(Adnkronos) - "L'Iran sta finendo i missili, ha colpito paesi neutrali ed è stata una sorpresa. E ora tutti questi paesi stanno combattendo duramente contro l'Iran". Donald Trump per la prima volta risponde alle domande sull'attacco condotto da Stati Uniti e Israele contro l'Iran. L'offensiva del 28 febbraio ha innescato un conflitto che si è rapidamente esteso in sostanza all'intero Golfo Persico. Teheran ha reagito con missili e droni che hanno colpito i paesi in cui si trovano le basi americane. "Hanno attaccato paesi che non erano coinvolti e questo descrive il livello di malvagità di questa gente. Ci sono paesi che si sono ritrovati sotto i missili all'improvviso. L'Iran ha attaccato il Qatar, l'Arabia Saudita, gli Emirati. Persino l'Oman, il mediatore dei colloqui", dice Trump alla Casa Bianca, nell'incontro con il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Tra una risposta e l'altra, il presidente degli Stati Uniti suggerisce l'idea di una sorta di coalizione già esistente. Non sono solo Stati Uniti e Israele, a leggere le parole di Trump, a fronteggiare l'Iran. Ufficialmente, nessun paese ha comunicato passi formali. Il dialogo però è continuo. Gli Emirati Arabi Uniti, in particolare, stanno valutando se intraprendere un'operazione militare per fermare il lancio di missili e di droni, afferma la testata americana Axios citando a condizione di anonimato due fonti ben informate. "Gli Emirati Arabi Uniti stanno valutando l'adozione di misure difensive attive contro l'Iran. Sebbene non sia stato coinvolto in alcun modo nella guerra, ha comunque subito il lancio di 800 missili", evidenzia una fonte vicina alle discussioni politiche degli Emirati. "Negli Emirati Arabi Uniti si ritiene che nessun Paese al mondo eviterebbe di valutare la propria posizione difensiva in tali circostanze", ha aggiunto la fonte. Su 'X' Anwar Gargash, consigliere per la politica estera del presidente degli Emirati Arabi Uniti, scrive che gli attacchi dell'Iran contro gli stati del Golfo "sono stati un errore di calcolo e hanno isolato l'Iran in un momento critico". Nel post Gargash sottolinea che "la vostra guerra non è contro i vostri vicini e questa escalation non fa che rafforzare la narrazione secondo cui l'Iran è la principale fonte di pericolo nella regione e che il suo programma missilistico è una fonte costante di instabilità". Il ministero della Difesa di Abu Dhabi rende noto che l'Iran ha lanciato 186 missili balistici contro gli Emirati Arabi Uniti: 172 sono stati intercettati, 13 sono caduti in mare e uno è atterrato sul territorio degli Emirati. Sono stati rilevati anche 812 droni, di cui 755 intercettati e 57 che hanno avuto un impatto sul territorio nazionale. Tre cittadini stranieri sono stati uccisi e circa 70 feriti. "Gli Emirati Arabi Uniti si riservano il pieno diritto di rispondere a questa escalation e di adottare tutte le misure necessarie per proteggere il proprio territorio, i propri cittadini e residenti", afferma il ministero della Difesa. Da Israele, a conferma delle parole di Trump, arriva l'indiscrezione secondo cui nei giorni scorsi il Qatar avrebbe già effettuato raid in Iran. A diffondere le news è il canale israeliano Channel 12, uno dei primi ad annunciare la morte dell'ayatollah Ali Khamenei, citando fonti occidentali ben informate a condizione di anonimato. Un alto funzionario israeliano, inoltre, dichiara all'emittente pubblica Kan che - secondo i vertici militari di Israele - presto anche l'Arabia Saudita attaccherà l'Iran. Trump evidenzia che persino l'Oman, mediatore negli ultimi colloqui tra Washington e Teheran, è stato preso di mira. Dal sultanato arrivano, per ora, inviti a riprendere la via diplomatica: "Alle moltissime persone che ci hanno contattato dai quattro angoli del mondo: l'Oman apprezza il sostegno dimostrato nei confronti dei nostri sforzi per fermare la guerra", dice il ministro degli Esteri, Badr al-Busaidi. "Rafforzato da questa solidarietà, l'Oman ribadisce il suo appello per un cessate il fuoco immediato e per il ritorno a una diplomazia regionale responsabile. Ci sono vie d'uscita disponibili. Utilizziamole".
