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(Adnkronos) - Oggi vale circa 3.600 miliardi di dollari (circa una volta e mezza il Pil dell'intera Italia) ma per farla nascere bastarono 1.300 dollari, faticosamente racimolati da Steve Jobs e Steve Wozniak vendendo il Volkswagen Bus del primo e la calcolatrice HP del secondo. Basterebbero queste cifre per raccontare l'incredibile parabola di Apple che il 1° aprile festeggia i suoi 'primi 50 anni' dal momento che è in questa data del 1976 che venne fondata l'azienda destinata a cambiare il modo di progettare, produrre e anche di vivere la tecnologia. Un approccio che - mezzo secolo dopo - è stato imitato da molti ma mai superato, nonostante nella storia di Apple non siano mancati i momenti bui, le marce indietro, i flop anche colossali. Guardando indietro molti dei segni di quello che sarebbe diventata la casa della mela morsicata erano già leggibili in quel primo aprile 1976 quando i tre fondatori firmarono un contratto di tre paginette, preliminare per la commercializzazione del primo prodotto, l'Apple I. Già perché nella storia dell'azienda - seppur brevemente ma con un ruolo importante - c'è un terzo personaggio, Ronald Wayne, il 'fondatore dimenticato', che aveva conosciuto i due Steve nel suo lavoro presso Atari e che con i suoi 41 anni all'epoca era l''adulto' del gruppo (Jobs ne aveva 21 e Wozniak 26). Impressionato dalla visione, dall'eloquenza e dalle conoscenze tecniche dei due, Wayne accettò di entrare nella Apple Computer Inc., redigendo il testo dell'accordo sulla sua macchina da scrivere, scrivendo il primo manuale di istruzioni dell'Apple I e progettando il primo logo della nuova azienda. Che - a differenza di quanto si possa pensare - non è una versione primitiva della mela morsicata - ormai onnipresente - ma raffigura Isaac Newton seduto sotto un melo. L'immagine è ispirata a una citazione di Wordsworth, anch'essa incisa nel logo, che recita: "Newton... una mente che viaggia per sempre attraverso strani mari del pensiero". E' indubbio che sin dall'inizio la 'start-up' (oggi la chiameremmo così) puntava in alto con un riferimento a uno dei più celebri scienziati di ogni tempo. In realtà - nel nome come nell'immagine - l'elemento chiave è proprio la mela. Un riferimento scelto per motivi piuttosto banali, visto che a Jobs piacevano gli alberi di mele e aveva passato del tempo in una piantagione in Oregon durante uno dei suoi precedenti viaggi 'spirituali'. Sette curiosità sulla 'mela' che ha cambiato il mondo Ma fu proprio la spregiudicatezza di Jobs - che si sarebbe trasformato nel tempo in un leader visionario ma anche spietato - a spingere Wayne a uno dei più clamorosi 'suicidi finanziari' della storia. Al manager Atari i due fondatori (che detenevano il 45% delle quote) assegnarono un pacchetto di azioni pari al 10% del totale. Jobs e Wozniak con poche centinaia di dollari avevano assemblato a mano l’Apple I: una scheda madre venduta senza monitor, senza tastiera, senza case. Ma il loro rapporto era sin dall'inizio destinato a procedere su strade divergenti per le personalità quasi inconciliabili: Jobs era ferocemente attento alle questioni economiche e a promuovere la sua visione aziendale mentre l'altro - che oggi chiameremmo 'nerd' - era più affascinato dall'informatica e dai problemi tecnici. Consapevole di questa distanza, Jobs ebbe l'idea di dividere le quote tra sé e Wozniak, lasciando il restante 10% a Wayne, che avrebbe fatto da mediatore nelle controversie tra i due. Tuttavia nei primi giorni dopo la nascita della società Wayne iniziò a registrare una serie di comportamenti preoccupanti. Jobs 'caricò' l'azienda con un ordine di 50 computer dal Byte Shop di Mountain View, che pensava di evadere grazie a un prestito di 5.000 dollari in contanti e componenti per un valore di 15.000 dollari. Peraltro il Byte Shop — uno dei primi negozi di computer al dettaglio — aveva una scarsa reputazione sul pagare i propri debiti. E siccome Jobs e Wozniak erano praticamente senza un soldo, Wayne - che 5 anni prima aveva vissuto un fallimento traumatico in una azienda di slot machine a Las Vegas - temeva che i creditori prima o poi si sarebbero rivolti a lui, dal momento che era l'unico ad avere beni sui quali rivalersi. Così, appena dodici giorni dopo aver redatto il documento che sanciva la nascita di Apple, Wayne tornò all'ufficio del registro delle imprese e rinunciò al suo ruolo nella società in cambio di 800 dollari. Quando Jobs e Wozniak presentarono la domanda di costituzione un anno dopo, Wayne ricevette una lettera in cui gli veniva chiesto di rinunciare ufficialmente a qualsiasi pretesa nei confronti dell'azienda, e ricevette un altro assegno, questa volta di 1.500 dollari. Inutile sottolineare come i i 2.300 dollari incassati come fondatore di Apple oggi varrebbero 360 miliardi. Wayne, oggi 91enne, ha più volte affermato di non avere rimpianti per la scelta di allora: "Ho preso la decisione migliore che ritenevo fosse giusta in quel momento - ha spiegato a un giornalista - Non ha senso ripensare al passato e pensare cosa sarebbe successo se non avessi fatto una cosa del genere. Questa faccenda è finita in passato e pensarci non cambierà nulla". Nei 50 anni successivi, invece, partendo da quel computer primordiale, prodotto in 200 esemplari, Apple ha cambiato il mondo: come ha scritto in una lettera per i 50 anni l'attuale ad Tim Cook "se c’è qualcosa che abbiamo imparato da voi è che le persone folli abbastanza da pensare di poter cambiare il mondo sono quelle che alla fine ci riescono". Ronald Wayne, evidentemente, non era abbastanza folle per Apple.
