INFORMAZIONIAndrea Testi |
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(Adnkronos) - La guerra in corso tra Iran, Israele e Stati Uniti sta riportando al centro del dibattito strategico uno dei temi più delicati per le forze armate occidentali: la sostenibilità della difesa aerea nell’era dei droni e dei missili a basso costo. Gli attacchi iraniani contro obiettivi nella regione del Golfo hanno mostrato come sistemi relativamente economici possano mettere sotto pressione difese estremamente sofisticate e costose. Allo stesso tempo, la risposta militare occidentale - fondata su sistemi avanzati e sulla superiorità aerea - continua a dimostrare un vantaggio tecnologico significativo. Secondo Mauro Gilli, professore di Strategia e Tecnologia Militare alla Hertie School di Berlino, il rischio è però quello di trarre conclusioni troppo rapide. “In molti stanno sostenendo che dobbiamo abbandonare le piattaforme militari più sofisticate e puntare su sistemi molto più economici", spiega all'Adnkronos. "Ma la questione è più complessa: bisogna capire quale tipo di guerra vogliamo combattere e in quali condizioni siamo più forti”. Professore, che cosa ci sta insegnando il conflitto con l’Iran sulle capacità militari della regione e sulle strategie dei Paesi del Golfo? Non è ancora facile dare una risposta definitiva perché le informazioni disponibili sono incomplete. Direi che ci sono due dimensioni principali. La prima è di natura politica. Sembra che la risposta iraniana a un eventuale attacco israeliano o americano non sia stata pienamente considerata nella sua interezza. Oggi vediamo attacchi che coinvolgono diversi attori regionali e non solo Israele. Secondo alcune ricostruzioni apparse sulla stampa americana, nemmeno la possibile chiusura dello stretto di Hormuz sarebbe stata presa pienamente in considerazione in alcune discussioni interne all’amministrazione americana. Questo è sorprendente, perché molti analisti ritenevano proprio quella una delle risposte più probabili da parte di Teheran. La seconda dimensione è più strettamente militare. I Paesi del Golfo hanno investito moltissimo negli ultimi anni in sistemi avanzati per intercettare missili balistici iraniani. Questo era comprensibile, perché il programma missilistico iraniano era percepito come la minaccia principale. Eppure sembra che alcuni di questi Paesi abbiano sottovalutato un altro sviluppo parallelo: la crescita delle capacità iraniane nel campo dei droni. Perché i droni stanno diventando così centrali nei conflitti contemporanei? Per una ragione molto semplice: il rapporto tra costo e impatto operativo. I droni Shahed iraniani, per esempio, sono relativamente economici e non richiedono tecnologie particolarmente sofisticate per essere prodotti o utilizzati. Questo consente di impiegarli in grandi quantità. Ed è proprio la quantità che crea problemi alla difesa. Dal punto di vista tecnologico questi droni non sono particolarmente difficili da intercettare. Le tecnologie necessarie esistono già e sono ampiamente disponibili nei Paesi occidentali. l problema è farlo in modo sostenibile nel tempo. Se per abbattere un drone relativamente economico si utilizzano missili intercettori molto costosi, si crea uno squilibrio. Ma non è solo un problema di costo economico: è soprattutto un problema industriale. Il costo elevato dei missili intercettori riflette anche la complessità della loro produzione. Se un Paese riesce a produrre cento droni nello stesso tempo in cui l’avversario riesce a produrre dieci intercettori, è evidente che nel lungo periodo la difesa rischia di esaurire le proprie scorte. L’Iran può sostenere questo ritmo di attacchi ancora a lungo? I dati disponibili sono basati su stime. Prima dell’inizio del conflitto si parlava di uno stock iraniano compreso tra circa 2.000 e 2.500 missili balistici. Da un lato l’Iran ha utilizzato parte di queste capacità. Dall’altro lato Israele e Stati Uniti stanno cercando di distruggere non solo i missili ma soprattutto i sistemi di lancio. Questo è un punto