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Cos'è il bazooka europeo e può davvero fare male a Trump?

(Adnkronos) - Ogni volta che Donald Trump torna a minacciare dazi, ritorsioni commerciali o pressioni politiche sull’Europa, a Bruxelles riemerge una parola che ormai è diventata un mantra: “bazooka”. È il modo in cui viene spesso descritto l’Anti-Coercion Instrument (Aci), il ...

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Pizza, costo aumentato? Per la Margherita prezzo stabile ma è molto più cara al Nord

(Adnkronos) - L’Osservatorio socio-economico della Pizza Napoletana, istituito dall’Università degli studi di Napoli ‘Parthenope’ con il Dipartimento scienze umane e sociali, patrimonio culturale del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Dsu), ...

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Rifiuti, indagine: un italiano su due non conosce i Raee ma il 73% si considera preparato sul riciclo

(Adnkronos) - Il Consorzio Erp Italia, uno dei principali Sistemi Collettivi senza scopo di lucro attivi in Italia per la gestione dei Raee (Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche) e dei rifiuti di pile e accumulatori, ha realizzato ...

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Cos'è il bazooka europeo e può davvero fare male a Trump?

(Adnkronos) - Ogni volta che Donald Trump torna a minacciare dazi, ritorsioni commerciali o pressioni politiche sull’Europa, a Bruxelles riemerge una parola che ormai è diventata un mantra: “bazooka”. È il modo in cui viene spesso descritto l’Anti-Coercion Instrument (Aci), il meccanismo che dovrebbe consentire all’Unione europea di reagire a forme di coercizione economica da parte di Paesi terzi. Ma al di là della retorica, cosa c’è davvero dentro questo bazooka? E, soprattutto, quanto farebbe davvero male agli Stati Uniti se l’Ue decidesse di usarlo contro un’America trumpiana? L’Anti-Coercion Instrument nasce da una constatazione ormai condivisa a Bruxelles: il commercio globale non è più governato solo da regole multilaterali e arbitrati tecnici, ma è diventato uno strumento di pressione geopolitica. Dazi, minacce regolatorie, restrizioni informali e ritorsioni mirate vengono usate per influenzare decisioni sovrane di altri Paesi. In questo contesto, l’Aci è nato soprattutto per rispondere alla Cina, che in un caso ormai celebre ha esercitato una indebita pressione politica ed economica sulla Lituania rea di aver allacciato rapporti con Taiwan. È una base giuridica per reagire in modo coordinato, evitando che singoli Stati membri vengano colpiti e isolati. Un meccanismo non pensato come una risposta automatica o impulsiva, ma come una cornice che consente all’Unione di costruire deterrenza, mostrando di avere opzioni credibili e pronte all’uso. Uno degli equivoci più diffusi è immaginare il bazooka europeo come un’unica arma risolutiva. In realtà, la forza dell’Unione sta nella possibilità di combinare più strumenti, calibrando la risposta in base all’intensità della coercizione subita. Sul piano commerciale, questo significa poter colpire settori sensibili per l’economia e per la politica americana, scegliendo prodotti e filiere che hanno un peso simbolico oltre che economico. Ma il punto decisivo è che oggi l’Europa non è più limitata ai soli dazi. L’accesso al mercato unico, che resta uno dei più ricchi (e regolati) del mondo, diventa una leva centrale. Norme, standard, autorizzazioni e controlli possono trasformarsi in strumenti di pressione indiretta, capaci di incidere profondamente sugli interessi economici statunitensi senza ricorrere a misure platealmente punitive. Se c’è un terreno su cui l’Europa potrebbe colpire in modo particolarmente efficace, è quello dei servizi e del digitale. Le grandi piattaforme tecnologiche americane dipendono in modo strutturale dal mercato europeo, sia in termini di fatturato sia di legittimazione regolatoria. L’applicazione rigorosa del Digital Services Act e del Digital Markets Act, l’inasprimento delle sanzioni e una lettura restrittiva delle norme su dati e concorrenza rappresentano una leva potente. Non si tratterebbe tanto di “punire” le aziende americane, quanto di rendere evidente che l’accesso privilegiato al mercato europeo non è scontato in un contesto di conflitto politico. È una forma di pressione estremamente costosa, perché incide