo studio dell’emostasi e della trombosi (Siset) -. Molti laboratori sono stati assorbiti in strutture più grandi che non mantengono test avanzati, indispensabili per la diagnosi e il monitoraggio. Senza una diagnostica di qualità e senza competenze dedicate, si rischia di compromettere la gestione dei nuovi farmaci, il controllo dei pazienti cronici e la possibilità di intercettare precocemente eventuali resistenze o risposte atipiche". Anche il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) richiama un paradosso strutturale: "Il nostro Paese dispone di competenze cliniche e terapeutiche di assoluto valore, riconosciute anche a livello internazionale – afferma Francesco Riva -. In alcuni casi rappresentiamo un punto di riferimento per pazienti provenienti da altri Stati. Tuttavia, a questa eccellenza non corrisponde ancora un sistema strutturato di formazione e di riconoscimento delle competenze". Un’esigenza ribadita anche dal mondo accademico. "È necessario rafforzare la preparazione di base su emostasi e trombosi, ampliare le attività clinico‑professionalizzanti e avviare una mappatura nazionale delle esperienze formative – dichiara Stefania Basili, presidente della Conferenza permanente dei presidenti dei corsi di Laurea magistrale in Medicina e Chirurgia -. Solo così sarà possibile ridurre le disomogeneità tra atenei e garantire competenze realmente spendibili nei Centri". Dal lato istituzionale, il ministero dell’Università e della Ricerca ha riconosciuto che l’assenza di una chiara valorizzazione delle competenze rende questo ambito poco attrattivo per i giovani medici. “Per superare questo limite – ha spiegato Massimo Miscusi, Mur – stiamo lavorando, insieme al ministero della Salute, a un modello che permetta di certificare in modo trasparente le competenze acquisite lungo il percorso formativo. Due le direttirci principali, il primo è il Diploma Supplement, un documento aggiuntivo al diploma di specializzazione che certifica le competenze maturate durante il percorso. Il secondo è l’avvio di clinical fellowship post-specializzazione". Infine l'Ordine dei medici: "Le persone con Mec hanno diritto a un’assistenza omogenea e qualificata – conclude Verena De Angelis, consigliera Fnomceo - È essenziale rafforzare il raccordo tra formazione specialistica, aggiornamento continuo e fabbisogni dei servizi, sostenendo i professionisti che operano nei Centri emofilia e promuovendo un quadro di responsabilità condivisa che metta al centro il diritto alla cura, l’equità di accesso e la tenuta del Servizio sanitario nazionale".
(Adnkronos) - “Il 2025 è stato un anno complesso: volatilità delle materie prime, dinamiche energetiche instabili e domanda non uniforme. In questo contesto, la crescita del 6,8% è il risultato di un modello fondato su diversificazione, specializzazione tecnica e investimenti continui. I fattori vincenti sono stati un portafoglio ampio, la presenza su grandi opere e infrastrutture, e una struttura industriale rafforzata da investimenti significativi in automazione e digitalizzazione. Tra gli elementi critici, sicuramente la gestione delle forniture e delle oscillazioni dei prezzi. Per il 2026 ci rende fiduciosi la solidità del nostro modello: produzione 100% Made in Italy; organizzazione più efficiente; posizionamento sempre più orientato a qualità e valore aggiunto; attenzione al servizio e al cliente. Tutti fattori che ci hanno sempre permesso di garantire un adeguato livello di presenza sul mercato”. Così, in un’intervista all’Adnkronos/Labitalia Nazzareno Damioli, amministratore delegato Sandrini Metalli spa. “L’investimento in automazione e digitalizzazione - spiega - sta rendendo l’azienda più integrata e più orientata al dato. I processi sono più tracciabili, le linee più efficienti, le funzioni più connesse tra loro. Concretamente cambia il lavoro quotidiano: meno attività ripetitive, più controllo di processo, maggiore responsabilità tecnica. Oggi sono indispensabili competenze industriali solide affiancate a capacità di lettura dei dati, visione di processo e problem solving. La tecnologia non sostituisce le persone: ne alza il livello professionale. La crescita dell’organico è stata coerente con l’espansione industriale. Non abbiamo semplicemente assunto di più: abbiamo strutturato meglio l’organizzazione. Attraiamo persone perché investiamo, perché offriamo prospettive concrete e perché valorizziamo competenze tecniche e manageriali. Lavoriamo su formazione continua e chiarezza degli obiettivi, ma abbiamo anche iniziato a sviluppare sistemi di valutazione più strutturati. Il clima interno si costruisce con coerenza e responsabilità condivisa: le persone restano quando vedono stabilità, crescita e riconoscimento del proprio contributo". “La transizione tecnologica - avverte - è un percorso, non un evento. Abbiamo introdotto automazione e digitalizzazione in modo progressivo, accompagnandole con formazione tecnica e momenti di confronto interno. Spieghiamo sempre il senso delle scelte, perché il cambiamento va compreso prima che applicato. Stiamo inoltre rafforzando strumenti di valutazione e percorsi di crescita chiari, così che ogni persona sappia dove si colloca e come può evolvere. La trasparenza è il primo antidoto al disorientamento. Gli investimenti hanno migliorato in modo concreto le condizioni di lavoro. Le nuove automazioni, ad esempio, stanno via via riducendo le attività manuali più gravose. L’ammodernamento degli impianti, invece, aumenta precisione e sicurezza operativa, mentre la digitalizzazione riduce urgenze e disorganizzazione, rendendo l’ambiente di lavoro più ordinato e controllato. Per noi innovazione significa anche questo: rendere l’azienda più efficiente e allo stesso tempo più sicura e più sostenibile per le persone”.