molto importante. I missili balistici, a differenza dei droni, richiedono piattaforme specifiche per essere lanciati. Spesso si tratta di sistemi mobili montati su camion con infrastrutture di lancio dedicate. Se questi sistemi vengono distrutti, anche uno stock numeroso di missili diventa molto meno utile. Per questo si può dire che siamo di fronte a una sorta di gara contro il tempo. Non sappiamo se l’Iran stia adottando una strategia graduale - conservando parte delle scorte per il futuro - oppure una strategia più massimalista con attacchi intensivi nelle prime fasi del conflitto. Si è parlato anche del coinvolgimento di Russia e Cina. Che ruolo stanno giocando in questa crisi? Direi che sarebbe sorprendente se Russia e Cina fossero assenti. L’Iran non è formalmente un alleato, ma ha certamente una convergenza strategica con Mosca e Pechino. La Cina, per esempio, acquistava prima dell’inizio del conflitto circa l’80% del petrolio iraniano. Pechino ha un interesse evidente alla stabilità del regime iraniano. Da parte russa c’è poi un’altra considerazione: il coinvolgimento occidentale nella regione. Per Mosca creare difficoltà agli Stati Uniti e ai loro alleati può essere visto come un modo per esercitare pressione indiretta sull’Occidente, anche nel contesto della guerra in Ucraina. È inevitabile quindi che vi siano forme di supporto, per esempio nella condivisione di informazioni o di intelligence. La differenza rispetto al caso ucraino è che Israele e Stati Uniti hanno attualmente la superiorità aerea sull’Iran. Questo rende molto più difficile trasferire nuove tecnologie o equipaggiamenti avanzati nel Paese, come è avvenuto nei mesi e negli anni scorsi. Molti analisti sostengono che questa guerra cambierà completamente il modo in cui gli eserciti occidentali acquistano armamenti. Direi che il dibattito è legittimo, ma bisogna fare attenzione a non trarre conclusioni troppo affrettate. Negli Stati Uniti e in Europa esiste oggi una corrente di pensiero - sostenuta anche da imprenditori della tecnologia e da alcune startup della difesa - secondo cui le piattaforme militari tradizionali sono troppo complesse e troppo costose. Secondo questa visione dovremmo abbandonare sistemi sofisticati e puntare su tecnologie molto più semplici e prodotte in grandi quantità. Io sono un po’ scettico su questa conclusione. Il motivo è semplice: la complessità di alcune piattaforme militari non è casuale. Deriva dal tipo di missioni che devono svolgere. E poi bisogna chiedersi una cosa: se dall'altra parte ci sono Russia e anche Cina, e quest'ultima è in grado di produrre tecnologia in grandi quantità e a un costo più basso rispetto all'Occidente, ha davvero senso puntare tutto sulla quantità rinunciando alla qualità e alla superiorità tecnologica? Può fare un esempio concreto? Prendiamo il caso dell’F-35. È spesso criticato per il suo costo elevato. Ma nel conflitto attuale abbiamo visto come la capacità di Israele e degli Stati Uniti, dotati di caccia di quinta generazione, di ottenere la superiorità aerea rappresenti un vantaggio enorme. La superiorità aerea cambia completamente la natura del conflitto. Un Paese che controlla lo spazio aereo può colpire infrastrutture, logistica e rifornimenti con grande precisione e con rischi relativamente ridotti. La Russia, per esempio, dopo quattro anni di guerra non è riuscita a ottenere una vera superiorità aerea sull’Ucraina. Questo ha contribuito a trasformare il conflitto in una guerra di logoramento e di trincea. Il punto però è anche strategico. La guerra non è un processo lineare in cui si comprano semplicemente le armi più economiche: le scelte sugli investimenti servono anche a costringere l’avversario a combattere nel modo in cui siamo più forti noi. In altre parole, si tratta di creare dilemmi per il nemico e spingerlo a confrontarsi sul terreno che ci è più favorevole. Se, per esempio, i Paesi europei rinunciassero alla capacità di ottenere il controllo dello spazio aereo, il rischio sarebbe quello di trovarsi costretti a combattere in