(Adnkronos) - Donald Trump vuole la Groenlandia e non molla, al punto che è anche disposto a comprarla. Il presidente Usa "sta attivamente discutendo" l'acquisto con il suo team, ha dichiarato la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, sottolineando che Trump preferisce la via diplomatica ma non esclude l'azione militare per acquisire l'isola artica, territorio autonomo della Danimarca. "Tutte le opzioni sono sempre sul tavolo per il presidente Trump", ha poi aggiunto, evidenziando che "la prima opzione per il presidente è la diplomazia". L'obiettivo finale rimane controllare un territorio ritenuto fondamentale per la sicurezza nazionale in una regione condizionata dalla presenza dilagante di Russia e Cina. La 'trattativa' potrebbe iniziare la prossima settimana, quando Marco Rubio sarà in Danimarca per un incontro con i leader danesi. Lo ha annunciato lo stesso segretario di Stato americano, dopo che da Copenaghen e dal territorio autonomo danese sono arrivate richieste di un incontro per provare a rendere più fluidi i rapporti attraverso l'Atlantico. "Li vedrò la prossima settimana", ha detto Rubio, passepartout diplomatico chiamato ad allentare le tensioni tra Washington e Ue/Nato. Intanto possibili mosse e scenari si susseguono nelle valutazioni di esperti e analisti. Trump "sembra essere già a buon punto" nel "percorso ben definito", di stampo putiniano, per impossessarsi della Groenlandia e lo farebbe "in quattro facili mosse". A delineare il quadro è Politico: il contesto 'venezuelano' (un'operazione militare nella capitale per prenderne il controllo) sembra comunque "fantasioso" anche al netto degli avvenimenti recenti. "Fatto preoccupante per gli europei, la strategia assomiglia terribilmente al manuale espansionista di Vladimir Putin", scrive la testata, che ha parlato con nove funzionari Ue, addetti ai lavori della Nato, esperti di difesa e diplomatici per tratteggiare come potrebbe muoversi la Casa Bianca per conquistare Nuuk. In questo scenario, il primo passo dell'amministrazione Trump sarebbe avviare una campagna di influenza per promuovere il movimento indipendentista della Groenlandia. Sebbene un recente sondaggio abbia mostrato che l'85% dei groenlandesi si opponga a diventare parte degli Stati Uniti, la testata sottolinea che il 56% di essi voterebbe per l'indipendenza del territorio autonomo dalla Danimarca, con il 28% contro. E secondo quanto riportato più volte nel corso del 2025 dai media danesi, diversi cittadini Usa legati a Trump avrebbero condotto operazioni di influenza segrete: il servizio di sicurezza e intelligence di Copenaghen ha avvertito che il territorio "è l'obiettivo di campagne di influenza di vario genere". Secondo Felix Kartte, esperto di politiche digitali e già consigliere delle istituzioni Ue e di diversi governi, le tattiche ricordano il copione russo in Paesi come Moldova, Romania e Ucraina, con operazioni offline ("partiti estremisti, reti della diaspora, oligarchi filo-russi" e pagare persone per la partecipazione alle proteste anti-Ue o anti-Usa) e online ("grandi reti di account falsi e pseudo-organi di informazione per amplificare queste attività online e promuovere candidati o posizioni selezionate"), con l'obiettivo di amplificare la presenza dell'opzione favorita dal Cremlino. Sulla Groenlandia, gli Usa sembrano stiano dispiegando almeno alcuni di questi metodi: il vice-capo di gabinetto di Trump, Stephen Miller, recentemente ha detto che "nessuno combatterà militarmente contro gli Usa per il futuro della Groenlandia", che il presidente ha nominato un inviato speciale per il territorio con l'obiettivo di renderlo "parte degli Usa", e che il vicepresidente JD Vance, visitando l'isola a marzo, ha promesso che "il popolo della Groenlandia avrà l'autodeterminazione". Se questi sforzi per accelerare il referendum sull'indipendenza della Groenlandia andassero a buon fine, il secondo passo sarebbe portarla sotto l'influenza statunitense, prosegue Politico. Oltre all'annessione diretta in qualità di Stato Usa, ipotesi ventilata dalla moglie di Miller, Katie Miller, in un recente e controverso post sui social, "ci sono altre opzioni. Circolano notizie dallo scorso maggio secondo cui l'amministrazione Trump vuole che la Groenlandia firmi un Accordo di libera associazione, come quelli che ha attualmente con la Micronesia, le Isole Marshall e