INFORMAZIONIAntonello BusettoConfindustria Servizi Innovativi e Tecnologici Industria, Commercio e Artigianato Ruolo: Direttore Dei Rapporti Istituzionali Area: Communication Management Antonello Busetto |
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(Adnkronos) - Vaccino anti Covid alle mamme in attesa per gravidanze e parti più sicuri. Indipendentemente dall'effetto-scudo contro l'infezione da Sars-CoV-2, la vaccinazione anti Covid-19 in gravidanza, in particolare se accompagnata da una dose booster, riduce significativamente il rischio di preeclampsia, una grave complicanza ostetrica potenzialmente pericolosa per la vita materna e fetale. E' la conclusione di uno studio internazionale pubblicato sulla rivista 'EClinicalMedcine' (gruppo Lancet) e condotto nell'ambito del consorzio Intercovid, una rete di ricerca nata durante la pandemia per analizzare gli esiti materni e perinatali del Covid. Il lavoro è stato guidato dall'università di Oxford (Josè Villar e Aris Papageorghiou), che ne ha anche sostenuto il finanziamento attraverso il Covid-19 Research Response Fund, e ha coinvolto oltre 6.500 donne in gravidanza reclutate tra il 2020 e il 2022 in 40 ospedali di 18 Paesi del mondo. Il centro capofila per l'Italia è stato l'Irccs ospedale San Raffaele di Milano con Paolo Cavoretto, primo autore dello studio, medico ostetrico-ginecologo responsabile della Medicina materno fetale dell'Unità di Ginecologia e Ostetricia diretta da Massimo Candiani, anche professore associato di Ginecologia e Ostetricia dell'università Vita-Salute San Raffaele. Per il nostro Paese hanno contribuito altri hub ostetrico-ginecologici e pediatrici tra cui la Fondazione Irccs Ca' Granda ospedale Maggiore Policlinico - Clinica Mangiagalli di Milano, l'Irccs azienda ospedaliero-universitaria di Bologna, l'Irccs Gaslini di Genova, l'ospedale Luigi Sacco - università degli Studi di Milano e il Sant'Anna Hospital - Aou Città della Salute e della Scienza di Torino. La ricerca conferma che "la vaccinazione anti-Covid in gravidanza riduce il rischio di preeclampsia non solo prevenendo l'infezione da Sars-CoV-2, ma anche nella popolazione generale, riducendo inoltre la probabilità di parto pretermine, morbilità e mortalità materna e perinatale". La preeclampsia - ricorda una nota del San Raffaele di Milano - è una patologia che compare generalmente dopo la 20esima settimana di gravidanza e si caratterizza per un'ipertensione arteriosa associata a danno d'organo, spesso accompagnata da proteinuria (presenza di proteine nelle urine). E' una delle principali cause di complicanze ostetriche e di morbilità e mortalità materna e neonatale, responsabile di parto pretermine, danni renali ed epatici, disturbi neurologici e, nei casi più gravi, può mettere a rischio la vita della madre e del bambino. La preeclampsia colpisce fino dal 3% all'8% delle gravidanze a livello globale, in funzione del rischio gestazionale e dei protocolli clinici. Le origini della malattia non sono completamente note, ma si ritiene che derivi da un'alterazione dello sviluppo e della funzione della placenta, alla quale possono contribuire anche disfunzioni cardiovascolari. Questo processo può innescare uno stato di infiammazione diffusa e compromettere il corretto funzionamento di diversi organi, in particolare dei vasi sanguigni. "Questi meccanismi - spiega Cavoretto - sono gli stessi che si osservano nelle forme gravi di infezione da Sars-CoV-2. E' infatti noto che l'infezione da Covid-19 scateni una 'tempesta citochinica' infiammatoria e produca per questo danni ai vasi sanguigni, aggravando la vulnerabilità della placenta". I vaccini anti-Covid agiscono stimolando il sistema immunitario a riconoscere e neutralizzare il virus Sars-CoV-2, riducendo il rischio di infezione e delle sue complicanze più gravi. Studi precedenti hanno già confermato la loro sicurezza in gravidanza e la capacità di prevenire forme severe di Covid-19, parto pretermine e mortalità materna e neonatale. Questo studio aggiunge un elemento innovativo, chiariscono gli autori: "La vaccinazione potrebbe influenzare positivamente i meccanismi del sistema immunitario e dei vasi sanguigni che giocano un ruolo chiave nello sviluppo della preeclampsia, potenzialmente offrendo una forma di protezione anche in assenza dell'infezione virale". Dall'analisi prospettica