un modo simile a quello che vediamo oggi in Ucraina: una guerra di trincea che richiede molti più soldati sul campo. E la domanda allora diventa: è davvero questo il tipo di conflitto che le società europee vogliono prepararsi a combattere? Sul piano tecnologico quali sono le innovazioni più promettenti per contrastare i droni? Non esiste una soluzione unica. La difesa moderna è sempre più un sistema integrato composto da diversi livelli: sensori, sistemi di tracciamento e strumenti di ingaggio. Gli ucraini hanno sperimentato una soluzione interessante: utilizzare droni difensivi per intercettare quelli offensivi. Se il drone intercettore costa magari il doppio del drone d’attacco ma resta comunque relativamente economico, il sistema rimane sostenibile. Un’altra tecnologia promettente è rappresentata dai laser. I laser hanno il vantaggio di ridurre drasticamente il costo per intercettazione, perché non richiedono l’impiego di munizioni. Se si dispone di una fonte di energia stabile, si può ingaggiare il bersaglio con un fascio continuo. Ma anche in questo caso esistono limiti importanti: condizioni atmosferiche come nebbia o pioggia possono ridurre l’efficacia del sistema e il raggio operativo è relativamente limitato. Per questo è probabile che queste tecnologie diventino componenti di un sistema di difesa integrato piuttosto che sostituire completamente i sistemi esistenti. Passando all’Europa: stiamo davvero assistendo a un cambio di strategia nella difesa? Dipende molto dai Paesi. I Paesi baltici e nordici, per esempio, percepiscono chiaramente la minaccia russa e stanno investendo molto seriamente nelle proprie capacità militari. Anche la Polonia si sta muovendo in questa direzione, addirittura ipotizzando di dotarsi dell'atomica. La Germania sembra aver deciso di cambiare rotta in modo significativo. Il nuovo governo ha detto che il Paese deve assumersi maggiori responsabilità nella difesa europea. In altri Paesi invece la questione è vissuta come meno urgente, anche per ragioni economiche (troppo debito) e politiche. E sul tema dell’autonomia europea dagli Stati Uniti? Qui bisogna essere realistici. Ci sono alcune capacità militari - per esempio nei sistemi di comunicazione avanzati o nel tracciamento di obiettivi a lungo raggio - in cui gli Stati Uniti hanno un vantaggio enorme. Replicare completamente queste infrastrutture richiederebbe investimenti giganteschi, tempi molto lunghi e probabilmente anche diversi fallimenti tecnologici. Per questo molti Paesi europei stanno adottando un approccio pragmatico: rafforzare alcune capacità autonome ma continuare a collaborare strettamente con gli Stati Uniti per le tecnologie più avanzate. (di Giorgio Rutelli)
(Adnkronos) - Cida-Confederazione italiana dirigenti ed alte professionalità nasce nel 1946, lo stesso anno della Repubblica Italiana. Non è una coincidenza: è un parallelismo che racconta un destino condiviso. Mentre il Paese costruiva le sue fondamenta democratiche, la dirigenza italiana si organizzava per contribuire alla ricostruzione economica, sociale e civile. Ottant’anni dopo, quel legame tra competenza manageriale e tenuta istituzionale è più attuale che mai. (VIDEO) “Celebrare gli 80 anni di Cida - dichiara Stefano Cuzzilla, presidente di Cida - significa riconoscere il contributo della dirigenza italiana alla costruzione e alla tenuta della Repubblica. Dal 1946 a oggi, nei momenti più difficili il management italiano è stato presidio di continuità, equilibrio, responsabilità. Questi 80 anni aprono il quinto ciclo ventennale della nostra storia, in un Paese che affronta trasformazioni profonde e ha bisogno di una classe dirigente all’altezza della loro complessità. Per questo il 2026 non sarà un anno di commemorazione, ma di proposta: guidare il cambiamento con competenza e visione è il nostro mandato, oggi come allora”. 