Palau", per cui Washington fornisce servizi essenziali, protezione e libero scambio in cambio dell'operatività militare senza restrizioni sul territorio di quei Paesi. Kuno Fencker, un deputato dell'opposizione groenlandese pro-indipendenza che ha partecipato all'insediamento di Trump e ha incontrato il deputato repubblicano Andy Ogles l'anno scorso, ha parlato di quest'idea in termini favorevoli. Il terzo passo di Washington sarebbe quello di coinvolgere l'Europa, specie l'Ue, giocando la carta del supporto all'Ucraina per rafforzare la propria posizione e mettere pressione sugli alleati. "Un potenziale scenario ipotizzato da un diplomatico dell'Ue sarebbe un pacchetto di scambio sicurezza-per-sicurezza, in base al quale l'Europa ottiene assicurazioni più ferme dall'amministrazione Trump per l'Ucraina in cambio di un ruolo più ampio per gli Usa in Groenlandia. Sebbene sembri un boccone amaro, potrebbe essere più facile da ingoiare rispetto all'alternativa: infastidire Trump, che potrebbe reagire imponendo sanzioni, ritirandosi dai negoziati di pace, o sostenendo Putin nei negoziati con l'Ucraina", scrive Politico. Infine, se Nuuk finisse comunque per dire "no" a Trump, "un'acquisizione militare statunitense potrebbe essere ottenuta senza troppe difficoltà", prosegue la testata, citando un politico danese secondo cui si tratterebbe di un affare da "cinque elicotteri" data la ristretta capacità groenlandese di far fronte a una minaccia militare. Thomas Crosbie, professore associato di operazioni militari presso il Collegio reale danese di difesa, ha descritto gli scenari, a partire da una semplice "strategia di fatto compiuto", vale a dire una presa di terreno simile a quanto fatto da Putin in Ucraina. Lin Mortensgaard, ricercatrice presso l'Istituto danese per gli studi internazionali ed esperta di sicurezza groenlandese, ha sottolineato che Washington dispone già di circa 600 militari dispiegati in Groenlandia nella base di Pituffik e a supporto delle missioni di ricerca, mentre Nuuk non ha un esercito territoriale e il Comando Congiunto Artico danese, residente nella capitale, "include risorse militari scarse e obsolete, limitate in gran parte a quattro navi di ispezione e della marina, una pattuglia su slitta trainata da cani, diversi elicotteri e un aereo da pattugliamento marittimo". Di conseguenza, se Trump dovesse mobilitare truppe sul terreno o inviare forze speciali, gli Usa potrebbero prendere il controllo di Nuuk "in mezz'ora o meno", stando alla ricercatrice. Scenario che dovrebbe generare preoccupazione nei 60.000 groenlandesi, ha detto l'europarlamentare danese Stine Bosse. Senza parlare del fatto che qualsiasi incursione non avrebbe "alcuna base legale" secondo il diritto statunitense e internazionale e un'occupazione oltre i 60 giorni richiederebbe anche l'approvazione del Congresso degli Usa, come ha spiegato Romain Chuffart, che dirige l'Arctic Institute con sede a Washington. In più, un'invasione "significherebbe la fine della Nato", e per gli Usa questo equivarrebbe a "spararsi sui piedi e dire addio a un'alleanza che hanno contribuito a creare", ha aggiunto. Tra gli altri effetti, spiega il generale Ben Hodges, ex comandante delle truppe Usa in Europa, includono la perdita di fiducia di alleati cruciali e una riduzione dei flussi di intelligence e accesso alle basi europee, a detrimento della sicurezza Usa. Secondo Ed Arnold, ricercatore senior presso il Royal United Services Institute, la Nato "rimarrebbe incapace di rispondere, dato che l'azione militare deve essere approvata all'unanimità e gli Usa sono il membro chiave dell'alleanza, ma gli alleati europei potrebbero dispiegare truppe in Groenlandia tramite altri raggruppamenti come la Forza di spedizione congiunta Regno Unito-Scandinavia o il formato di Cooperazione di Difesa Nordica". Per ora, tuttavia, gli alleati Nato rimangono calmi riguardo a un attacco, conclude Politico, citando un diplomatico senior secondo cui si è "ancora lontani da quello scenario [...] Potrebbero esserci negoziati difficili, ma non credo che siamo vicini ad alcuna acquisizione ostile".