(Adnkronos) - Sos mozziconi di sigaretta sulle spiagge italiane. A lanciarlo Legambiente con i nuovi dati dell’indagine Beach Litter diffusa oggi in vista della giornata nazionale del mare (11 aprile) e del weekend di mobilitazione del 10-12 aprile 'Spiagge e Fondali Puliti 2026'. In 12 anni di monitoraggi, dal 2014 al 2026, sono 50.053 i mozziconi di sigaretta raccolti e catalogati da Legambiente in 653 transetti: una media di 77 ogni 100 metri lineari di spiaggia. Dati che valgono ai mozziconi il secondo posto in classifica tra i materiali più trovati sui lidi, dopo i frammenti in plastica che si piazzano al primo posto (61.785 quelli raccolti). I mozziconi di sigaretta costituiscono, inoltre, l’87% dei 57.099 'rifiuti di fumo' (che includono anche accendini, pacchetti di sigarette o scatole per tabacco o sigarette in carta) trovati in questi anni nel corso dei monitoraggi. A questa fotografia scattata dall’indagine Beach Litter di Legambiente si aggiunge anche quella relativa agli scarti di ogni tipologia raccolti e monitorati in questi in 12 anni nei 653 transetti e che ammontano a 512.934 rifiuti di cui l’80% è plastica. Ovvero una media di 785 rifiuti ogni 100 metri lineari. Per questo Legambiente richiama tutti all’azione e ad un maggior senso di responsabilità collettiva con la 36esima edizione di 'Spiagge e Fondali Puliti', nelle giornate del 10, 11 e 12 aprile, che ha come partner principale Sammontana, supporter Traghettilines, e partner tecnico Erion Care. Obiettivo della campagna è quello di denunciare l'incuria e l'abbandono delle coste, accendere i riflettori sulla raccolta differenziata e la gestione sostenibile dei rifiuti, promuovere la tutela dell'ecosistema marino. Saranno oltre 80 le iniziative in programma in 16 regioni della Penisola organizzate da circoli e regionali di Legambiente e che vedranno in azione volontari e cittadini di tutte le età impegnati a ripulire dai rifiuti abbandonati lidi, coste, fondali ma anche foci dei fiumi e torrenti. “Il problema della dispersione dei rifiuti in mare e in spiaggia - commenta Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente - resta un’emergenza in Italia e nel resto del mondo da affrontare al più presto. Per contrastare il marine e il beach litter è fondamentale ridurre l’usa e getta, prevedere più campagne di informazione e sensibilizzazione, ma anche più controlli e sanzioni effettive per chi getta i mozziconi di sigaretta a terra, in spiaggia o a mare. È inoltre fondamentale garantire la piena applicazione della direttiva Europa Sup 2019/904 sulla plastica monouso che prevede anche il principio della Responsabilità Estesa del Produttore (Epr) di tabacco, che obbliga i produttori a coprire i costi di gestione dei rifiuti, tra cui pulizia, trasporto e trattamento dei mozziconi abbandonati. Al ministero dell’Ambiente chiediamo di definire al più presto, tramite accordi di programma o altri strumenti attuativi, l’avvio dell’Epr come chiesto dalla direttiva e che ad oggi in Italia si basa solo su base volontaria”.