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(Adnkronos) - Salire le scale, camminare a passo svelto, correre per prendere l'autobus. Pochi minuti di attività fisica intensa al giorno bastano per ridurre in misura significativa il rischio di sviluppare diverse gravi malattie: dall'artrite all'infarto, fino alla demenza. E' la ricetta contenuta in uno studio pubblicato sull'European Heart Journal. I ricercatori hanno analizzato i dati di quasi 96.000 persone. Hanno confrontato i livelli complessivi di attività fisica con la quantità di attività intensa svolta da ogni individuo. Quindi, hanno monitorato il rischio di sviluppare otto gravi malattie nel corso del tempo. Gli scienziati hanno evidenziato che anche sforzi estremamente concentrati - come una corsa per prendere l'autobus - sono risultati associati ad un minor rischio di malattia e di morte. Gli effetti protettivi sono stati particolarmente evidenti per le patologie infiammatorie come l'artrite, la demenza o gravi problemi cardiovascolari come infarto e ictus. Lo studio è stato condotto da un team internazionale, con un ruolo primario ricoperto dalla professoressa Minxue Shen della Xiangya School of Public Health presso la Central South University di Hunan, in Cina. "Sappiamo che l'attività fisica riduce il rischio di malattie croniche e morte prematura. Sono sempre più numerosi gli elementi in base ai quali l'attività intensa, al minuto, offre maggiori benefici per la salute rispetto all'attività moderata. Ma rimangono interrogativi sull'importanza dell'attività intensa rispetto all'attività fisica totale. Ad esempio, se due persone svolgono la stessa quantità totale di attività, chi si allena con maggiore intensità ottiene maggiori benefici per la salute? E se una persona ha poco tempo, dovrebbe concentrarsi sull'allenamento più intenso e non su quello più lungo?". I partecipanti, tutti coinvolti nello studio legati ai dati raccolti dall'UK Biobank, hanno indossato dipositivi da polso per una settimana. I device hanno registrato i modelli di movimento dettagliati, comprese brevi fasi di attività intensa che le persone potrebbero non ricordare o non segnalare. I ricercatori hanno utilizzato questi dati per calcolare sia l'attività totale sia la percentuale di attività sufficientemente intensa da causare respiro affannoso. Il team ha poi confrontato queste misurazioni con la probabilità che i partecipanti morissero o sviluppassero 8 gravi malattie nei successivi 7 anni. Il ventaglio comprendeva malattie cardiovascolari, aritmie cardiache, diabete di tipo 2, malattie infiammatorie immuno-mediate, malattie epatiche, malattie respiratorie croniche, malattie renali croniche e demenza. I risultati hanno dimostrato che le persone che dedicavano una parte maggiore della loro attività fisica all'esercizio intenso presentavano rischi nettamente inferiori per tutte le patologie studiate. Rispetto a chi non praticava alcuna attività fisica intensa, gli individui con i livelli più elevati di attività fisica mostravano un rischio inferiore del 63% di demenza, del 60% di diabete di tipo 2 e del 46% di mortalità in generale. Questi benefici sono stati osservati anche quando il tempo totale dedicato all'attività fisica intensa si è dimostrato relativamente ridotto. I ricercatori hanno inoltre scoperto che l'intensità dell'attività fisica svolgeva un ruolo più importante nel contrasto di alcune patologie. Per le condizioni infiammatorie come l'artrite e la psoriasi, l'intensità sembrava essere il fattore chiave nella riduzione del rischio. Al contrario, per malattie come il diabete e le malattie epatiche croniche, sia la durata dell'attività fisica che l'intensità dell'esercizio risultavano 'solo' importanti. La professoressa Shen ha evidenziato che "l'attività fisica intensa sembra innescare risposte specifiche nell'organismo che l'attività a bassa intensità non riesce a replicare completamente. Durante l'attività fisica intensa, quella che fa rimanere senza fiato, l'organismo reagisce in modo potente. Il cuore pompa sangue in modo più efficiente, i vasi sanguigni diventano più elastici e il corpo migliora la sua capacità di utilizzare l'ossigeno. L'attività fisica intensa sembra anche ridurre l'infiammazione. Questo potrebbe spiegare perché abbiamo osservato una forte correlazione con patologie infiammatorie come la psoriasi e l'artrite. Potrebbe anche stimolare la produzione di sostanze chimiche nel cervello che contribuiscono a mantenere sane le cellule cerebrali: questo potrebbe spiegare il minor rischio di demenza". "I nostri risultati fanno pensare che rendere intensa parte della propria attività fisica possa apportare notevoli benefici alla salute", ha aggiunto la ricercatrice. Non è necessario, però, andare in palestra. "Salire le scale velocemente, camminare a passo svelto tra una commissione e l'altra o giocare attivamente con i bambini può fare davvero la differenza. Anche solo 15-20 minuti a settimana di questo tipo di sforzo – pochi minuti al giorno – sono stati associati a significativi benefici per la salute". "Le attuali linee guida", comprese quelle dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), "si concentrano generalmente sulla quantità di tempo dedicato all'attività fisica a settimana. I nostri risultati suggeriscono che la composizione di tale attività è importante e lo è in modo diverso a seconda delle malattie che si cerca di prevenire. Questo potrebbe aprire la strada a raccomandazioni sull'attività fisica più personalizzate, basate sui rischi specifici per la salute di ogni individuo". Un dettaglio non va trascurato: "L'attività fisica intensa potrebbe non essere sicura per tutti, soprattutto per gli anziani o le persone con determinate patologie. Per loro, qualsiasi aumento del movimento è comunque benefico e l'attività dovrebbe essere adattata alle esigenze individuali".