(Adnkronos) - Un 2025 che per illycaffè si chiude "con 690 milioni di fatturato, con un +10% rispetto al 2024, nonostante l'aumento del 50% del costo della materia prima". E' quanto annuncia in un'ampia intervista ad Adnkronos/Labitalia Cristina Scocchia, ad dello storico marchio del caffè made in Italy, sottolineando che il 2026 che si prospetta "ancora più difficile per i costi elevati della materia prima, ma guardiamo con ottimismo per aumentare ancora i fatturati". E nel 2026 si va anche verso l'inizio della produzione negli Usa di una parte del prodotto destinato a quel mercato, e la soluzione, annuncia la manager, "potrebbe essere quella di firmare un accordo di partnership negli Usa con un produttore locale perché questo riduce i tempi". Cristina Scocchia, siamo arrivati al termine di questo 2025, un anno complesso per il mondo da diversi punti di vista. Per le tensioni geopolitiche e le guerre, per le difficoltà che l'hanno attraversato. Ma per illycaffè che anno è stato il 2025 e quali i numeri che avete raggiunto? E' stato un anno molto complesso a livello macroeconomico e geopolitico. E in particolare lo è stato per il mercato del caffè, perché il costo della materia prima, il cosiddetto caffè verde, soprattutto per l’arabica che è la qualità che noi scegliamo, è aumentato a livello mondiale del 50%. Quindi è ovvio che quando hai, da una parte il contesto macroeconomico e geopolitico che comunque riduce il potere d'acquisto delle famiglie, dall'altra come settore specifico e come industria ti trovi a lottare con una materia prima in aumento del 50%, ovviamente la montagna da scalare è abbastanza alta. Nonostante tutto questo però noi siamo estremamente soddisfatti di questo 2025 perché chiuderemo a circa 690 milioni di fatturato, quindi siamo vicini a quella che è la milestone di 700 milioni di euro e questo rappresenta una crescita del 10% rispetto al 2024. La cosa importante è che questa crescita a doppia cifra è una crescita che abbiamo raggiunto in maniera strategica, ovvero diffusa in tutti i mercati e in tutti i Paesi. L'Italia, che è il nostro Paese più importante e rappresenta il 30% dell'azienda, è cresciuta dell'11% circa, se non succede nulla di male in queste ultime giornate dell'anno, e gli Stati Uniti, che per noi sono il secondo mercato più rilevante, sono cresciuti tra il 19 e il 20%, a secondo di come andrà il Natale. L'Europa, che avevo dichiarato ad inizio anno essere per noi una nuova priorità sta crescendo di oltre 22%. Numeri importanti quindi che alzano anche le aspettative per il 2026. Con questi numeri realizzati nel 2025 cosa vi aspettate dal 2026, quali sono i progetti per il prossimo anno? Purtroppo noi ci aspettiamo che il 2026 sia ancora più difficile dal punto di vista del costo della materia prima. E questo perché nonostante il presidente Trump abbia rimosso lo scorso novembre i dazi del 15% sul caffè, la bolla inflazionistica non si è ridotta. E Trump ha fatto anche un'altra cosa: ha cancellato i dazi del 50% che gravavano sulle importazioni negli Stati Uniti di alcuni prodotti brasiliani, tra cui il caffè verde. Il Brasile è il più grande produttore al mondo di caffè, gli Stati Uniti sono il più grande consumatore al mondo di caffè e quindi il fatto che il caffè verde venisse importato negli Stati Uniti con questo dazio del 50% aveva creato una bolla inflazionistica importante che aveva spinto e mantenuto per mesi il costo del caffè verde a circa 400 centesimi per libbra. Quando tutti questi dazi sono stati rimossi ci siamo augurati che ci fosse una rapida discesa del costo della materia prima, ma purtroppo questo non è avvenuto. C'è stata sì la discesa, siamo contenti di vedere che dopo tante, troppe settimane, a oltre 400, ora siamo intorno ai 350-360 centesimi per libbra, ma stiamo comunque parlando di quasi tre volte il costo storico, che tra il 2015 e il 2021 era tra i 100 e i 130 centesimi per libra. Ovviamente un tale aggravio di costi sarà impattante anche sul 2026, perché noi stiamo già comprando adesso quelle che sono le scorte dell'anno prossimo. Il processo di produzione dalla tostatura all’immissione sul mercato dura infatti dai 6 ai 9 mesi. Quindi molti dei costi che avremo nel 2026 sono determinati dagli acquisti di caffè verde che stiamo facendo in questo momento. Di conseguenza ci aspettiamo un 2026 comunque con dei costi elevati, ma la crescita che abbiamo realizzato quest'anno, che è una crescita organica data dalla conquista di nuovi clienti e nuovi consumatori, ci fa guardare con ottimismo all'anno che verrà. Pensiamo che nonostante il prezzo del caffè verde rimarrà presumibilmente alto, comunque