(Adnkronos) - Donald Trump vuole la Groenlandia e non molla, al punto che è anche disposto a comprarla. Il presidente Usa "sta attivamente discutendo" l'acquisto con il suo team, ha dichiarato la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, sottolineando che Trump preferisce la via diplomatica ma non esclude l'azione militare per acquisire l'isola artica, territorio autonomo della Danimarca. "Tutte le opzioni sono sempre sul tavolo per il presidente Trump", ha poi aggiunto, evidenziando che "la prima opzione per il presidente è la diplomazia". L'obiettivo finale rimane controllare un territorio ritenuto fondamentale per la sicurezza nazionale in una regione condizionata dalla presenza dilagante di Russia e Cina. La 'trattativa' potrebbe iniziare la prossima settimana, quando Marco Rubio sarà in Danimarca per un incontro con i leader danesi. Lo ha annunciato lo stesso segretario di Stato americano, dopo che da Copenaghen e dal territorio autonomo danese sono arrivate richieste di un incontro per provare a rendere più fluidi i rapporti attraverso l'Atlantico. "Li vedrò la prossima settimana", ha detto Rubio, passepartout diplomatico chiamato ad allentare le tensioni tra Washington e Ue/Nato. Intanto possibili mosse e scenari si susseguono nelle valutazioni di esperti e analisti. Trump "sembra essere già a buon punto" nel "percorso ben definito", di stampo putiniano, per impossessarsi della Groenlandia e lo farebbe "in quattro facili mosse". A delineare il quadro è Politico: il contesto 'venezuelano' (un'operazione militare nella capitale per prenderne il controllo) sembra comunque "fantasioso" anche al netto degli avvenimenti recenti. "Fatto preoccupante per gli europei, la strategia assomiglia terribilmente al manuale espansionista di Vladimir Putin", scrive la testata, che ha parlato con nove funzionari Ue, addetti ai lavori della Nato, esperti di difesa e diplomatici per tratteggiare come potrebbe muoversi la Casa Bianca per conquistare Nuuk. In questo scenario, il primo passo dell'amministrazione Trump sarebbe avviare una campagna di influenza per promuovere il movimento indipendentista della Groenlandia. Sebbene un recente sondaggio abbia mostrato che l'85% dei groenlandesi si opponga a diventare parte degli Stati Uniti, la testata sottolinea che il 56% di essi voterebbe per l'indipendenza del territorio autonomo dalla Danimarca, con il 28% contro. E secondo quanto riportato più volte nel corso del 2025 dai media danesi, diversi cittadini Usa legati a Trump avrebbero condotto operazioni di influenza segrete: il servizio di sicurezza e intelligence di Copenaghen ha avvertito che il territorio "è l'obiettivo di campagne di influenza di vario genere". Secondo Felix Kartte, esperto di politiche digitali e già consigliere delle istituzioni Ue e di diversi governi, le tattiche ricordano il copione russo in Paesi come Moldova, Romania e Ucraina, con operazioni offline ("partiti estremisti, reti della diaspora, oligarchi filo-russi" e pagare persone per la partecipazione alle proteste anti-Ue o anti-Usa) e online ("grandi reti di account falsi e pseudo-organi di informazione per amplificare queste attività online e promuovere candidati o posizioni selezionate"), con l'obiettivo di amplificare la presenza dell'opzione favorita dal Cremlino. Sulla Groenlandia, gli Usa sembrano stiano dispiegando almeno alcuni di questi metodi: il vice-capo di gabinetto di Trump, Stephen Miller, recentemente ha detto che "nessuno combatterà militarmente contro gli Usa per il futuro della Groenlandia", che il presidente ha nominato un inviato speciale per il territorio con l'obiettivo di renderlo "parte degli Usa", e che il vicepresidente JD Vance, visitando l'isola a marzo, ha promesso che "il popolo della Groenlandia avrà l'autodeterminazione". Se questi sforzi per accelerare il referendum sull'indipendenza della Groenlandia andassero a buon fine, il secondo passo sarebbe portarla sotto l'influenza statunitense, prosegue Politico. Oltre all'annessione diretta in