(Adnkronos) - In Italia sono circa 3,7 milioni le persone che vivono dopo una neoplasia solida, mentre oltre 500mila convivono con un tumore del sangue. Numeri che evidenziano quanto sia fondamentale continuare a investire e rafforzare la ricerca clinica in oncologia ed emato-oncologia, l'ambito dove si concentra la maggior parte dei trial. Secondo i dati del Sistema informativo sui trial clinici (Ctis) europeo, oggi in Italia sono in corso 1.103 studi clinici su tumori solidi e del sangue, che confermano il nostro Paese tra i più avanzati per qualità e quantità degli studi. L'attività di ricerca non risulta però distribuita in maniera omogena sul territorio. L'84% delle sperimentazioni coinvolge almeno un centro attivo in Lombardia, mentre la Campania è la prima regione del Mezzogiorno (41%), preceduta da Emilia Romagna (56%) e Lazio (46%). Più dell'80% di tutti gli studi rientra nell'ambito dei tumori solidi: in particolare, il 40% riguarda i carcinomi di polmone, mammella, colon-retto e della prostata. Il 19% di tutti gli studi è dedicato invece alle neoplasie del sangue (di questi il 34% è sui linfomi non-Hodgkin, il 28% sulle leucemie e il 23% sui mielomi). Il 74% degli studi è sponsorizzato dalle aziende farmaceutiche. Tra quelli no profit, il 56% è supportato da strutture sanitarie, il 24% da associazioni e fondazioni e solo il 20% da università e centri di ricerca. I 184 trial oncologici avviati in Italia nel 2025 hanno coinvolto in totale 6.657 pazienti. E' quanto emerge dal Working Paper 'Protagonista della ricerca. Il paziente al centro dei trial in oncologia ed emato-oncologia', realizzato da Teha, società del gruppo The European House - Ambrosetti, con il contributo non condizionante di Amgen. Il documento è presentato oggi a Roma in un evento a cui partecipano pazienti, clinici e rappresentanti delle Istituzioni nazionali e locali. "Nel nostro documento abbiamo cercato di tracciare un bilancio dell'attuale situazione che vede l'Italia all'avanguardia in Europa per qualità e quantità della ricerca prodotta. Le analisi evidenziano che stiamo ottenendo risultati importanti pur di fronte a molte difficoltà. Basti pensare che 1 centro oncologico su 10 non riesce ad arruolare nemmeno un paziente. Il 40% non raggiunge gli obiettivi di reclutamento iniziali e circa la metà dei partecipanti arruolati abbandona lo studio clinico prima del suo completamento - afferma Rossana Bubbico, Head of Think Tank, Health & Life science, Teha Group - Le nuove sfide della ricerca clinica riguardano soprattutto la capacità di aumentare il numero di pazienti coinvolti e favorire una partecipazione più attiva e consapevole lungo l'intero percorso di sperimentazione, a fianco dei medici e del sistema. In questa direzione è fondamentale rafforzare strumenti come l'e-recruitment e promuovere i trial clinici decentralizzati, che grazie alle tecnologie digitali permettono di svolgere alcune procedure a distanza. Anche l'intelligenza artificiale può contribuire a semplificare i processi, ridurre la burocrazia e migliorare la qualità dei dati raccolti". "Stiamo vivendo un momento molto importante in cui la personalizzazione delle terapie sta diventando una realtà. Questo rende necessario un nuovo modo di costruire la ricerca - sottolinea Paolo Marchetti, presidente Fondazione per la medicina personalizzata - Non possiamo continuare a produrre evidenze scientifiche con modelli pensati per una medicina che non esiste più. Oggi possiamo rendere gli studi più etici e più intelligenti, riducendo, quando le condizioni metodologiche lo consentono, il peso del gruppo di controllo attraverso confronti esterni o sintetici rigorosamente pianificati e decentralizzando, per quanto possibile, gli studi clinici. Ma la vera svolta sarà un'altra: trasformare la pratica clinica quotidiana in una macchina continua