delle 6.527 pazienti in gravidanza reclutate (3.753 donne non vaccinate e 2.774 vaccinate, di cui 848 avevano ricevuto anche la dose booster), emerge che l'infezione da Covid-19 in gravidanza è associata a un aumento del rischio di preeclampsia del 45%, che raggiunge il 78% nelle donne non vaccinate. Al contrario, la vaccinazione anti-Covid risulta associata a una riduzione del rischio complessivo di preeclampsia del 33% dopo dose booster. Nelle donne con comorbidità preesistenti, tra cui diabete, ipertensione e patologie tiroidee, la riduzione del rischio associata alla vaccinazione con booster raggiunge il 58%. L'associazione tra vaccinazione e riduzione del rischio di preeclampsia rimane significativa anche tenendo conto di altri fattori che possono influenzare la gravidanza, suggerendo un possibile beneficio nella prevenzione della preeclampsia anche in assenza di infezione da Sars-CoV-2. Inoltre, le donne vaccinate mostrano una minore probabilità di altri esiti avversi relativi alla gravidanza, tra cui parto pretermine, morbilità e mortalità materna e perinatale, ciascuno ridotto di circa il 30%. "Questo è il primo risultato prospettico su larga scala che dimostra come la vaccinazione anti-Covid, in particolare con dose booster, possa contribuire alla prevenzione della preeclampsia - afferma Cavoretto - In particolare, l'effetto protettivo è massimo nelle donne con comorbidità preesistenti, che sono proprio quelle a rischio più elevato". Secondo i ricercatori, "queste osservazioni rafforzano l'importanza di sostenere e ampliare i programmi vaccinali per le donne in gravidanza, con particolare attenzione alla copertura booster e all'equità di accesso a livello globale". "Lo studio - commenta Candiani, primario dell'Unità di Ginecologia e Ostetricia e Medicina della riproduzione dell'Irccs ospedale San Raffaele, ordinario di Ostetricia e Ginecologia all'università Vita-Salute San Raffaele - conferma il valore dell'integrazione tra clinica e ricerca che caratterizza l'eccellenza dell'Irccs ospedale San Raffaele e il nostro impegno per una cura a 360 gradi delle nostre pazienti. Essere protagonisti di una collaborazione internazionale di questa portata è motivo di orgoglio e testimonia la rilevanza globale del nostro lavoro".
(Adnkronos) - Le donne sono le più virtuose nella lotta allo spreco alimentare. La prevenzione dello spreco alimentare non dipende solo da buone intenzioni, ma anche da fattori sociali, culturali e digitali. E' quanto emerge dalla ricerca condotta dall'Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo su un campione di 390 cittadini italiani, presentata a Milano durante l'evento finale di 'Scrap the food waste' il progetto di cui è capofila l'Unione nazionale consumatori è stato realizzato da AWorld e l'Università stessa. A guidare il progetto Will media che nell'arco dei 20 mesi ha curato la progettazione e il coinvolgimento dei partner a ogni livello decisionale, oltre che lo sviluppo di una campagna di sensibilizzazione sulle principali piattaforme di incontro della community 18-35 anni (Instagram e Youtube). Nel corso dell’incontro dal titolo 'Il cibo che non vediamo-numeri, storie e scelte dietro allo spreco alimentare' i quattro partner del progetto (finanziato dall’European and digital executive agency- Hadea, nell’ambito del programma di finanziamento per la prevenzione dello spreco alimentare Smp food) hanno raccontato le iniziative di questi mesi di collaborazione, volti a migliorare il livello di consapevolezza dei consumatori sul tema dello spreco alimentare. La mattinata è stata un momento di confronto e di condivisione già dalla scelta della location, il Refettorio Ambrosiano che rappresenta un modello virtuoso di economia circolare applicata al cibo. Nato nel 2015 dall'idea dello chef Massimo Bottura e di Davide Rampello con Caritas Ambrosiana, questo spazio recupera ogni giorno eccedenze alimentari e le trasforma in pasti di qualità, dimostrando che lo spreco può diventare risorsa e la solidarietà può unirsi alla bellezza. Con oltre 220.000 pasti distribuiti in dieci anni, il Refettorio incarna perfettamente i valori del progetto 'Scrap the food waste'. Spazio anche a diversi momenti di interazione con il pubblico grazie ai laboratori pratici affidati alla cuoca Irene Bernacchi che lavora su eccedenze e imperfezioni per la produzione