(Adnkronos) - "A livello di business, per le aziende, ovviamente è tutto fermo. Ma in questo momento quello che ci preme è avere informazioni sulle persone, imprenditori, che operano con noi sul territorio iraniano, i nostri referenti. E purtroppo non abbiamo avuto risposta ai diversi messaggi inviati, le comunicazioni inevitabilmente non funzionano totalmente. E la preoccupazione è tanta". Così, raggiunto da Adnkronos/Labitalia, Giuseppe Zampini, presidente della Camera di commercio e Industria Italia - Iran & Paesi E.c.o. (Ccii), l'associazione imprenditoriale specializzata per l’internazionalizzazione delle imprese italiane in Iran e negli altri 9 paesi dell’Economic cooperation organization-E.c.o. (Afghanistan, Azerbaigian, Kazakistan, Kirghizistan, Pakistan, Tagikistan, Turchia, Turkmenistan e Uzbekistan), commenta quanto sta avvenendo in Iran in queste ore. "Sulle aziende, chiaramente, è tutto fermo. Le imprese che sappiamo essere interessate, si stanno chiedendo cosa fare anche per il nel futuro, sui loro possibili interessi nel Paese", spiega. Secondo Zampini l'aspetto più allarmante è che "Il vero problema che sta nascendo è complessivo sull'area, non soltanto in Iran. Dal punto di vista turistico, dal punto di vista dei viaggi, è tutto bloccato. Se uno dovesse andare in India partendo dalla Turchia, che giro fa? Perché tutta l'area è bloccata. Un problema che riguarda non solo il turismo, ma le imprese in generale, per chi vuole operare come imprenditori nell'intera area, al di là dell'Iran, appunto. In questo momento penso che gli effetti di questo attacco non siano stati ben considerati. Quindi ci sono delle considerazioni che in queste ore è difficile mettere a terra, se non l'effetto immediato di preoccupazione, dal punto di vista umano, e di questi imprenditori iraniani che sono interessati al nostro Paese e che non riusciamo a contattare", conclude.
(Adnkronos) - "Niente di più miope che attaccare il sistema Ets mentre l’Italia frana". Un gruppo di 150 studiosi di scienza del clima e di transizione energetica ha rivolto un appello al governo affinché non indebolisca gli strumenti europei di decarbonizzazione e rafforzi le politiche di adattamento. Al centro della lettera aperta, il richiamo alla necessità di affrontare la crisi climatica con misure fondate sulla scienza e orientate al lungo periodo. Tra i primi firmatari figura anche il premio Nobel per la Fisica 2021 Giorgio Parisi e l'economista Carlo Carraro. “Noi studiosi impegnati nella ricerca sul cambiamento climatico, sulle politiche di mitigazione e adattamento e sui sistemi complessi, esprimiamo profonda preoccupazione per il modo in cui il governo italiano sta affrontando la crisi climatica, in particolare per le recenti prese di posizione volte a indebolire i principali strumenti della politica climatica europea", scrivono. Secondo i firmatari, i recenti eventi estremi che hanno colpito il Sud Italia confermano una tendenza ormai consolidata: l’aumento delle temperature globali si traduce in una maggiore frequenza e intensità di fenomeni meteorologici estremi. "Il disastro di Niscemi appare a molti come la drammatica metafora di un intero Paese a rischio. Non a caso, da anni l’Ispra colloca l’Italia ai primi posti in Europa per l’esposizione al rischio di frane”, si legge. "Non è pessimismo, ma realismo scientifico: l’Italia dovrà affrontare un rischio crescente di disastri climatici - afferma Antonello Pasini (Cnr-Iia) - Limitarsi a rincorrere le emergenze senza ridurre con decisione le emissioni significa esporsi a impatti sempre più gravi e costosi. Senza mitigazione, l’adattamento diventa progressivamente meno efficace e, in alcuni casi, impossibile". Nel mirino degli studiosi le recenti prese di posizione critiche nei confronti del sistema europeo di scambio delle emissioni (Ets), considerato uno degli strumenti cardine della politica climatica dell’Unione europea. "L’attacco del governo al sistema Ets rischia di indebolire una politica che ha già dimostrato di ridurre le emissioni nei settori regolati, stimolare innovazione e accompagnare la transizione industriale a costi sostenibili. Per questo non ha senso presentarlo come un ostacolo per imprese e famiglie", sottolinea Stefano Caserini (Università di Parma). Secondo gli esperti, rallentare la decarbonizzazione renderebbe il Paese subalterno alle parti meno innovative dell’industria, con effetti strutturalmente negativi sulla competitività. "Innovazione e competitività sono oggi indissolubilmente legate alla decarbonizzazione - afferma Carlo Carraro (Università Ca’ Foscari Venezia) - Ostacolare la transizione espone le imprese a rischi tecnologici e finanziari crescenti e rende il Paese meno competitivo. Accelerare sulle rinnovabili significa invece rafforzare sicurezza energetica e capacità industriale". La lettera richiama infine la necessità di dare piena attuazione al Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici e di rispettare gli obiettivi europei di decarbonizzazione al 2050 e intermedi al 2040, già approvati anche dall’Italia in sede comunitaria. Per i firmatari, la crisi climatica rappresenta una sfida che richiede responsabilità condivisa e scelte coerenti con le evidenze scientifiche: rinviare o indebolire le politiche di mitigazione e adattamento significherebbe aumentare i costi economici e sociali per le generazioni presenti e future. "Politiche che mettano al centro incentivi ed investimenti per la transizione energetica e per l’adattamento ci aspettiamo trovino il consenso di tutte le forze politiche, perché deve essere comune l’accettazione dei risultati della scienza del clima e la responsabilità di fare la nostra doverosa parte per contribuire a contrastare la crisi climatica", concludono gli esperti.