(Adnkronos) - Nel 2025 il comparto delle cucine conferma una sostanziale tenuta e, dopo anni di crescita particolarmente sostenuta, supera i 3 miliardi di euro di fatturato (+1,5%). A livello nazionale, la crescita è trainata dal mercato italiano, superiore ai 2 miliardi di euro (+5%), mentre dopo un triennio caratterizzato da un certo dinamismo le esportazioni registrano una flessione (-5%, per un valore che sfiora il miliardo di euro), risentendo di uno scenario internazionale più complesso, col rallentamento dei principali mercati esteri, tra cui Francia (-5,1%), e Stati Uniti (-11,8%), che comunque rimangono il secondo mercato di rifermento dopo la Francia e il primo paese extra Ue, secondo i dati del Centro Studi FederlegnoArredo. “Il rallentamento sui mercati esteri è legato soprattutto alla frenata dello sviluppo immobiliare internazionale - commenta Edi Snaidero, consigliere incaricato del gruppo Cucine di Assarredo di FederlegnoArredo - Allo stesso tempo, il mercato domestico mostra segnali di vitalità, confermando il ruolo centrale della cucina all’interno della casa contemporanea, sempre più integrata con gli spazi living e pensata come ambiente multifunzionale. In un contesto complesso, alcuni mercati emergenti sono riusciti a mantenere una crescita positiva, compensando parzialmente la flessione nelle altre aree”. In particolare, aggiunge, "il mercato spagnolo ha visto una solida ripresa (+10,6%), trainata da un buon andamento dell’economia e da un contesto politico stabile, mentre il mercato degli Emirati Arabi Uniti ha mostrato una crescita impressionante, con un aumento del 39,8% nel 2025, consolidandosi come il sesto mercato di esportazione per le cucine italiane". Il settore guarda con crescente interesse a nuove aree di sviluppo: India e Sud America. Le Marche si confermano uno dei pilastri del settore: con un saldo commerciale di 660 milioni di euro, oltre 1.800 imprese e 18.700 addetti - di cui il 74% impiegato nella produzione di mobili - il territorio si distingue per una produzione di eccellenza, che rappresenta il 26% del fatturato nazionale (fonte: Centro Studi FederlegnoArredo). La regione marchigiana ha raggiunto un fatturato di circa 3,7 miliardi di euro, posizionandosi al quarto posto sia per fatturato che per valore esportato nella filiera Legno-Arredo, con poco più di 894 milioni di euro (-0,7% la variazione rispetto al 2024). Nonostante le sfide globali, le Marche mantengono una posizione di rilievo nelle esportazioni di mobili: il settore vale 603 milioni di euro (-2,2% sul 2024) e copre il 67% del export di tutta la filiera legno-arredo. Nel 2022 gli Stati Uniti avevano superato la Francia diventando la prima destinazione delle esportazioni di mobili marchigiani; nel 2025, nonostante un -11% si confermano il primo mercato, con un valore esportato pari a 109 milioni di euro. Stabile (-0,4%) la Francia, al secondo posto, con 96 milioni di euro. Positive le esportazioni verso Regno Unito (+10,2% per 44 milioni), Germania (+10,9% per 41 milioni), Spagna (+19,8% per 30 milioni) e Emirati Arabi Uniti (settimo mercato a +12,6% per 16 milioni di euro). Nella produzione di mobili, Pesaro Urbino è la più rilevante tra le province marchigiane con 561 aziende che impiegano 8.936 addetti e un fatturato pari a circa 1,8 miliardi di euro. E' anche la provincia che esporta più mobili (310 milioni di euro) nonostante chiuda il 2025 in flessione (-7,5% sul 2024). Seguono Ancona(178 milioni di euro), Macerata (85 milioni di euro), Ascoli Piceno (22 milioni) e Fermo, tutte positive. Anche se in calo (-19,1% la variazione rispetto al 2024) i mobili pesaresi vengono esportati principalmente negli Stati Uniti: 61 milioni di euro il valore nel 2025. Sul fronte dell’offerta, continua l’evoluzione del prodotto sia in termini tecnologici sia progettuali. “C’è grande attesa per il Salone del Mobile.Milano e EuroCucina / Ftk – Technology For the Kitchen, con 106 brand da 17 paesi: cresce l’integrazione tra arredo ed elettrodomestici, mentre il design risponde a nuove esigenze abitative puntando su flessibilità, personalizzazione e continuità tra gli ambienti. La domotica integrata consente di gestire illuminazione, clima, suono e persino profumazioni, dando vita a spazi personalizzati e dinamici. La cucina diventa così un ambiente intelligente, capace di apprendere dalle abitudini di chi la vive, adattarsi e anticiparne le esigenze”, aggiunge Snaidero. "Allo stesso tempo, conserva la propria essenza più autentica: l’Unesco ha recentemente inserito il cibo italiano tra i Patrimoni Culturali Immateriali dell’Umanità, riconoscendo il ruolo centrale della cucina come spazio di tradizione, espressione e condivisione. Le aziende italiane raccolgono questa eredità investendo in ricerca e progettazione consapevole, creando cucine che esprimono identità locale ma dialogano con un linguaggio innovativo e internazionale”, conclude.