di gelato da frutta scartata e collabora con Recup (Associazione nata a Milano e attiva anche a Roma che combatte lo spreco alimentare recuperando frutta e verdura invenduta nei mercati rionali). Ma i veri protagonisti sono stati i risultati del progetto, presentati dai rappresentanti dei quattro partner con il team di Will Media a fare da padroni di casa. Come gestiscono gli sprechi gli italiani? E’ questa la domanda che guida la ricerca dell’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo: lo studio è basato sull'elaborazione di un Indice di prevenzione dello spreco alimentare (Fwpi), che ha permesso di individuare i profili dei consumatori con i comportamenti più efficaci nella riduzione dello spreco domestico. I dati mostrano che le donne, chi vive in aree rurali e chi segue un'alimentazione flexitariana o vegetariana adottano comportamenti più virtuosi nella gestione del cibo. Un dato significativo riguarda il ruolo del digitale: chi utilizza in modo consapevole social media e applicazioni dedicate dimostra livelli più bassi di spreco alimentare. La Generazione Z, in particolare, si distingue per l'impegno attivo nella ricerca di informazioni sul cibo, mentre l'interesse per le tematiche alimentari tende a diminuire con l'aumentare dell'età. La ricerca evidenzia inoltre un legame chiaro tra sensibilità verso la sostenibilità -economia circolare, filiere corte, motivazioni etiche ed ambientali- e comportamenti anti-spreco. "Il progetto Stfw ha dimostrato come strumenti digitali e informazioni corrette possono rendere le persone più consapevoli e aiutarle a gestire meglio il cibo ogni giorno. Investire sempre di più in educazione alimentare e competenze digitali è fondamentale per sostenere le famiglie nella riduzione dello spreco domestico", commenta Luisa Torri, prorettrice Università Pollenzo. Il cuore operativo del progetto 'Scrap food waste' è stata la community digitale su AWorld, che da marzo a dicembre 2025 ha coinvolto 612 persone in un percorso educativo strutturato. I risultati sono significativi: 2.607 ore di formazione completate, con una media di oltre 4 ore per partecipante; 68.811 contenuti educativi letti attraverso 16 percorsi formativi; 296.536 quiz completati per testare le conoscenze acquisite; 475 partecipanti (77,6% della community) hanno calcolato la propria carbon footprint, con un valore medio di 7,3 tonnellate di CO₂ per persona – significativamente superiore all'obiettivo di 2 tonnellate previsto dall'accordo di Parigi. I contenuti più letti dalla community rivelano cosa cercano davvero le persone: informazioni pratiche su come leggere le date di scadenza, conservare correttamente il cibo, riutilizzare gli avanzi in modo creativo. La retention è stata ottenuta senza premi materiali, basandosi esclusivamente sulla qualità dei contenuti e sulla motivazione intrinseca dei partecipanti. La mattinata si è conclusa con un pranzo preparato dai volontari del Refettorio utilizzando eccedenze e scarti alimentari, un'esperienza concreta di come il cibo invisibile possa trasformarsi in valore.
(Adnkronos) - Smog in calo nelle città in Italia. Nel 2025 scendono a 13 i capoluoghi di provincia che hanno superato i limiti giornalieri di Pm10 (50 microgrammi per metro cubo per un massimo di 35 giorni all'anno), contro i 25 del 2024, i 18 del 2023 e i 29 del 2022. Si tratta di uno dei dati più positivi degli ultimi anni, ma che non deve far abbassare la guardia. Se si guarda al 2030, anno in cui entreranno in vigore dei nuovi e più stringenti limiti europei sulla qualità dell'aria (20 µg/m3 per il Pm10, 20 µg/m3 per l’NO2, 10 µg/m3 per il Pm2.5), l'Italia resta ancora lontana dai parametri richiesti: applicandoli ad oggi, sarebbe oltre i limiti il 53% delle città per il Pm10, il 73% per il Pm2.5 e il 38% per l'NO2. Sono i dati del nuovo rapporto 'Mal'Aria di città 2026' di Legambiente che fa il punto sullo stato della qualità dell'aria nei capoluoghi di provincia italiani. Stando al report, nel 2025 sono 13 i capoluoghi di provincia che hanno superato il limite giornaliero di Pm10, fissato dalla normativa europea a 50 microgrammi per metro cubo e consentito per un massimo di 35 giorni all'anno. La maglia nera quest'anno va a Palermo, con la centralina di Belgio che ha registrato 89 giorni oltre il limite, seguita da Milano (centralina Marche) con 