qualità di Stato Usa, ipotesi ventilata dalla moglie di Miller, Katie Miller, in un recente e controverso post sui social, "ci sono altre opzioni. Circolano notizie dallo scorso maggio secondo cui l'amministrazione Trump vuole che la Groenlandia firmi un Accordo di libera associazione, come quelli che ha attualmente con la Micronesia, le Isole Marshall e Palau", per cui Washington fornisce servizi essenziali, protezione e libero scambio in cambio dell'operatività militare senza restrizioni sul territorio di quei Paesi. Kuno Fencker, un deputato dell'opposizione groenlandese pro-indipendenza che ha partecipato all'insediamento di Trump e ha incontrato il deputato repubblicano Andy Ogles l'anno scorso, ha parlato di quest'idea in termini favorevoli. Il terzo passo di Washington sarebbe quello di coinvolgere l'Europa, specie l'Ue, giocando la carta del supporto all'Ucraina per rafforzare la propria posizione e mettere pressione sugli alleati. "Un potenziale scenario ipotizzato da un diplomatico dell'Ue sarebbe un pacchetto di scambio sicurezza-per-sicurezza, in base al quale l'Europa ottiene assicurazioni più ferme dall'amministrazione Trump per l'Ucraina in cambio di un ruolo più ampio per gli Usa in Groenlandia. Sebbene sembri un boccone amaro, potrebbe essere più facile da ingoiare rispetto all'alternativa: infastidire Trump, che potrebbe reagire imponendo sanzioni, ritirandosi dai negoziati di pace, o sostenendo Putin nei negoziati con l'Ucraina", scrive Politico. Infine, se Nuuk finisse comunque per dire "no" a Trump, "un'acquisizione militare statunitense potrebbe essere ottenuta senza troppe difficoltà", prosegue la testata, citando un politico danese secondo cui si tratterebbe di un affare da "cinque elicotteri" data la ristretta capacità groenlandese di far fronte a una minaccia militare. Thomas Crosbie, professore associato di operazioni militari presso il Collegio reale danese di difesa, ha descritto gli scenari, a partire da una semplice "strategia di fatto compiuto", vale a dire una presa di terreno simile a quanto fatto da Putin in Ucraina. Lin Mortensgaard, ricercatrice presso l'Istituto danese per gli studi internazionali ed esperta di sicurezza groenlandese, ha sottolineato che Washington dispone già di circa 600 militari dispiegati in Groenlandia nella base di Pituffik e a supporto delle missioni di ricerca, mentre Nuuk non ha un esercito territoriale e il Comando Congiunto Artico danese, residente nella capitale, "include risorse militari scarse e obsolete, limitate in gran parte a quattro navi di ispezione e della marina, una pattuglia su slitta trainata da cani, diversi elicotteri e un aereo da pattugliamento marittimo". Di conseguenza, se Trump dovesse mobilitare truppe sul terreno o inviare forze speciali, gli Usa potrebbero prendere il controllo di Nuuk "in mezz'ora o meno", stando alla ricercatrice. Scenario che dovrebbe generare preoccupazione nei 60.000 groenlandesi, ha detto l'europarlamentare danese Stine Bosse. Senza parlare del fatto che qualsiasi incursione non avrebbe "alcuna base legale" secondo il diritto statunitense e internazionale e un'occupazione oltre i 60 giorni richiederebbe anche l'approvazione del Congresso degli Usa, come ha spiegato Romain Chuffart, che dirige l'Arctic Institute con sede a Washington. In più, un'invasione "significherebbe la fine della Nato", e per gli Usa questo equivarrebbe a "spararsi sui piedi e dire addio a un'alleanza che hanno contribuito a creare", ha aggiunto. Tra gli altri effetti, spiega il generale Ben Hodges, ex comandante delle truppe Usa in Europa, includono la perdita di fiducia di alleati cruciali e una riduzione dei flussi di intelligence e accesso alle basi europee, a detrimento della sicurezza Usa. Secondo Ed Arnold, ricercatore senior presso il Royal United Services Institute, la Nato "rimarrebbe incapace di rispondere, dato che l'azione militare deve essere approvata all'unanimità e gli Usa sono il membro chiave dell'alleanza, ma gli alleati europei potrebbero dispiegare truppe in Groenlandia tramite altri raggruppamenti come la Forza di spedizione congiunta Regno Unito-Scandinavia o il formato di Cooperazione di Difesa Nordica". Per ora, tuttavia, gli alleati Nato rimangono calmi riguardo a un attacco, conclude Politico, citando un diplomatico senior secondo cui si è "ancora lontani da quello scenario [...] Potrebbero esserci negoziati difficili, ma non credo che siamo vicini ad alcuna acquisizione ostile".