di conoscenza, capace di raccogliere non solo dati biologici ed esiti, ma anche i Prom (Patient-reported outcome measures) e i Prem (Patient-reported experience measures) e le preferenze dei pazienti. Piattaforme prospettiche e adattative, come Be-Rome, indicano con chiarezza questa strada: non un archivio, ma una nuova infrastruttura della prova". "I diritti dei pazienti devono essere tutelati anche durante la partecipazione a una sperimentazione clinica - rimarca Elisabetta Iannelli, segretario della Federazione italiana delle associazioni di volontariato in oncologia (Favo) - Il loro ruolo è sempre più centrale ed è stato riconosciuto anche con la presenza di un rappresentante dei malati nei 40 Comitati etici territoriali istituiti nel 2023. La ricerca deve indagare sempre di più l'impatto della malattia sulla vita quotidiana attraverso i patient-reported outcome. Ma la ricerca clinica non può più essere pensata sui pazienti: deve essere costruita con i pazienti. Il loro coinvolgimento non è un favore né un gesto simbolico, è un obbligo etico, giuridico e scientifico. E' un diritto che migliora la qualità delle cure e rafforza la democrazia sanitaria. Per aumentare il reclutamento negli studi servono comunicazione trasparente, informazioni chiare e un confronto aperto anche sugli effetti collaterali, che restano una barriera alla partecipazione. Una ricerca senza pazienti è più debole; una ricerca con i pazienti è più forte, più giusta e più capace di cambiare la vita delle persone". "La centralità del paziente nella ricerca clinica non può più essere solo un principio etico o comunicativo: deve diventare una categoria scientifica - conclude Ruggero De Maria, presidente di Alleanza contro il cancro (Acc) - Oggi disponiamo di strumenti che permettono di raccogliere, accanto ai dati biologici e clinici tradizionali, segnali continui e quantitativi provenienti da wearable avanzati, monitoraggio remoto e patient-reported outcomes digitali. Domani, con lo sviluppo dell'esposomica, potremo integrare anche la misura sistematica delle esposizioni ambientali e comportamentali che modulano rischio, progressione e risposta terapeutica. Questo significa passare da una visione statica del paziente a una rappresentazione dinamica, multidimensionale e in tempo reale della malattia. E' qui che la tecnologia diventa davvero trasformativa: non perché sostituisce il medico, ma perché rende la ricerca più capace di cogliere la complessità biologica e umana della persona. Come Acc abbiamo il dovere di accompagnare questa transizione, facendo della rete oncologica nazionale il luogo in cui innovazione tecnologica, qualità scientifica e partecipazione del paziente convergono in un nuovo modello di ricerca clinica".
(Adnkronos) - Una 'tempesta' che parte dal Golfo e rischia di abbattersi sul nostro Paese in modo sempre più pesante, colpendo famiglie e imprese, che stanno vedendo già i primi effetti su carburanti e bollette. E' lo scenario concreto a cui va incontro l'Italia se la guerra in Medio Oriente dovesse proseguire anche nelle prossime settimane, come spiega in un'intervista ad Adnkronos/Labitalia Paolo Guidi, presidente di Assologistica (video), principale associazione italiana che rappresenta le imprese di logistica in conto terzi, inclusi magazzini generali, frigoriferi e terminalisti (portuali, interportuali, aeroportuali). In pratica tutte le aziende che iniziano a risentire dei costi di petrolio e gas alle stelle, nonchè dello stop al traffico nello Stretto di Hormuz. Come sta impattando la guerra in Medio Oriente sulle attività di logistica? In particolare cosa sta comportando la situazione che si è venuta a creare nello Stretto di Hormuz? E il boom del costo di petrolio e gas? "La guerra in Medio Oriente sta colpendo la logistica su due fronti: sicurezza delle rotte e costo