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(Adnkronos) - Il riciclo in Europa ha assunto una dimensione industriale piena: impianti operativi, investimenti stabili, flussi di materiali in crescita. Dai rifiuti, attraverso selezione e trattamento, escono materiali che possono rientrare nei cicli produttivi come input, se rispettano requisiti tecnici e normativi tali da consentire l’uscita dallo status di rifiuto. Sono le materie prime seconde. La filiera continua a funzionare e gli obiettivi restano formalmente alla portata, ma il passaggio decisivo non avviene negli impianti, avviene sul mercato. Le materie prime seconde aumentano, mentre la domanda industriale che dovrebbe assorbirle resta discontinua e sensibile alle oscillazioni di prezzo e di contesto. È uno squilibrio economico e competitivo che, quando si manifesta, risale la filiera, comprime i margini del riciclo, mette sotto stress la selezione e finisce per riflettersi anche sulle raccolte. La plastica è oggi il punto più esposto, ma il segnale riguarda l’intero sistema europeo. Le differenze tra materiali sono il fattore che determina se la materia prima seconda riesce a comportarsi come un vero prodotto industriale oppure resta un flusso esposto a continue instabilità. Le analisi dell’Agenzia Europea dell’Ambiente descrivono un mercato europeo che procede a velocità diverse. Alluminio, carta e vetro rappresentano le filiere più solide, grazie a standard consolidati, qualità prevedibile e una domanda industriale che non dipende solo dalla convenienza del momento. In questi casi il confronto con le materie prime vergini resta sostenibile anche nelle fasi meno favorevoli del ciclo economico. Il quadro cambia quando si guarda ad altri materiali. Plastica, legno e rifiuti organici continuano a muoversi in mercati più fragili, di dimensioni ridotte rispetto a quelli delle materie prime vergini e fortemente esposti a variabili esterne. La volatilità dei prezzi, le incertezze legate alla qualifica di cessazione della qualifica di rifiuto (il cosiddetto ‘End of Waste’, ovvero il passaggio che consente a un materiale recuperato di essere commercializzato come prodotto) e la mancanza di standard tecnici pienamente armonizzati rendono questi flussi meno appetibili per l’industria. I numeri aiutano a inquadrare il problema: gli indicatori di Eurostat collocano il tasso medio di utilizzo di materie prime seconde nell’Unione Europea intorno al 22%. Poco più di un quinto dei materiali reimmessi nell’economia proviene quindi da fonti secondarie, mentre la maggior parte continua ad arrivare da estrazione o importazioni. Anche nei Paesi con sistemi di raccolta e riciclo avanzati, la dipendenza dalle risorse primarie resta elevata. L’Italia, spesso indicata come riferimento per le performance di riciclo, continua a coprire dall’estero una quota rilevante del proprio fabbisogno complessivo di materie prime, prossima alla metà del totale. La Commissione europea richiama da tempo questo nodo nei documenti su economia circolare e sicurezza degli approvvigionamenti. La circolarità, in questa prospettiva, non è solo una questione ambientale, ma una leva industriale e strategica. Se il mercato delle materie prime seconde non diventa competitivo e prevedibile, la dipendenza dalle vergini resta strutturale e la circolarità rischia di fermarsi a monte della catena del valore. Nel settore della plastica lo scarto tra capacità di riciclo e capacità di assorbimento industriale è diventato evidente. La filiera europea ha investito, ha aumentato la produzione di polimeri riciclati, ha migliorato selezione e trattamento. Il mercato della trasformazione, però, non sta integrando le materie prime seconde in modo coerente con questi volumi. Ne deriva una crisi che si manifesta in sequenza: produzione in calo, impianti che riducono i turni o sospendono le attività, margini sempre più compressi. Il problema non è la disponibilità di rifiuti da riciclare, ma l’assenza di sbocchi stabili per i materiali già riciclati. Quando il riciclato non entra nei cicli produttivi, la pressione risale rapidamente a monte, mettendo in difficoltà l’equilibrio economico dell’intera filiera e aprendo tensioni che possono riflettersi anche sulle raccolte differenziate. Il contesto globale amplifica queste difficoltà. I rapporti di PlasticsEurope segnalano da anni una forte sovracapacità mondiale di polimeri, in particolare per le plastiche commodity utilizzate negli imballaggi. La pressione sui prezzi delle materie