(Adnkronos) - Si è concluso sabato 20 dicembre, a Salerno, il meeting di presentazione del Progetto 'Co-programmare con i giovani', iniziativa di rilevanza nazionale finanziata dal ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali per l’annualità 2024 (ai sensi dell’art. 72 del D.lgs. n.117/2017), che vede l’ente del terzo settore Moby Dick Aps vestire il ruolo di capofila di un partenariato composto da 13 enti del terzo settore attivi su tutto il territorio nazionale. "Chiudiamo - afferma Francesco Piemonte, presidente di Moby Dick Aps - tre giornate di straordinaria intensità, ma soprattutto di grande concretezza. Il meeting 'Co-Programmare con i giovani' non è stato solo un evento, ma un vero e proprio laboratorio di cittadinanza attiva. Abbiamo posto le basi per abbattere le barriere che spesso separano le nuove generazioni dai luoghi decisionali, dimostrando che il terzo settore può e deve essere il collante tra le istituzioni e i sogni dei ragazzi". "In queste ore di confronto – prosegue il presidente - abbiamo ribadito un concetto fondamentale: la legalità non è un concetto astratto o meramente normativo, ma si costruisce creando opportunità. Non esiste contrasto all'illegalità senza la valorizzazione del talento. Quando offriamo ai giovani gli strumenti per esprimersi e per incidere sul presente, sottraiamo spazio all'indifferenza e a qualsiasi forma di devianza. Come Moby Dick Aps, portiamo a casa la consapevolezza che la 'co-programmazione' non è un'utopia burocratica, ma l'unica strada percorribile. I giovani non chiedono solo di essere ascoltati, chiedono di decidere insieme a noi. Da domani – conclude Piemonte - il nostro impegno sarà trasformare le idee emerse in questi giorni in azioni tangibili, perché il futuro non è qualcosa che si attende, ma qualcosa che si progetta insieme". L'ente del terzo settore Moby Dick Aps guida il progetto in qualità di capofila nazionale, con l'obiettivo dichiarato di coinvolgere operatori e giovani di tutte le regioni italiane in un percorso di partecipazione attiva e co-programmazione delle politiche giovanili. Al centro, l’esigenza di ascoltare i bisogni reali dei giovani, stimolare il dialogo con le istituzioni e favorire la nascita di idee e iniziative per comunità più inclusive, sostenibili e partecipative. Durante la giornata di chiusura sono stati affrontati due temi centrali per lo sviluppo del terzo settore: legalità e talento. Nel corso del talk sul tema 'Beni confiscati, quale futuro per gli Ets', sono intervenuti il prefetto Maria Rosaria Laganà, Direttore dell'Anbsc - agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata; Don Aniello Manganiello, Prete anticamorra; RevMan, Poliziotto Rapper; Anthony Lo Bianco, Presidente Valentia Aps; I Ragazzi di Via D’Amelio, Associazione Antimafia e di Promozione della Legalità. Nel panel successivo, l'attenzione si è spostata sul tema 'Generazione potenziale e talenti', con ospiti del mondo ecclesiastico a quello istituzionale, da quello dello sport a quello cultura, come: Michele Sciscioli, amministratore delegato dell'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato; Claudio Gubitosi, fondatore del Giffoni Film Festival; Don Roberto Faccenda, responsabile della pastorale giovanile della Diocesi di Salerno - Campagna – Acerno; Francesco Fiore e Roberta Borrelli, componenti della nazionale italiana di tennis per trapiantati; Pierluigi Gigante, Attore. Il meeting si è concluso con gli interventi di Ciro Castaldo, segretario Generale della Fondazione Banco di Napoli; Domenico Credendino, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio Salernitana; Francesco Piemonte, presidente di Moby Dick Aps. Con Moby Dick Aps capofila compongono il partenariato di 'Co-programmare con i giovani' le associazioni: Tdm 2000 (Sardegna), Associazione Valentia Aps (Calabria), Fattoria pugliese diffusa Aps (Puglia), Piazza Viva Aps (Trentino Alto Adige), Campus Salute Aps (Campania), Festival della Filosofia in Magna Grecia (Campania), Senza confini Aps (Liguria), Amici del Villaggio Aps (Veneto), Mo.d.a.v.i. Aps-RA (Lazio), Sciara Progetti Aps / Ets (Emilia Romagna), Opes Aps (Toscana).