su modelli di business e valutazioni finanziarie. Un altro capitolo centrale riguarda le tecnologie avanzate, l’energia e le infrastrutture critiche. Qui il bazooka europeo assume una dimensione più strategica. L’Ue dispone oggi di strumenti per limitare l’accesso delle aziende straniere agli appalti pubblici, per condizionare gli investimenti diretti esteri e per controllare l’esportazione di tecnologie sensibili. Nel caso degli Stati Uniti, questo significherebbe toccare nervi scoperti della relazione transatlantica: dalla cooperazione industriale alla sicurezza energetica, fino al ruolo delle aziende americane nei grandi progetti infrastrutturali europei. Come osserva lo European Council on Foreign Relations, sono misure che difficilmente verrebbero usate per prime, ma che contribuiscono a rendere credibile la deterrenza europea. Nel dibattito pubblico torna spesso l’idea che l’Europa possa colpire gli Stati Uniti usando la finanza come arma. Gli investitori europei detengono infatti asset americani per un valore che supera i 12.600 miliardi di dollari. Sulla carta, una cifra enorme. Nella pratica, una leva molto meno maneggevole. Il “Financial Times” chiarisce perché questo strumento resta più teorico che reale. Quegli asset non sono controllati direttamente dai governi, ma da fondi pensione, assicurazioni e investitori privati. Una loro dismissione forzata danneggerebbe anche l’Europa, rafforzando l’euro e penalizzando le esportazioni. Inoltre, i mercati finanziari statunitensi restano i più profondi e liquidi al mondo, in grado di assorbire shock anche significativi. La finanza, dunque, non è un’arma da usare apertamente, ma può funzionare come segnale politico: rallentare nuovi investimenti, aumentare la percezione del rischio e rendere più costoso il capitale per gli Stati Uniti in un contesto di tensione prolungata. Esiste però una leva finanziaria meno discussa, ma politicamente esplosiva: il ruolo delle grandi banche d’affari americane nel collocamento dei titoli di Stato europei. Oggi istituti come Goldman Sachs, Jp Morgan, Morgan Stanley o Citi sono attori centrali nelle operazioni di emissione del debito sovrano di molti Paesi dell’Unione. In uno scenario di scontro aperto, i governi europei potrebbero valutare – almeno in teoria – di ridurre o escludere le banche americane da questi mandati, privilegiando istituti europei. Sarebbe una mossa ad alto impatto simbolico, perché colpirebbe direttamente Wall Street nel suo ruolo di intermediario globale. Ma sarebbe anche una decisione estremamente delicata: i mercati potrebbero interpretarla come una politicizzazione del debito, aumentando la volatilità e i costi di finanziamento per gli stessi Stati europei. Proprio per questo, più che un’arma da usare, questa opzione funziona come minaccia: dimostra che l’interdipendenza finanziaria non è a senso unico e che anche il cuore del sistema finanziario americano dipende dalla cooperazione europea. L’Europa, di fronte alle mire trumpiane sull’Artico, non ha bisogno di reagire con uno scontro frontale immediato. Può invece aumentare progressivamente i costi politici, economici e diplomatici di qualsiasi iniziativa unilaterale americana, costruendo alleanze, investimenti alternativi e impegni credibili. È lo stesso schema che vale per il commercio: il bazooka europeo non serve tanto per sparare, quanto per far capire che l’escalation sarebbe svantaggiosa per tutti, soprattutto per chi la innesca. Alla fine, il punto centrale è questo: l’Europa oggi ha davvero un arsenale più ampio e sofisticato rispetto al passato. Il bazooka esiste, ed è fatto di strumenti commerciali, regolatori, tecnologici e finanziari. Ma la sua efficacia dipende da una scelta politica. L’Unione è pronta ad accettare costi interni per difendere la propria sovranità? È disposta a usare strumenti pensati per Cina o Russia anche contro l’alleato americano? E, soprattutto, è capace di agire in modo unitario quando gli interessi nazionali divergono? Il bazooka europeo, in fondo, non è progettato per essere usato. È progettato per convincere l’altro a non costringerti a usarlo. Con Donald Trump, la vera sfida per Bruxelles è trasformare la propria interdipendenza economica in una deterrenza credibile, senza distruggere le basi della relazione transatlantica che, nonostante tutto, resta vitale. (di Giorgio Rutelli)