riusciremo a continuare a crescere a livello di fatturati e ritornare a crescere anche a livello di profitto. Questo aumento dei costi secondo lei, almeno per quanto riguarda voi, si riverserà anche sul costo per il consumatore finale o continuerete, come avete fatto, a cercare di ridurre al minimo questi impatti? Noi continueremo a cercare di ridurre al minimo l'impatto sui consumatori finali, però è purtroppo necessario adeguare il listino. Perché? Perché il costo della materia prima è veramente troppo alto, perché le aziende possano, non solo illycaffè, assorbire in toto questi aumenti di costi di produzione. C'è un limite a quanto puoi comprimere la marginalità dell'azienda, oltre a questo limite l'azienda perde competitività perché non ha più risorse da investire in innovazione, in persone, in crescita a livello internazionale. Quindi così come abbiamo fatto l'anno scorso, anche nel 2026, rivedremo e ritoccheremo verso l'alto il listino ma lo faremo in maniera contenuta, accettando di trattenere sulle nostre spalle una parte dell'incremento della materia prima e riversando a valle sul consumatore finale una porzione contenuta, quanto necessario per avere dei margini che siano sani. Quindi ci potranno essere degli aumenti del costo della tazzina di caffè anche al bar? Quelli non dipendono da noi. Noi ritocchiamo i listini verso la grande distribuzione organizzata piuttosto che verso i nostri clienti, degli hotel, dei bar e dei ristoranti. L’aumento che il barista e il ristoratore decidono di fare sul consumatore finale è una decisione loro, indipendente. Però è logico pensare che se vedono aumentare i propri costi anche i baristi e i ristoratori debbano a loro volta aumentare il prezzo che richiedono ai clienti finali, perché anche loro devono avere una marginalità che sia sana. Sono anche loro degli imprenditori che danno lavoro e che hanno necessità di generare comunque un business sano. Prima dello stop del 13 novembre come hanno impattato i dazi Usa sul vostro business? State ancora riflettendo sull'apertura di uno stabilimento di produzione in Usa? I dazi al 15% hanno avuto un impatto significativo per noi tra aprile e la fine dell'anno, perché comunque anche quando sono stati aboliti a metà novembre gli stock da vendere sul mercato americano avevano già attraversato la dogana e pagato il dazio al 15%. Quindi sul 2025 non abbiamo avuto benefici dalla loro rimozione. Ci aspettiamo però, se le cose resteranno così, un impatto positivo e significativo sul 2026. Per quanto riguarda la nostra volontà di andare comunque a produrre una parte di quello che vendiamo sul mercato americano direttamente in Usa questa rimane. Perché come ho dichiarato anche in passato la nostra volontà di avere un presidio produttivo locale era ed è indipendente dalla presenza dei dazi, anche se ovviamente questi hanno accelerato i tempi. E' una decisione strategica che va al di là della contingenza perché gli Stati Uniti rappresentano il 20%, quindi un quinto dell'azienda ed è importante avere lì un presidio produttivo. Abbiamo valutato molte opzioni e alla fine abbiamo deciso che la soluzione migliore per noi potrebbe essere quella di firmare un accordo di partnership con un produttore locale perché questo riduce i tempi. Invece comprare il terreno, costruire la fabbrica, metterci dentro le linee di montaggio, fare training agli operai per essere a regime dopo due anni, due anni e mezzo, sarebbe stata una soluzione di troppo lungo termine. L'accordo di partnership con un partner locale, bravo e di qualità, ci permetterebbe all'inizio dell'anno prossimo di iniziare a produrre tra il 15 e il 20% dei prodotti dedicati al mercato americano direttamente in loco, riducendo i costi di logistica e l'impatto ambientale e poi ci permetterebbe anche di essere più vicini ai gusti dei consumatori americani perché producendo in loco hai una presa più diretta con quello che è il consumatore locale. Voi avete sempre sottolineato che il cuore dell'azienda rimane in Italia, con gli investimenti che state realizzando a Trieste. A che punto sono? Gli investimenti a Trieste non solo sono stati confermati ma sono stati incrementati. Spenderemo infatti oltre 130 milioni e siamo già ad un buon tasso di realizzazione. Quest'estate durante la pausa estiva, proprio in agosto, abbiamo installato una nuova linea di montaggio per produrre il