prime vergini rende il confronto sempre più complesso per chi produce riciclato in Europa, dove i costi energetici, ambientali e di conformità normativa sono più elevati. A questo si aggiungono le importazioni di materiali riciclati extra Ue e, soprattutto, di prodotti finiti e semilavorati realizzati con plastiche vergini o riciclate, proposti a condizioni economiche più vantaggiose rispetto agli equivalenti europei. In questo scenario, le materie prime seconde prodotte dal riciclo degli imballaggi in plastica faticano a competere sia con le vergini sia con il riciclato proveniente da Paesi terzi. La contrazione della domanda a valle si traduce in un accumulo di stock e in una crescente difficoltà a monetizzare gli investimenti effettuati lungo la filiera. Alla base delle criticità del mercato delle materie prime seconde c’è una domanda industriale che resta intermittente. In molti settori, l’utilizzo di materiali riciclati non è ancora pienamente integrato nei capitolati tecnici e continua a dipendere da condizioni di prezzo favorevoli. Quando queste vengono meno, la domanda si ritrae rapidamente. Il fenomeno è evidente anche nei materiali considerati più consolidati. Nel caso del PET riciclato, pur in presenza di obblighi di contenuto minimo in alcune applicazioni, i valori di cessione del rifiuto selezionato hanno registrato contrazioni significative, avvicinandosi ai livelli più bassi degli ultimi cinque anni. Un segnale che mette sotto pressione non solo la produzione di R-PET, ma l’intera catena che lo alimenta. Le difficoltà sono ancora più marcate per le poliolefine miste riciclate. La domanda interna, già strutturalmente debole, risente del rallentamento dei settori utilizzatori, in particolare dell’automotive. Anche laddove la cessione a riciclo viene sostenuta da contributi economici, trovare sbocchi resta complesso. In questi casi, il dibattito si sposta verso utilizzi alternativi al riciclo meccanico tradizionale. Studi dell’European Commission Joint Research Centre analizzano da tempo possibili applicazioni industriali per le frazioni più problematiche, dall’impiego come agenti riducenti in siderurgia all’utilizzo come materia di ingresso per processi di riciclo chimico (in cui il materiale viene scomposto e riutilizzato come base per nuove produzioni), fino al ruolo di additivi in conglomerati bituminosi o in specifiche formulazioni polimeriche. Opzioni tecnicamente praticabili, ma che richiedono investimenti, regole chiare e una domanda industriale disposta a impegnarsi nel medio periodo. In assenza di meccanismi in grado di garantire un assorbimento stabile delle materie prime seconde, il mercato resta esposto a oscillazioni ricorrenti. Quando queste si sommano a fasi di forte pressione competitiva internazionale, gli effetti si concentrano nei segmenti più fragili della filiera europea del riciclo.
(Adnkronos) - I dazi Usa non hanno frenato nel 2025 le relazioni commerciali tra Italia e Stati Uniti, che nel 2026 potranno avere nuovo slancio. E il nostro Paese, con la premier Meloni, può avere un ruolo chiave per raggiungere un accordo negoziato tra Ue e Usa sulla Groenlandia, evitando criticità che potrebbero andare a mettere in crisi l'accordo sui dazi trovato tra Bruxelles e Trump. E' questa in sintesi la posizione di Simone Crolla, managing director di AmCham, la Camera di commercio Americana in Italia, che in una lunga intervista con Adnkronos/Labitalia, ha affrontato i diversi temi sul tappeto Dottor Crolla, qual è il bilancio che come Camera tracciate dei rapporti commerciali tra Italia e Usa nel 2025? Quali gli effetti dei dazi Usa sull’export? Quali le previsioni per il 2026? Al netto dei timori collegati ai dazi e concentrati nella prima parte dell’anno non possiamo che tracciare un bilancio assolutamente positivo della relazione commerciale tra Usa e Italia. In attesa dei dati definitivi sappiamo dall’Istat che le esportazioni italiane verso gli Usa sono crescite del +7,9% nei primi 11 mesi del 2025 rispetto al 2024. Un dato estremamente incoraggiante e giustificato da più fattori: l’early loading di prodotto italiano effettuato dagli importatori americani prima dell’applicazione del dazio effettivo, la resilienza delle catene di approvvigionamento, il confermato apprezzamento per la qualità dei prodotti italiani manifestata ancora una volta dai consumatori americani. È quindi lecito dire che fino a questo momento il dazio orizzontale del 15%, applicato dagli Stati Uniti ai prodotti importati