dell’energia. Lo Stretto di Hormuz è il passaggio da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale e grandi volumi di gas, e oggi abbiamo traffico fortemente ridotto, navi ferme e diversi armatori che hanno sospeso o limitato i passaggi. In pochi giorni il prezzo del Brent è salito di quasi 10 per cento e, rispetto all’inizio del conflitto, parliamo di rialzi complessivi superiori al 25 per cento sui mercati internazionali dell’energia. Per un Paese come l’Italia, che trasporta su gomma circa l’80 per cento delle merci, questo significa costi immediatamente più alti per camion, magazzini e terminal. Vediamo già diesel in forte aumento: alcune stime parlano di rincari alla pompa nell’ordine del 30–35 per cento rispetto a fine 2025, con un aggravio superiore a 11mila euro l’anno per camion per i piccoli trasportatori. È una tempesta che parte da Hormuz, ma si scarica molto concretamente sulla logistica italiana e sui prezzi finali per imprese e famiglie". Per le aziende che importano ed esportano usando questa rotta cosa comporta questa situazione in termini di tempi e di costi? Quali i settori più colpiti nel nostro Paese? "Per le aziende che usano quella rotta gli effetti sono doppi: su tempi e costi. Sul fronte costi, le tariffe per le petroliere in uscita dal Golfo sono più che raddoppiate: il noleggio di una VLCC è salito in pochi giorni oltre i 400mila dollari al giorno, con picchi sopra i 420mila, livelli record. Sul gas liquefatto abbiamo visto noli LNG crescere di oltre 40 per cento, mentre in Europa i future sul gas sono balzati fino a un +45 per cento, in alcuni casi quasi raddoppiando. Sul fronte tempi, la combinazione di tensioni su Hormuz e deviazioni su Suez può significare diversi giorni di ritardo e, negli scenari peggiori, anche 2–3 settimane in più di transito se le navi devono circumnavigare l’Africa o attendere finestre di sicurezza. I settori italiani più esposti sono quelli energivori – chimica, plastica, acciaio, vetro, ceramica – e le filiere che dipendono da fertilizzanti e input petrolchimici, già sotto pressione per un gas europeo salito in due giorni di oltre 30 per cento. In concreto, importare ed esportare lungo quelle direttrici oggi costa molto di più e richiede più tempo". Per le vostre aziende con questa situazione quali sono le voci che pesano di più in termini di costi? "Per le imprese di Assologistica oggi pesano soprattutto tre voci. Primo, il carburante: con il diesel europeo che in alcuni mercati ha registrato rialzi fino a +34 per cento in pochi giorni, parliamo di migliaia di euro di extra‑costo l’anno per ciascun mezzo pesante. Secondo, tutta la componente marittima accessoria: sovrapprezzi di rischio e assicurazioni sulle rotte mediorientali, che in alcuni casi si sono moltiplicati rispetto ai livelli pre‑crisi, e noli su certe tratte oceaniche più che raddoppiati. Terzo, il capitale immobilizzato: se una nave che prima impiegava 25 giorni oggi ne impiega 35–40, significa una o due settimane in più di scorte in mare o in magazzino, con effetti su costi di spazio, finanziamento e rischio. È un mix che erode rapidamente i margini dei logistici e rende difficile assorbire tutto l’impatto senza rinegoziare tariffe o rivedere i contratti con i clienti". State già riscontrando ritardi negli approvvigionamenti nel nostro Paese? Cosa potrebbe accadere con il perdurare della guerra? "Sì, qualche segnale lo vediamo già: tempi di consegna che si allungano, arrivi meno regolari e slot di stiva più scarsi su alcune direttrici, in particolare verso il Golfo e l’Asia. Alcune analisi internazionali stimano che, se il blocco di Hormuz dovesse prolungarsi, fino a un 20 per cento dei flussi mondiali di greggio e gas potrebbe restare sospeso o doversi riposizionare su rotte alternative. Per ora parliamo di criticità gestibili, grazie al lavoro di