nostro prodotto più iconico che è il barattolino da 250 grammi e stiamo lavorando a spron battuto per completare i lavori della nuova e tosteria che inaugureremo nei prossimi mesi. Raddoppieremo la capacità di tostatura perché grazie alle crescite molto sostenute negli ultimi tre anni eravamo arrivati a saturazione degli impianti. E grazie alla crescita dello stabilimento abbiamo avuto la possibilità anche di ampliare l'organico assumendo direttamente nel 2025 circa 100 persone su Trieste. Questo credo che sia il segno più concreto di quanto siamo made in Italy, di quanto noi continuiamo ad investire e a generare lavoro nel nostro Paese. Per quanto riguarda la quotazione in Borsa, che novità ci sono alla luce di tutte queste cose che abbiamo messo in campo, la difficoltà, ma anche la volontà di continuare a investire sia in Italia che all'estero? Noi continuiamo a credere che la quotazione in Borsa sia una possibilità concreta per illycaffè. Detto questo è chiaro che ci vogliono due condizioni. Da una parte l'azienda deve avere un track record di risultati importanti e questi negli ultimi quattro anni non sono mancati quindi dal punto di vista interno nostro saremmo pronti, però ci vuole anche un mercato che sia pronto. Ci vogliono le condizioni endogene, ma anche quelle esogene. A livello di condizioni esogene, proprio il contesto macroeconomico, geopolitico e soprattutto il prezzo del caffè verde ancora così alto, ci fanno pensare che il 2026 non sia l'anno giusto per la quotazione. Quindi il progetto c'è e rimane, però la conferma del se e quando, verrà presa nel momento in cui finalmente il caffè verde scenderà. Cosa che noi auspichiamo succeda entro la fine del 2026, entro quella data speriamo di poter confermare se e quando si realizzerà questa IPO di cui appunto abbiamo parlato. Dal suo punto di vista come giudica la manovra economica e il comportamento del governo in vista di questo 2026, con quello che si sta mettendo in piedi anche come sostegno alle imprese? Io credo che la gestione prudente e oculata del bilancio pubblico a cui abbiamo assistito negli ultimi due anni abbia dato dei risultati concreti. Lo spread è sceso ai minimi, che è un segno di fiducia nei confronti del nostro Paese e quindi è un indicatore importante per quanto riguarda l'attrazione di investimenti esteri in Italia. Vediamo che i rating continuano a premiare il nostro Paese, anche questa è un'iniezione di fiducia e quindi io credo che questa gestione oculata e prudente stia dando i propri frutti. Poi ovviamente tutto ciò che può essere fatto a sostentgo della competitività e degli investimenti è benvenuto. Il problema delle aziende è che gli investimenti richiedono delle uscite di cassa oggi per ricavi e profitti futuri. E quindi è ovvio che tutto ciò che può essere messo in campo per aiutare le aziende ad investire di più ne aumenterà competitività e di conseguenza la capacità di generare lavoro. E come giudica invece l'atteggiamento dell'Unione Europea verso le imprese? Noi ci chiediamo, giustamente, cosa può fare l'Italia per le imprese italiane ma a me piacerebbe che anche l’Europa facesse la sua parte. Noi nel mercato europeo ci crediamo, ci investiamo, però a me personalmente piacerebbe vedere un'Europa che diventa molto più concreta e parla molto di più di industrial deal. Mi piacerebbe vedere un'Europa che mette ingenti risorse in comune e le investe su alcune priorità chiave, come ad esempio il recupero del gap tecnologico che abbiamo a livello di digitale e in particolare di intelligenza artificiale. Mi piacerebbe un'Europa molto attiva sulla riduzione del costo dell'energia, perché questo è un fattore competitivo importantissimo. Se noi aziende europee, e ovviamente anche le italiane, continuiamo a pagare l'energia due, tre volte quello che fanno i nostri competitors in altri Paesi del mondo, non saremo mai in una condizione di giocarcela alla pari. Da ultimo vorrei vedere un’Europa che si impegna sul fronte della semplificazione. La burocrazia, le norme che sono diverse in ogni Paese e spesso in contrasto, rappresentano dei 'dazi' per le aziende molto più grandi di quelli che ci aveva imposto Trump. Certe volte è più difficile esportare nei paesi europei che non dall'altra parte del mondo. Su questi tre fronti, secondo me, l'Europa deve fare la differenza e la deve fare ora che il contesto macroeconomico è così complesso, ora che è tornato il protezionismo. Serve una wake up call. (di Fabio Paluccio)