(Adnkronos) - La Tari è la tassa sui rifiuti destinata a finanziare il servizio di raccolta, gestione e smaltimento dei rifiuti urbani. Si tratta di un tributo locale che deve essere pagato da chi possiede o utilizza un immobile che può produrre rifiuti, come abitazioni, negozi, uffici o stabilimenti produttivi. L’importo della Tari non è uguale in tutta Italia. Ogni Comune, infatti, stabilisce le proprie tariffe in base ai costi del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti nel proprio territorio. Nonostante queste differenze locali, il sistema di calcolo della tassa segue criteri generali comuni: la Tari è composta da due elementi principali, la quota fissa e la quota variabile. A spiegare la distinzione tra queste due componenti è Alessandra Caparello di Immobiliare.it, che ricorda come sia fondamentale per capire come viene determinato l’importo della tassa e perché la cifra da pagare può cambiare da una famiglia all’altra o da un’attività all’altra. La Tari è stata introdotta nel 2014 nell’ambito della riforma della fiscalità locale e rappresenta il tributo con cui i cittadini contribuiscono a sostenere i costi del servizio di gestione dei rifiuti. Le somme raccolte attraverso questa tassa servono a coprire tutte le attività legate al ciclo dei rifiuti urbani, tra cui: la raccolta dei rifiuti domestici e assimilati; il trasporto verso gli impianti di trattamento; il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti; lo spazzamento e la pulizia delle strade; le attività amministrative e organizzative del servizio. La normativa prevede che il gettito della Tari debba coprire integralmente i costi del servizio. Questo significa che le tariffe vengono calcolate in modo da garantire il finanziamento completo delle spese sostenute dal Comune per la gestione dei rifiuti. Il presupposto per l’applicazione della Tari è rappresentato dal possesso o dalla detenzione, a qualsiasi titolo, di locali o aree scoperte operative che possano potenzialmente produrre rifiuti urbani. La giurisprudenza ha chiarito più volte che, ai fini dell’obbligo di pagamento del tributo, non è necessario dimostrare l’effettiva produzione di rifiuti. E' sufficiente che l’immobile sia potenzialmente idoneo a produrli. Questo significa che il semplice fatto di non utilizzare un immobile non è sufficiente per evitare il pagamento della tassa. Se un’abitazione o un locale rimane vuoto per scelta del proprietario o dell’occupante, la Tari continua comunque a essere dovuta. Per ottenere l’esenzione dal tributo è necessario dimostrare che il locale o l’area non possono oggettivamente produrre rifiuti perché si trovano in condizioni di inutilizzabilità. In altre parole, il contribuente deve provare che l’immobile non è concretamente utilizzabile. Secondo un orientamento giurisprudenziale ormai consolidato, la presenza anche di uno solo tra arredi o utenze attive (come luce, acqua o gas) è sufficiente a far presumere che l’immobile sia utilizzato e quindi idoneo alla produzione di rifiuti. Si tratta di una presunzione semplice, che può essere superata solo se il contribuente dimostra il contrario. Di conseguenza, per escludere l’assoggettamento alla Tari è generalmente necessario che nell’immobile manchino sia gli arredi sia tutte le utenze di rete. I Comuni possono inoltre individuare, attraverso il proprio regolamento, altri elementi utili a dimostrare l’effettivo utilizzo di un immobile, purché si tratti di indicatori che rivelino concretamente la possibilità di utilizzo dei locali. Nel calcolo della Tari rientrano anche le pertinenze delle abitazioni, come ad esempio garage, cantine o posti auto. Questi spazi sono considerati parte integrante dell’utenza domestica e vengono quindi inclusi nel calcolo della tassa. In particolare, la superficie delle pertinenze viene sommata a quella dell’abitazione principale per determinare la quota fissa della tariffa. Esistono tuttavia alcune situazioni in cui la Tari non si applica. Sono escluse dal tributo: le