(Adnkronos) - Il 30 marzo 2026, la Commissione europea ha pubblicato le linee guida ufficiali per l’applicazione del Regolamento (Ue) 2025/40, meglio conosciuto come Ppwr (Packaging and Packaging Waste Regulation). Questo documento arriva per fare chiarezza su una normativa che promette di cambiare radicalmente il modo in cui i prodotti vengono confezionati, venduti e smaltiti, con l’obiettivo di rendere tutti gli imballaggi riciclabili entro il 2030. Mentre il regolamento è già entrato formalmente in vigore l’11 febbraio 2025, le aziende e i consumatori hanno tempo fino al 12 agosto 2026 per farsi trovare pronti, data in cui le norme diventeranno pienamente operative. Sommario Il Ppwr è una legge europea che sostituisce le vecchie e frammentate direttive nazionali con un unico set di regole valide in tutta l’Unione. A differenza della legislazione precedente, il Ppwr interviene sull’intero ciclo di vita dell’imballaggio: dalla progettazione (per ridurre il peso e il volume) fino al suo fine vita (per garantirne il riciclo o il riutilizzo). Si applica a ogni tipo di materiale (plastica, carta, vetro, metallo) e a qualsiasi imballaggio immesso sul mercato UE, indipendentemente da dove sia stato prodotto. Il nuovo regolamento non è solo un elenco di restrizioni, ma apre la strada a benefici tangibili per la salute e l’ambiente: Addio alle “sostanze chimiche per sempre” (Pfas): dal 12 agosto 2026, scatta il divieto di immettere sul mercato imballaggi a contatto con alimenti che contengono Pfas oltre determinati limiti. Si tratta di una vittoria per la sicurezza alimentare, eliminando sostanze persistenti potenzialmente dannose per la salute umana. Etichette chiare e universali: entro l’agosto 2028, tutti gli imballaggi dovranno riportare etichette armonizzate basate su indicazioni semplici. Questo aiuterà i cittadini a fare una raccolta differenziata corretta senza dover interpretare simboli diversi tra un Paese e l’altro. Diritto al riutilizzo: il regolamento incoraggia i sistemi di ricarica e riuso. Ad esempio, le attività di asporto dovranno permettere ai clienti di portare i propri contenitori senza costi aggiuntivi. Riduzione degli sprechi: le aziende saranno obbligate a ridurre al minimo il peso e il volume delle confezioni, vietando stratificazioni inutili o “falsi fondi” pensati solo per far sembrare il prodotto più grande. La transizione verso l’economia circolare comporta però rischi e complessità che le imprese dovranno gestire con attenzione. Dal 1° gennaio 2030, gli imballaggi in plastica monouso molto comuni nei ristoranti, come le bustine di maionese, ketchup, senape e salsa barbecue, così come i flaconcini di shampoo negli hotel, saranno vietati. Per molti settori, questo significa dover cambiare totalmente il modello di business. Le aziende, inoltre, saranno chiamate a pagare contributi più stringenti per la gestione dei rifiuti (la cosiddetta Responsabilità estesa del produttore o Epr). Le nuove linee guida chiariscono la distinzione tra “fabbricante” (chi progetta l’imballaggio) e “produttore” (chi lo immette sul mercato), un passaggio fondamentale per stabilire chi deve pagare per il riciclo. Entro il 2029, gli Stati membri dovranno anche garantire la raccolta separata del 90% delle bottiglie di plastica e lattine di metallo, solitamente attraverso sistemi di deposito cauzionale. Questo richiederà grandi investimenti infrastrutturali e logistici per commercianti e produttori. Entro il 2030, infine, una parte significativa degli imballaggi per il trasporto (come i pallet) dovrà essere inserita in circuiti di riutilizzo. Se le infrastrutture di lavaggio e recupero non saranno pronte, il rischio è un aumento dei costi logistici. Uno degli obiettivi del Regolamento Ppwr è eliminare le barriere tra i vari mercati europei. Le linee guida ribadiscono che gli Stati membri non potranno impedire la vendita di imballaggi conformi al regolamento basandosi su norme nazionali aggiuntive. Il Ppwr rappresenta una sfida senza precedenti per l’industria degli imballaggi, pilastro dell’economia italiana. Se da un lato i rischi legati ai costi e alla riorganizzazione logistica sono significativi, la pubblicazione di queste linee guida offre finalmente la certezza giuridica necessaria per investire nell’innovazione. Il traguardo è ambizioso: un’Europa a emissioni zero entro il 2050, dove l’imballaggio smette di essere un rifiuto per diventare una risorsa.