(Adnkronos) - Al via una nuova era per la moda circolare con il riciclo dei capi in fibre miste. Radici InNova, la divisione di RadiciGroup dedicata alle attività di ricerca&innovazione, ha sviluppato un innovativo processo di riciclo basato su una tecnologia di dissoluzione selettiva in grado di trattare i rifiuti tessili misti - provenienti, ad esempio, da costumi da bagno, collant e pantacollant - e recuperare da essi le fibre di nylon e di fibra Lycra, rendendole poi disponibili per la realizzazione di nuovi capi di abbigliamento. La collaborazione con The Lycra Company e Triumph ha consentito di validare il processo utilizzando le fibre recuperate per la realizzazione di un coordinato intimo 100% riciclato. “Grazie a questo progetto, il tema del riciclo nel settore tessile entra in una nuova dimensione, dimostrando per la prima volta che è possibile recuperare fibre tessili da tessuti misti e riutilizzarle per la produzione di nuovi capi di abbigliamento. Si tratta di un’innovazione senza precedenti, che apre rivoluzionari scenari di sviluppo per l’industria tessile. Come RadiciGroup, siamo orgogliosi di aver ideato ed essere riusciti a raggiungere, insieme ai nostri partner, questo importante traguardo e siamo pronti a intraprendere i prossimi passi”, dichiara Stefano Alini, Ceo di Radici InNova. “Questo progetto innovativo mette in evidenza il ruolo che l’elastan può avere nel contribuire a far progredire la circolarità nell’industria dell’abbigliamento. Lavorando a stretto contatto con Radici InNova e Triumph, The Lycra Company ha dimostrato che le fibre di Lycra possono mantenere le loro prestazioni di elasticità e di capacità di recupero della forma originaria che le hanno rese note a livello mondiale, fornendo comfort, vestibilità e libertà di movimento, pur essendo reintegrate nel ciclo di filatura", commenta Nicholas Kurland, Product Development Director, Advanced Concepts di The LycraCompany. Il progetto ha inizio quattro anni fa, quando Radici InNova avvia lo studio di un processo per la dissoluzione e la separazione delle fibre tessili miste. Dopo la messa a punto iniziale del processo, i successivi test consentono di recuperare campioni di fibra Lycra da tessuti contenenti più materiali, campioni che vengono poi inviati a The Lycra Company per verificarne la riciclabilità. Si passa poi al caso concreto per dimostrare la fattibilità: Triumph mette a disposizione il proprio surplus di produzione, tessuto contenente il 16% di fibra Lycra. Da questo materiale, Radici InNova riesce a recuperare la fibra Lycra e il nylon. La fibra Lycra viene quindi rifilata da The Lycra Company, mentre RadiciGroup lavora il nylon riciclato trasformandolo in nuovo filato Renycle. Con questi filati riciclati (fibra Lycra e Renycle) viene realizzato un tessuto nero di 60 metri che Triumph utilizza per produrre un coordinato intimo - reggiseno e slip - dimostrando concretamente la possibilità di chiudere il ciclo di recupero (close loop): da scarto tessile a nuovo capo. Il risultato ad oggi raggiunto da Radici InNova, The Lycra Company e Triumph è da considerarsi come un prototipo (concept garment), pensato per dimostrare la fattibilità tecnica del riciclo di tessuti misti, in grado di porre le basi per sviluppare una sua successiva industrializzazione. “Pur essendo ancora nelle sue fasi iniziali, Triumph è orgogliosa di contribuire a questa iniziativa pionieristica e di esplorare il potenziale di questa innovativa tecnologia di riciclo per future applicazioni. Il nostro prossimo passo si concentrerà sulla creazione di una capsule collection, lavorando al contempo su soluzioni in grado di garantire l'identificazione del prodotto, la sua tracciabilità e i sistemi di circolarità, per far sì che i capi rimangano in uso il più a lungo possibile e, una volta giunti a fine vita, possano essere riciclati nel modo più appropriato. In Triumph, ci impegniamo a promuovere i principi di innovazione e collaborazione in materia di sostenibilità. Far parte di questo progetto rafforza la nostra convinzione che la circolarità dei capi di abbigliamento composti da fibre tessili miste sia possibile e siamo orgogliosi di contribuire a trasformare questa visione in realtà", dichiara Vera Galarza, Global Head of Sustainability Triumph.