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Pizza, costo aumentato? Per la Margherita prezzo stabile ma è molto più cara al Nord

(Adnkronos) - L’Osservatorio socio-economico della Pizza Napoletana, istituito dall’Università degli studi di Napoli ‘Parthenope’ con il Dipartimento scienze umane e sociali, patrimonio culturale del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Dsu), Associazione Verace Pizza Napoletana (Avpn) e Fipe Confcommercio Regione Campania, ha presentato ufficialmente a Roma, nella sede del Cnr, i risultati del primo anno di attività. L’incontro ha offerto una prima fotografia dettagliata di un comparto che in Italia vale 15 miliardi di euro l’anno, con più di 50.000 pizzerie (dato Fipe), oltre 300.000 addetti e oltre 8 milioni di pizze sfornate ogni giorno. Si tratta di un'indagine condotta attraverso la somministrazione di questionari (101 rispondenti) e la raccolta di dati online su 250 attività e 254 sedi presenti sul territorio nazionale affiliate ad Avpn e, quindi, rispettose di un disciplinare, con conseguente utilizzo di prodotti analoghi in tutto e per tutto. Dai dati raccolti emerge una chiara geografia del prezzo della Pizza Napoletana Margherita. Il costo medio nazionale è di 7,04 euro, ma con differenze territoriali: 6,74 a Napoli, 6,72 al Sud, 7,46 al Centro e 7,66 al Nord. L'analisi ha permesso di calcolare l’Indice Pizza Napoletana Margherita (Ipnm), che misura la variazione percentuale rispetto al prezzo di Napoli: 99,68 al Sud, 110,63 al Centro e, in particolare, 113,70 al Nord. Nonostante gli aumenti record dei costi degli ingredienti, in particolare per la mozzarella e per l’olio, il prezzo della pizza margherita nell’ultimo anno ha registrato soltanto un lievissimo incremento a conferma di un prodotto che rimane un baluardo della cucina democratica. Nello specifico, il prezzo è aumentato da 0,01 a 0,50 euro per il 31,30% degli intervistati, da 0,51 a 1 euro per il 22,90%, da 1,01 a 1,50 per l'11,50%, mentre non si rilevano aumenti per il 14,60%. confermando l'accessibilità del prodotto. L’Osservatorio ha anche dedicato una sezione specifica al ruolo della donna nel comparto pizza. Se la presenza femminile è forte nella proprietà (38,5%) e nella gestione della sala (50,5%), la professione di pizzaiola resta una eccezione (solo il 2%). I dati suggeriscono che la trasmissione del sapere artigianale, all'interno di un contesto ancora prevalentemente familiare (74,3% delle imprese) e maschile, rappresenta una barriera significativa su cui l'Osservatorio sta conducendo un'analisi approfondita. Lo studio descrive un settore ancora fortemente legato a strutture tradizionali prevalentemente a conduzione familiare, caratterizzate da modelli organizzativi semplici e strategie imprenditoriali poco inclini all’espansione o all’internazionalizzazione: il 57,4% delle attività è una pizzeria 'pura', il 76% ha una sola sede, il 66% è ubicato in centro urbano e impiega in media 14 dipendenti. Solo poco più della metà (54,7%) delle imprese determina il prezzo attraverso un'analisi strutturata dei costi, sottolineando un'area di potenziale sviluppo per le competenze manageriali. Inoltre, la prevalenza di imprese familiari (ben il 74,3%), unite alla forte presenza di singole sedi e alla collocazione centrale nei contesti urbani, conferma che la Pizza Napoletana è ancora profondamente radicata in un modello imprenditoriale di tipo artigianale e territoriale. Nel corso della mattinata è stato evidenziato anche il ruolo della pizza come patrimonio culturale e identitario, grazie a uno studio condotto dal Cnr. La pizza napoletana è infatti uno degli elementi più rappresentativi dell’identità culturale italiana, espressione di una tradizione viva che intreccia storia, memoria collettiva, saperi artigianali e pratiche sociali condivise. Oltre alla sua funzione alimentare, la pizza si configura come una risorsa culturale capace di rendere tangibili i valori, le conoscenze e l’immaginario della comunità napoletana. L’evento è stato arricchito da un live show-cooking tenuto dai Maestri Pizzaioli Avpn testimonianza di quell’arte riconosciuta Patrimonio culturale Immateriale Unesco e dagli interventi di relatori del Cnr che hanno svelato la scienza dietro la scelta delle farine, la lievitazione e la cottura. All’incontro hanno partecipato anche numerosi studenti degli Istituti Alberghieri del Lazio, testimoniando l’interesse delle nuove generazioni verso un mestiere ricco di opportunità professionali e culturali. Sono intervenuti: Andrea Lenzi, presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche; Salvatore Capasso, direttore Dipartimento Scienze