dall’Unione Europa, non abbia sortito l’effetto nefasto da molti pronosticato prima del 2 aprile, giorno del Liberation Day. Anche nel flusso opposto abbiamo riscontrato ottimi risultati: a settembre 2025, le esportazioni Usa verso l’Italia sono aumentate del 76,8% su base annua, rispetto a settembre 2024. Numeri assolutamente entusiasmanti per chi come AmCham ha un ruolo di ponte tra i due paesi. Quello che ci aspettiamo quindi, guardando al nuovo anno, è una stabilizzazione dei mercati fondata sugli accordi sottoscritti in Scozia tra il Presidente Trump e la Presidente Von der Leyen, un allargamento della lista delle esenzioni ed il tentativo da parte delle due diplomazie di creare un dialogo stabile sulle questioni commerciali e sulle barriere, non necessariamente tariffarie, che ancora oggi insistono in maniera particolare in entrambi i flussi. Nel 2026 saremo tutti ben consapevoli che non esiste paese o blocco commerciale che non abbia subito l’imposizione di un dazio da parte del partner americano che sta cercando in ogni modo di riorganizzare la struttura del proprio impianto economico, oltre che del debito. L’imposizione del dazio orizzontale non è una misura riservata a noi europei ma viene applicata anche ad alleati storici degli Stati Uniti come Israele, Regno Unito, Arabia Saudita, Canada e Giappone. Sui dazi credete che per l'Italia il peggio sia ormai passato? Siamo abbastanza certi che il peggio sia ormai alle spalle e che quindi possiamo aspettarci dei mercati meno nervosi rispetto agli annunci dei soggetti politici come avvenuto soprattutto in vari momenti dello scorso anno. Detto questo aspetterei di vedere l’evolversi, proprio in questi giorni, della questione relativa alla Groenlandia che suscita in noi molta preoccupazione. I recenti sviluppi potrebbero infatti compromettere in modo sostanziale l’Accordo Quadro Ue-Usa e portare a misure di ritorsione reciproca che danneggerebbero senza dubbio alcuno le imprese americane ed europee che esprimono flussi commerciali e di servizi tra i più sviluppati al mondo contribuendo a creare e confermare decine di migliaia di posti di lavoro. Esattamente lo scenario che nessuno di loro vuole si concretizzi. Apprezzo molto in questo frangente la cautela ed il pragmatismo con cui si sta muovendo il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Quali sono i settori che a vostro parere potranno dare una spinta decisiva ai rapporti nel 2026? Quali i vostri programmi a supporto delle aziende? Nel 2026 i rapporti tra Italia e Stati Uniti potranno ricevere una spinta decisiva soprattutto da alcuni settori chiave, in cui esistono già complementarità industriali, tecnologiche e strategiche, tra questi: tecnologie avanzate e digitale, intelligenza artificiale, semiconduttori, cybersecurity, farmaci e dispositivi medici, difesa & aerospazio, manifattura avanzata e mobilità. AmCham Italy porta avanti oramai da molti anni molti programmi e piattaforme che attivamente contribuiscono a supportare le aziende nelle verticali di riferimento. Tra queste voglio citare i nostri Comitati di Advocacy, partecipati da soci italiani a americani, che più volte l’anno si incontrano in sede e da remoto per discutere delle criticità di un determinato comparto e delle soluzioni teoriche e pratiche che possono portare la relazione transatlantica verso un ulteriore step. Le recenti frizioni sulla Groenlandia con minaccia di Trump di dazi ai Paesi europei possono avere effetti anche sui rapporti tra Italia e Usa? Credo di no perché la relazione tra il Presidente Trump e la Premier Meloni è tra le migliori al mondo, come confermato da tutti i soggetti più esposti tra le due sponde dell’Atlantico. Meloni e Trump provengono entrambi dalla stessa famiglia politica ma li accumuna anche una visione comune su molte questioni. Sulla Groenlandia è urgente trovare una soluzione negoziata e l’Italia può svolgere adesso un ruolo chiave. Invece di trasformare la Groenlandia in un simbolo di scontro geopolitico, è possibile farne il perno di una cooperazione strutturata su investimenti e sicurezza, capace di rispondere alle reali priorità strategiche degli Stati Uniti senza mettere in discussione la sovranità danese e le necessità della popolazione locale. Agli Stati Uniti non serve “comprare” la Groenlandia. Ciò che conta davvero per Washington è il controllo funzionale delle risorse critiche e dell’architettura di sicurezza dell’Artico: minerali essenziali per le filiere energetiche e della difesa, infrastrutture