(Adnkronos) - Il finanziamento da 40 milioni di euro accordato dalla Banca europea per gli investimenti alla Commercianti indipendenti associati (Cia), una delle cooperative socie del Consorzio nazionale Conad, "punta a efficientare le attività dei nostri punti vendita" e si inserisce nel piano complessivo da 80 milioni promosso da Cia. Lo sottolinea all'Adnkronos Luca Panzavolta, amministratore delegato di Cia-Conad, spiegando che uno dei principali interventi sarà quello di moltiplicare gli impianti fotovoltaici presenti nel punti vendite. "Già oggi abbiamo già un'ottantina di negozi dotati di impianti fotovoltaici ma vorremmo superare quota 100, quindi vicini al 50% della nostra rete associata" continua. Ma si vuole - aggiunge - anche "intervenire sul raffreddamento dei negozi, dal gas non inquinante all'efficientamento dei sistemi, che non solo consentono un risparmio energetico importante ma migliorano anche il microclima dentro il punto vendita". Panzavolta ricorda come Cia-Conad "produce un bilancio di sostenibilità già da 2 anni, lo facciamo per l'impegno che abbiamo assunto nei confronti dei nostri soci e dei nostri stakeholder. Con il bilancio 2025, che presenteremo nel prossimo maggio, illustreremo gli impegni che ci siamo assunti e presenteremo una rendicontrazione di quanto fatto nei nostri impianti". "D'altronde - ricorda - per una azienda la sostenibilità non è più una scelta ma un obbligo. E noi lo sentiamo come tale anche dal punto di vista sociale, del territorio, delle nostre comunità e dei nostri soci". Grazie agli interventi attuati e a quelli in corso, aggiunge, " per l'impatto sull'ambiente di un nostro punto vendita crediamo di essere vicini a -30% rispetto a dieci anni fa. Senza dimenticare che questo lavoro rende più sostenibile il business dei singoli punti vendita: certo gli interventi di efficientamento costano, ma è un investimento da cui i nostri associati rientrano nel corso degli anni". "Il nostro modello - sottolinea - è la dimostrazione che si possono ottenere ottimi risultati quando si è inseriti in una rete efficiente : noi forniamo aiuti ai nostri soci con finanziamenti per gli impianti fotovoltaici e convenzioni con le aziende installatrici, e questo consente ai soci di massimizzare i risparmi possibili, senza contare altri vantaggi come l'economia di scala, gli acquisti collettivi e le attività di marketing comuni". Il manager riconosce come "c'è poi un ritorno di immagine verso i clienti perché oggi l'attenzione a queste cose da parte dei consumatori, soprattutto quelli più giovani, è molto forte". " Panzavolta evidenzia poi i risultati ottenuti sulla riduzione degli imballaggi inutili grazie alla forte presenza di prodotti a marchio Conad: "La nostra cooperativa è fra quelle con la quota più alta in Italia di prodotti con il nostro marchio, quest'anno abbiamo superato il 41% di fatturato". Questo offre un duplice beneficio "da una parte perché il prodotto a marchio costa meno mediamente di quello 'industriale' e poi perché in questi anni abbiamo fatto molto per rendere riciclabili o recuperabili gli imballaggi o comunque limitarli. Credo che sia vicino il traguardo del 75% di imballaggi biodegradabili o riciclabili, che era il nostro obiettivo". "Certo, non puo' essere solo un impegno della distribuzione ma deve essere anche delle industrie: credo però - conclude- di poter dire che su questo in generale la sensibilità è molto aumentata "