Umane e Sociali, Patrimonio culturale del Cnr; Antonio Pace, presidente Associazione Verace Pizza Napoletana; Massimo Di Porzio, presidente Fipe-Confcommercio Regione Campania; Raffaele Fiorentino, direttore Dipartimento di Studi Aziendali ed Economici, Università degli studi di Napoli 'Parthenope'; Rocco Agrifoglio, direttore Osservatorio Socio-Economico della Pizza Napoletana; Elisa Di Giovanni, ricercatrice Istituto di Studi sul Mediterraneo (Cnr-ISMed); Gennaro Di Prisco, ricercatore Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante (Cnr-Ipsp); Gianfranco Mamone, ricercatore Istituto di Scienze dell’Alimentazione (Cnr-Isa). Presenti i maestri pizzaioli Paolo Surace (segretario generale Avpn), Peter Alfredo Surace (istruttore Avpn), Umberto Mauriello (istruttore Avpn), Alberto Lento (pizzaiolo Verace Senior) Salvatore Capasso, direttore Dipartimento scienze umane e sociali, patrimonio culturale (Cnr-Dsu), ha dichiarato: "L’Osservatorio socio-economico della Pizza Napoletana nasce per dare continuità allo studio di un comparto che è insieme patrimonio culturale e infrastruttura economica del Paese. Parliamo di un settore che vale circa 15 miliardi di euro l’anno, con oltre 300.000 addetti e più di 50.000 imprese, capace di generare occupazione, identità e coesione sociale. I dati confermano che la Pizza Napoletana Margherita resta un prodotto accessibile nonostante l’aumento dei costi, ma mettono anche in luce alcune sfide strutturali: modelli imprenditoriali ancora molto tradizionali, divari di genere e bisogno di maggiore managerialità. Per il Cnr, analizzare il mondo socio-economico che ruota intorno alla pizza significa usare la ricerca per orientare politiche, formazione e sviluppo di una filiera che unisce tradizione, scienza e futuro". “I dati dell’Osservatorio - ha commentato Antonio Pace, presidente Avpn - confermano che la pizza Napoletana Margherita resta l’ultimo baluardo della cucina democratica nonostante i rincari delle materie prime, i nostri pizzaioli stanno assorbendo i costi per non tradire il patto di accessibilità con i consumatori. Tuttavia, la ricerca accende un faro necessario su un paradosso del nostro settore: il divario di genere dietro il banco. Vedere che solo il 2% di chi sta al forno è donna, a fronte di una presenza femminile massiccia nella proprietà e nel management, ci dice che dobbiamo rompere un muro culturale. La maestria artigiana riconosciuta dall’Unesco non ha genere e il futuro del comparto passa inevitabilmente per una maggiore inclusione delle donne nel ruolo di pizzaiola, superando i vecchi modelli familiari che hanno fin ora limitato questo accesso”. Per Massimo Di Porzio, presidente Fipe-Confcommercio Regione Campania, "l'Osservatorio è uno strumento di monitoraggio di un settore che ha numeri incredibili: dalle 54 pizzerie del 1807 alle oltre 50.000 del 2026". "Sicuramente va posta l'attenzione sull'impatto economico della pizzeria nel contesto socio-economico, ma anche grande rilevanza va riservata alla figura del 'pizzaiolo napoletano' e alla sua qualificazione professionale e contrattuale. Un mestiere che ha ricevuto la protezione come bene immateriale dall'Unesco non può non essere normato e disciplinato da una legge dello stato Italiano", ha aggiunto. Rocco Agrifoglio, direttore dell’Osservatorio socio-Eeonomico della Pizza Napoletana e docente Università 'Parthenope', ha affermato: "Il business della Pizza Napoletana si distingue per la prevalenza di attività di piccole dimensioni a conduzione familiare che risultano profondamente ancorate ad un modello imprenditoriale di tipo artigianale e territoriale. La Pizza Napoletana Margherita continua ad essere un prodotto popolare dal prezzo accessibile. L'Indice Pizza Napoletana Margherita evidenzia una leggera variabilità dei prezzi nelle diverse aree del territorio nazionale, con valori più elevati nelle regioni centrali e settentrionali, dove il consumo di Pizza Napoletana non rappresenta un'abitudine consolidata. In futuro, l'Indice permetterà confronti territoriali e temporali, estendendo la rilevazione anche oltre i confini nazionali e nel tempo, per comprendere come i fattori sociali, culturali ed economici influenzino il business della Pizza Napoletana". Raffaele Fiorentino, direttore del Dipartimento di Studi Aziendali ed Economici Università 'Parthenope', ha sottolineato che “l’Osservatorio vuole dare un contributo al business della Pizza Napoletana analizzando, rielaborando e interpretando dati e informazioni per aiutare le pizzerie a trovare la 'ricetta' per il successo competitivo ed economico-finanziario e così contribuire al rafforzamento dell’intera filiera”.