66 sforamenti, Napoli (Ospedale Pellegrini) con 64 e Ragusa (Campo di Atletica) con 61. Sotto le sessanta giornate si collocano Frosinone con 55 sforamenti, Lodi e Monza con 48, Cremona e Verona con 44, Modena con 40, Torino con 39, Rovigo con 37 e Venezia con 36 giorni di superamento. Nel resto dei capoluoghi monitorati non si registrano sforamenti oltre i limiti di legge e, come già avvenuto negli ultimi anni, nessuna città supera i valori annuali previsti dalla normativa vigente per Pm10, Pm2.5 e biossido di azoto. La fotografia - rivela l'analisi di Legambiente - cambia radicalmente quando si guarda ai nuovi limiti che entreranno in vigore dal 1° gennaio 2030 con la revisione della Direttiva europea sulla qualità dell'aria: il 53% dei capoluoghi italiani (55 città su 103) non rispetta già ora il limite previsto per il Pm10 di 20 microgrammi per metro cubo al 2030. Le situazioni più distanti dall'obiettivo si registrano a Cremona, dove serve una riduzione del 35%, seguita da Lodi con il 32%, Cagliari e Verona con il 31%, Torino e Napoli con il 30%. La situazione è ancora più critica per il Pm2.5, dove 68 città su 93, pari al 73%, hanno una media annuale superiore a 10 microgrammi per metro cubo. I casi più problematici sono Monza, che ha una media annuale attuale di 25 microgrammi per metro cubo e dovrebbe ridurre le concentrazioni del 60%, Cremona con il 55%, Rovigo con il 53%, Milano e Pavia con il 50%, Vicenza sempre con il 50%. Per quanto riguarda il biossido di azoto, 40 città su 105, pari al 38%, non rispettano il nuovo valore di 20 microgrammi per metro cubo, con le situazioni più distanti dall'obiettivo registrate a Napoli dove serve una riduzione del 47%, Torino e Palermo con il 39%, Milano con il 38%, Como e Catania con il 33%. "I miglioramenti registrati nel 2025 sono tra i più positivi degli ultimi anni, ma restano fragili e non sostenuti da scelte coerenti - dichiara Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente - È irragionevole che, proprio mentre iniziano a emergere segnali concreti, il governo scelga di tagliare le risorse invece di consolidare questi progressi. La scelta di ridurre drasticamente già dal 2026 - e per tutto il prossimo triennio - le risorse destinate al Fondo per il miglioramento della qualità dell'aria nel bacino padano non va nella giusta direzione. Serve invece un cambio di passo: investire con continuità nel trasporto pubblico e nella mobilità sostenibile, accelerare la riqualificazione energetica degli edifici e il superamento delle fonti più inquinanti nel riscaldamento domestico e dal comparto industriale, intervenire in modo strutturale su agricoltura e allevamenti intensivi". Il dato più preoccupante è la lentezza con cui molte città stanno riducendo le concentrazioni di inquinanti anno dopo anno. Questa edizione di Mal'Aria ha analizzato i dati di Pm10 degli ultimi quindici anni (2011-2025), calcolando attraverso una media mobile quinquennale la tendenza in ogni città e stimando i valori che potrebbero essere raggiunti entro il 2030. Delle 89 città analizzate, 49 nel 2025 registrano valori di Pm10 superiori al nuovo limite europeo di 20 microgrammi per metro cubo. Di queste, 33 rischiano concretamente di non raggiungere l'obiettivo mantenendo l'attuale ritmo di riduzione: Cremona potrebbe scendere solo a 27 µg/mc, Lodi a 25, Verona a 27, Cagliari a 26. Situazione critica anche per Napoli, Modena, Milano, Pavia, Torino, Vicenza, Palermo e Ragusa (oggi a 28 µg/mc) che potrebbero rimanere tra i 23 e i 27 µg/mc. Potrebbero invece centrare l'obiettivo città come Bari, Benevento, Bergamo, Bologna, Caserta, Como, Firenze, Foggia, Latina, Lucca, Ravenna, Roma, Salerno, Sondrio, Trento e Vercelli, oggi sopra la soglia dei 20 µg/mc ma sulla traiettoria giusta. La fotografia di Legambiente relativa al Lazio vede Roma ancora nella top ten delle peggiori città per concentrazione di NO2, settima come lo scorso anno, con una media annua di 28 µg/mc (microgrammi per metro cubo di aria) e Frosinone, con 55 giorni oltre i limiti, quinta peggior città italiana per giornate di superamento degli attuali valori massimi consentiti di Pm10 (nel report dello scorso anno era il peggior capoluogo in assoluto). Roma, Frosinone e Latina, poi, sono tra i tanti capoluoghi italiani dove si superano i nuovi limiti europei che scatteranno dal 2030.