aree scoperte pertinenziali o accessorie a locali già tassati quando non sono operative; le parti comuni condominiali indicate dall’articolo 1117 del codice civile, a condizione che non siano utilizzate o detenute in modo esclusivo da un singolo soggetto. La struttura della Tarisi basa sulle tariffe che sono stabilite con riferimento all’anno solare e vengono differenziate tra utenze domestiche e utenze non domestiche. Le prime riguardano le abitazioni familiari, mentre le seconde comprendono tutte le attività economiche, come negozi, uffici, industrie e studi professionali. Per entrambe le categorie, la tassa è composta da una parte fissa e da una parte variabile. La quota fissa della Tari è legata alle caratteristiche dell’immobile e serve a coprire una parte dei costi generali del servizio di gestione dei rifiuti, come ad esempio: gli investimenti nelle infrastrutture; l’acquisto dei mezzi e delle attrezzature; i costi amministrativi e organizzativi. Per le utenze domestiche, la quota fissa viene calcolata in base alla superficie dell’abitazione, comprensiva delle eventuali pertinenze. In pratica, i metri quadrati dell’immobile vengono moltiplicati per una tariffa unitaria che varia in base al numero di occupanti della casa. In questo modo, abitazioni più grandi o con più residenti contribuiscono in misura maggiore al finanziamento del servizio. Proprio per questo motivo, quando si calcola la quota fissa, la superficie delle pertinenze - come garage o cantine - deve essere sommata a quella dell’alloggio principale. La quota variabile rappresenta invece la parte della tassa collegata alla potenziale quantità di rifiuti prodotti. Per le utenze domestiche, questa componente non dipende dalla superficie dell’immobile ma dal numero di persone che lo occupano. Si tratta quindi di un importo stabilito in funzione del numero dei componenti del nucleo familiare. A differenza della quota fissa, non viene moltiplicato per i metri quadrati della casa, ma viene semplicemente aggiunto al totale della tariffa. In generale, più persone abitano nello stesso immobile, maggiore sarà la quota variabile, perché si presume che la produzione di rifiuti aumenti con il numero degli occupanti. Va inoltre considerato che sull’importo della Tari si applica anche il tributo provinciale per la tutela ambientale, generalmente pari al 5% della tassa dovuta, che si aggiunge quindi all’importo complessivo da pagare.
(Adnkronos) - “Shift nasce per essere una piattaforma a cui partecipare, in cui dialogheranno stakeholder molto diversi: imprese dei servizi pubblici, imprese pubbliche e private, società di consulenza, enti di ricerca e del mondo universitario e società civile”. Lo ha detto Yuri Santagostino, presidente esecutivo del Gruppo Cap, durante la presentazione a Roma, presso l’Istituto Luigi Sturzo, della piattaforma Shift, il nuovo spazio di collaborazione per mettere a sistema competenze e sviluppare soluzioni integrate per acqua, energia e bioeconomia. “Questo perché le sfide che stiamo vivendo oggi necessitano davvero che ci sia il coinvolgimento di tutto un sistema e non soltanto del singolo, e soprattutto necessitano del fatto che ci sia una prospettiva e una visione di lungo periodo”, ha aggiunto Santagostino, sottolineando l’urgenza di una collaborazione ampia tra pubblico e privato per affrontare i cambiamenti climatici e le nuove tensioni geopolitiche. “Viviamo in un mondo in cui il clima sta cambiando, in cui emergono quotidianamente nuove tensioni che ci riportano a discutere di energia e sicurezza energetica. In questo contesto, i servizi pubblici svolgono un ruolo fondamentale, non solo come architrave infrastrutturale dello sviluppo del Paese, ma anche come base di diritti inalienabili per tutti i cittadini. La piattaforma Shift ha l’ambizione, attraverso un dialogo multi-stakeholder, di dire la sua e di fare proposte concrete a livello nazionale ed europeo sui principali temi che oggi affrontiamo”, ha concluso il presidente del Gruppo Cap.