'Il futuro come responsabilità' si fonda su un concept strategico: 5×20. Ottant’anni non sono solo il prodotto di quattro cicli conclusi - 1946-1965, 1966-1985, 1986-2005, 2006-2025 - ma l’apertura del quinto ciclo ventennale (2026-2045) che condurrà Cida al suo centenario. Cinque volte venti anni non come semplice periodizzazione cronologica, ma come grandi stagioni di responsabilità, ognuna segnata da sfide diverse e da decisioni che hanno inciso sul volto del Paese. Attraverso questi cicli, cinque tematiche restano costanti e si trasformano: tecnologia e innovazione, leadership e responsabilità, lavoro e welfare, competenze e formazione, ruolo sociale del management. Fili che attraversano la storia e ne determinano la qualità, costruendo una mappa per leggere il passato senza nostalgia, abitare il presente con consapevolezza e costruire il futuro come scelta. Il concept 5×20 verrà declinato in un programma di eventi, pubblicazioni e iniziative istituzionali lungo tutto il 2026, posizionando Cida come soggetto di proposta concreta su tre priorità nazionali: intelligenza artificiale e futuro del lavoro, demografia e sostenibilità del welfare, competenza manageriale come garanzia della qualità della decisione — pubblica e privata. Un percorso che Cida affronterà con partner di primo piano: l’Istituto Italiano per l’Intelligenza artificiale per l’impatto industriale-AI4I, fondato dal Governo italiano per sviluppare ricerca trasformativa applicata all’intelligenza artificiale, con cui si aprirà il ciclo di eventi il 10 giugno; il Censis e Itinerari Previdenziali, voci autorevoli nell’analisi della società e del welfare italiani. A dare forma visiva a questa visione è il nuovo logo celebrativo sviluppato per il 2026. Quattro elementi simbolici si integrano in un’unica immagine: l’infinito, che evoca la continuità tra memoria e progetto; la rete, che rappresenta le dieci Federazioni confederate, una comunità plurale che abbraccia tutti i settori strategici del Paese e trasforma la pluralità delle competenze in una forza comune; l’unione, che richiama la convergenza di competenze diverse verso un obiettivo condiviso; il timone, metafora della responsabilità direzionale che il management esercita nel governo delle organizzazioni e del cambiamento. Il logo accompagnerà come firma visiva tutte le iniziative dell’anno celebrativo, tenendo insieme passato e futuro in un’identità riconoscibile e proiettata in avanti. La sua ideazione, insieme all’intera architettura strategica e narrativa del progetto, è stata sviluppata con Eprcomunicazione spa società benefit, la sua controllata Cernuto Pizzigoni & Partners Srl e K-Vision, la nuova unit di Eprcomunicazione dedicata alle esperienze visive multimediali e immersive.
(Adnkronos) - “Biae è la prima banca interamente focalizzata nel settore delle energie alternative e della transizione energetica ed ecologica. Siamo controllati al 100% da Banca del Fucino e tutte le nostre iniziative mirano a sostenere la transizione”. Così Carlo Cavallero, Direttore Generale della Banca Italiana per l'Ambiente e per l'Energia, illustra il core business di Biae nata a ottobre 2025 e per la prima volta al Key - The Energy Transition Expo, l’evento di riferimento per la transizione energetica in Europa, Africa e bacino del Mediterraneo, organizzato da Italian Exhibition Group (Ieg), dal 4 al 6 marzo, presso la Fiera di Rimini. (Video) “È per noi un grande piacere essere a Key - afferma Cavallero - Vogliamo comunicare alle aziende che rappresentiamo il loro supporto per ogni necessità legata al mondo dell'energia. Assistiamo sia le imprese che realizzano impianti, sia quelle che si occupano di sviluppo: vogliamo essere protagonisti in questo settore affiancando tutti gli operatori”. Il dg si sofferma poi sulla struttura di Biae. “Sono due le direzioni: la direzione Green Lending, che eroga prodotti e servizi tipicamente bancari come finanziamenti e linee di liquidità, e la direzione Green Advisory. In quest'ultima - spiega - offriamo servizi di consulenza e siamo in grado di accompagnare le imprese nei loro investimenti, aiutandole, ad esempio, a trovare partner o acquirenti, o rispondendo a qualsiasi altra esigenza legata al mercato dell'energia”.