dual-use e posture militari avanzate sul fianco nord dell’Atlantico. L’Italia può proporre di incanalare queste esigenze in un pacchetto integrato che trasformi il contenzioso in un accordo vantaggioso per tutte le parti. Il primo pilastro sarebbe quindi la creazione di un Fondo congiunto Usa–Europa dedicato allo sviluppo delle risorse minerarie e infrastrutturali della Groenlandia e dell’Artico occidentale. Il secondo sarebbe inoltre un concreto rafforzamento della sicurezza artica, formalizzato in ambito Nato. L’Europa si assumerebbe una quota maggiore e misurabile del peso di queste misure: più truppe, esercitazioni, capacità di sorveglianza e investimenti nelle infrastrutture militari tra Groenlandia, Islanda e isole del Nord, come tra l’altro confermato stamattina a Davos dalla presidente Von der Leyen. Il tutto resterebbe sotto chiara leadership statunitense, rafforzando il ruolo degli Usa come garante ultimo della sicurezza dell’Artico. La politica è l’arte del compromesso e questo vale anche in questo nuovo anno che abbiamo appena aperto.
(Adnkronos) - Superare l’approccio ideologico che ha spesso caratterizzato il dibattito sull’olio di palma, proponendo una valutazione integrata e basata sulle evidenze scientifiche, che tenga conto di nutrizione, sicurezza alimentare, sostenibilità ambientale e food security globale. E’ l’obiettivo del posizion paper “Olio di palma sostenibile: nutrizione e sicurezza alimentare”, documento approvato dal Comitato tecnico scientifico dell’Unione italiana per l’olio di palma sostenibile e redatto da un gruppo di lavoro composto dal prof. Sebastiano Banni, ordinario di fisiologia all’Università di Cagliari, dal dott. Giorgio Donegani, tecnologo alimentare ed esperto di nutrizione e dal prof. Andrea Poli, presidente della Nutrition Foundation of Italy. Il documento è stato presentato in collaborazione con Assitol in occasione di Sigep 2026, durante un incontro in cui sono intervenuti due degli esperti che hanno redatto il documento, Giorgio Donegani e Sebastiano Banni, il direttore generale di Assitol, Andrea Carrassi; e Lucia Gramigna, R&D Oil and Fats Manager di Unigrà, che ha approfondito gli aspetti tecnologici dell’uso dell’olio di palma nell’industria alimentare. Il Comitato Tecnico Scientifico dell’Unione è un organismo interdisciplinare esterno di esperti scelti per assicurare autorità, rigore scientifico e obiettività nei contenuti pubblicati o adottati dall’associazione stessa. Ha una funzione di supporto scientifico e di validazione oggettiva per tutte le attività di comunicazione e posizionamento dell’Unione sui temi dell’olio di palma sostenibile (in termini di sostenibilità ambientale, nutrizionale, sociale e di filiera). Tra i principali contenuti del documento: il ruolo fisiologico e nutrizionale dei grassi e dei grassi saturi all’interno di una dieta equilibrata; la neutralità dell’olio di palma rispetto al profilo lipidico quando inserito in un’alimentazione normocalorica e bilanciata; e le evidenze scientifiche più recenti sui grassi saturi ed in particolare sull’acido palmitico, naturalmente presente anche nell’organismo umano e coinvolto in funzioni biologiche essenziali. Focus anche sull’evoluzione normativa e tecnologica che ha portato a una drastica riduzione dei contaminanti di processo negli oli e grassi vegetali, oggi regolamentati da limiti europei stringenti; sul contributo dell’olio di palma sostenibile alla sicurezza alimentare globale. Il position paper evidenzia inoltre come l’eliminazione di un singolo ingrediente non garantisca automaticamente un miglioramento del profilo nutrizionale della dieta e sottolinea l’importanza di politiche alimentari fondate su analisi complessive del bilancio nutrizionale e di sostenibilità. “Il dibattito sull’olio di palma deve evolvere da una contrapposizione ideologica a una valutazione scientifica e integrata, che tenga insieme nutrizione, sicurezza alimentare e sostenibilità. L’olio di palma sostenibile è una materia prima strategica per l’equilibrio del sistema agroalimentare globale. Solo informazioni corrette e basate sulle evidenze possono guidare scelte consapevoli. Questo documento, disponibile da oggi sul sito dell’Unione Italiana per l’Olio di Palma Sostenibile, rappresenta uno strumento di riferimento per istituzioni, operatori della filiera, media e comunità scientifica”, ha sottolineato a conclusione dell’incontro il presidente dell’ Unione italiana per l’olio di palma sostenibile, Vincenzo Tapella.