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Rifiuti, indagine: un italiano su due non conosce i Raee ma il 73% si considera preparato sul riciclo

(Adnkronos) - Il Consorzio Erp Italia, uno dei principali Sistemi Collettivi senza scopo di lucro attivi in Italia per la gestione dei Raee (Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche) e dei rifiuti di pile e accumulatori, ha realizzato l’indagine Swoa – Survey Waste & Opportunities Awareness – con l’obiettivo di misurare il livello di conoscenza, percezione e comportamento degli italiani rispetto al riciclo dei rifiuti elettronici. La fotografia emersa dalla ricerca, condotta su un campione rappresentativo di oltre 1.200 cittadini tra i 20 e i 60 anni, restituisce un quadro chiaro: il tema dei Raee è ancora poco conosciuto, nonostante la crescente attenzione verso la sostenibilità. Il 73% degli italiani si considera preparato, ma più della metà (56%) non sa cosa significhi l’acronimo Raee, e solo il 44% lo collega correttamente ai rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche. Anche i comportamenti dichiarati raccontano di un’Italia a due velocità: il 41% afferma di riciclare correttamente i Raee, ma tra questi una parte significativa li conferisce in modo scorretto – il 25% nell’indifferenziato e il 22% tramite operatori non ufficiali. Il 36% conserva dispositivi elettronici a casa perché non sa dove portarli. Un dato che evidenzia come la volontà di fare bene ci sia, ma sia spesso frenata dalla mancanza di informazioni pratiche o dalla difficoltà di accesso ai punti di raccolta.Accanto a questi ostacoli culturali e logistici, l’indagine evidenzia una domanda latente di servizi più vicini ai cittadini. Tra le proposte più condivise spiccano l’introduzione di contenitori condominiali dedicati (65%), la raccolta porta a porta anche per i Raee (60%) e più campagne informative sui canali tradizionali e digitali (55%).

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