pianificazione delle imprese e degli operatori. Se però la guerra dovesse durare mesi, il rischio è di una vera instabilità strutturale: nuove fiammate dei prezzi energetici, carenze temporanee di alcune materie prime critiche e un ulteriore colpo ai modelli di “just in time” che hanno guidato la logistica globale. A livello europeo si parla di un possibile trasferimento sull’economia reale di decine di miliardi di euro; per l’Italia alcune stime sull’impatto del solo rincaro energetico sfiorano già i 10 miliardi di euro potenziali. Ecco perché insistiamo su resilienza delle supply chain – diversificare fonti, rotte e fornitori – e su un dialogo stretto con il governo per calibrare eventuali misure di sostegno mirate e tempestive". (di Fabio Paluccio)
(Adnkronos) - Il Gruppo Davines - azienda attiva nel settore della cosmetica professionale con i marchi per l’haircare Davines e per lo skincare 'comfort zone', B Corp dal 2016 - annuncia, per il terzo anno consecutivo, l’apertura delle candidature per 'The Good Farmer Award' 2026. Realizzato in collaborazione con la Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, è il primo premio in Italia a sostenere i giovani agricoltori che guidano la transizione ecologica attraverso pratiche di agricoltura biologica rigenerativa e agroecologiche, con un approccio sistemico e anche sociale. Anche per questa edizione è stata rinnovata l’estensione del bando alle aziende agricole dedite all’allevamento e impegnate a migliorare il benessere e la salute animale con pratiche che includono, tra le altre, il pascolo all’aperto e la conseguente riduzione dell’uso di farmaci veterinari. Il bando si rivolge ad agricoltori e agricoltrici di età inferiore o uguale a 35 anni al 31 luglio 2026 che gestiscano imprese con certificazione biologica in corso di validità. I due progetti più innovativi e avanzati riceveranno dal Gruppo Davines 10mila euro ciascuno per l’acquisto di materiali e per interventi finalizzati al miglioramento e allo sviluppo delle attività agroecologiche. Le candidature possono essere inviate dal 10 marzo fino al 15 maggio 2026 compilando il modulo online. La cerimonia di premiazione si terrà il 27 novembre 2026 presso il Davines Group Village a Parma. Requisiti necessari per accedere al bando sono l’avere una certificazione biologica in corso di validità e applicare i principi dell’agricoltura biologica rigenerativa e dell’agroecologia. In particolare i giovani agricoltori e le loro aziende dovranno dimostrare di utilizzare almeno tre tra le strategie e le pratiche di agricoltura biologica rigenerativa e agroecologia identificate dal regolamento, tra cui la rotazione colturale, il minimo disturbo del suolo, l’utilizzo di fertilizzanti organici, la coltivazione di alberi associata a campi seminativi o a pascoli, l’uso di colture di copertura come le leguminose e la pacciamatura del terreno (ossia la copertura del terreno con materiale organico come paglia o foglie). La Commissione che valuterà e selezionerà i progetti è composta da otto membri, fra professori universitari ed esperti in temi di agricoltura, agroecologia e sostenibilità. Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, è il presidente della Giuria. Gli altri membri sono: Davide Bochicchio, ricercatore del Crea Zootecnia e Acquacoltura; Dario Fornara, direttore di Eroc (European Regenerative Organic Center); Angelo Gentili, responsabile nazionale Agricoltura di Legambiente; Paola Migliorini, docente presso l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo; Alessandro Monteleone, dirigente di Ricerca del Crea, Centro Politiche e Bio-economia; Camilla Moonen, professoressa associata presso l’Istituto di Scienze delle Piante, Università Sant’Anna di Pisa; Francesca Pisseri, medica veterinaria esperta in agroecologia, Associazione Italiana di Agroecologia.