(Adnkronos) - L'influenza aviaria continua a diffondersi nell'Unione europea. In meno di un mese, alla Commissione europea sono stati notificati 60 nuovi focolai di influenza aviaria ad alta patogenicità (Hpai). Lo riporta una decisione di esecuzione della Commissione consultata dall'Adnkronos, che fa un quadro aggiornato della diffusione dell'infezione in Europa. La malattia, che circola più rapidamente durante l'inverno, può trasmettersi all'uomo, in alcuni casi, e viene monitorata con attenzione dai virologi per il rischio che il virus muti e possa diventare trasmissibile da uomo a uomo. L'epidemiologo romano Massimo Ciccozzi ricorda che "l'aviaria è un'influenza che conosciamo da 100 anni circa: l'uomo si infetta direttamente dall'animale che ha il virus. A oggi non è stato dimostrato il contagio interumano, che è il vero spauracchio perché il tasso di letalità è intorno al 35-40%. Il vero problema è che questo virus muta facilmente, e più fa passaggi da un animale all'altro più la situazione si complica e aumenta il rischio, e questo bisogna evitarlo poiché essendo le mutazioni casuali non sappiamo se può accadere una mutazione che permette lo 'spillover' all'uomo e quindi il contagio interumano". "Come evitare le continue mutazioni? Evitando gli allevamenti intensivi, che oggi hanno una complicità nella diffusione dei focolai in Italia e in Europa, e facendo una sorveglianza veterinaria continua", afferma all'Adnkronos Salute. L'Italia "sta affrontando focolai di influenza aviaria ad alta patogenicità, principalmente il ceppo H5N1, che da settembre 2025 hanno colpito soprattutto le regioni del Nord (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia) in allevamenti di tacchini e galline ovaiole - ricorda Ciccozzi - con misure di contenimento immediate e l'istituzione di zone di protezione/sorveglianza. La causa è attribuita agli uccelli selvatici migratori, ma il ministero della Salute e gli Istituti zooprofilattici raccomandano il massima o livello di biosicurezza per gli allevatori e attenzione alla segnalazione di casi sospetti, assicurando che i controlli rendono carni e uova sicure per il consumo umano". L'influenza aviaria, ricorda la Commissione, è una malattia infettiva virale dei volatili che può avere "gravi conseguenze" per la redditività degli allevamenti avicoli, perturbando gli scambi all'interno dell'Unione e le esportazioni verso i Paesi terzi. I virus dell'Hpai, sottolinea, "possono infettare gli uccelli migratori, che possono poi diffonderli a lunga distanza durante le loro migrazioni autunnali e primaverili". Di conseguenza, "la presenza di virus dell'Hpai negli uccelli selvatici costituisce una minaccia costante di introduzione diretta e indiretta di tali virus nelle aziende in cui sono detenuti pollame o volatili in cattività. In caso di comparsa di un focolaio di Hpai vi è il rischio che l'agente patogeno possa diffondersi ad altre aziende in cui sono detenuti pollame o volatili in cattività". Per questo motivo l'Ue adotta misure rigorose di protezione e contenimento della malattia, che però continua a diffondersi. "Dalla data di adozione della decisione di esecuzione Ue 2025/2660 (23 dicembre 2025, ndr) - riporta la Commissione - Belgio, Bulgaria, Cechia, Danimarca, Germania, Spagna, Francia, Italia, Ungheria, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo e Svezia hanno notificato alla Commissione la comparsa di nuovi focolai di Hpai sul loro territorio in stabilimenti in cui erano detenuti pollame o volatili in cattività". Si tratta di ben "60 nuovi focolai", indica la decisione. "Le notifiche - viene indicato - hanno riguardato in particolare 1 focolaio nel pollame nella provincia delle Fiandre Occidentali in Belgio, 2 focolai nel pollame nelle regioni di Pazardzhik e Plovdiv in Bulgaria, 2 focolai nel pollame nella regione di Vysočina in Cechia". Si sono registrati poi "1 focolaio nel pollame nella regione dello Jutland centrale in Danimarca" e "9 focolai nel pollame nei Länder Baden-Württemberg, Brandeburgo, Meclemburgo-Pomerania anteriore, Bassa Sassonia, Sassonia e Renania settentrionale-Vestfalia in Germania". E ancora: "Un focolaio nel pollame nella provincia di Lleida in Spagna, 5 focolai nel pollame nei dipartimenti seguenti Bretagne, Drôme, Hauts-deFrance, Pays de la Loire e Vendée in Francia, 7 focolai nel pollame nelle regioni Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte, Toscana e Veneto in Italia, 2 focolai nel pollame nella contea di Csongrád-Csanád in Ungheria, 5 focolai nel pollame nelle province del Limburgo e del Brabante settentrionale nei Paesi Bassi". Sono poi stati notificati alla Commissione "20 focolai nel pollame nei voivodati di Lublino, di Lubusz, della Podlachia, della Pomerania, della Grande Polonia e di Łódz, e 1 focolaio in volatili in cattività nel voivodato della Bassa Slesia in Polonia, 1 focolaio nel pollame nel distretto di Santarém in Portogallo, e 3 focolai nel pollame nella contea di Skåne in Svezia". In seguito alla comparsa di questi nuovi focolai, conclude la Commissione, "Belgio, Bulgaria, Cechia, Danimarca, Germania, Spagna, Francia, Italia, Ungheria, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo e Svezia hanno adottato le misure di controllo della malattia prescritte dal regolamento delegato Ue 2020/687, compresa l'istituzione di zone di protezione e di sorveglianza attorno ai focolai".
(Adnkronos) - Oggi si è tenuto a a Roma a Palazzo Wedekind il convegno 'Work shortage e sfida demografica: verso un nuovo paradigma del lavoro', organizzato dall’Associazione Allievi Sna e Federmanager. L'evento ha messo in luce l'impatto dell'inverno demografico sulla capacità produttiva del Paese e sulla sostenibilità del sistema di welfare. Dopo i saluti di Gabriele Fava, presidente Inps, il convegno è stato introdotto da Alessandro Romano, presidente dell'Associazione Allievi Sna, e moderato dal giornalista Salvatore Santangelo. Tra gli illustri relatori, sono intervenuti esperti come Andrea Brandolini di Banca d’Italia, Renato Loiero (consigliere del Presidente del Consiglio), Valter Quercioli (presidente Federmanager) e Valeria Vittimberga (direttore generale Inps). Vittimberga ha delineato "soluzioni per affrontare il declino demografico del mercato del lavoro italiano. A breve e medio termine, è fondamentale inserire nuovi lavoratori e investire in giovani, donne e disoccupati per sostenere la crescita dell’occupazione e il sistema pensionistico. A lungo termine, è necessario puntare su produttività, qualità organizzativa e innovazione per rendere l'Italia competitiva. Romano ha sottolineato l'importanza di affrontare i cambiamenti strutturali in atto, evidenziando la sostenibilità a lungo termine dei sistemi complessi, come il mercato del lavoro e il sistema pensionistico". Quercioli ha definito il convegno "un passaggio cruciale per il ripensamento del lavoro in un contesto demografico sfidante, evidenziando la necessità di una nuova fiscalità che migliori la sostenibilità del welfare con una manodopera ridotta". Francesco Verbaro, presidente FormaTemp ha ribadito "l'importanza delle nuove generazioni, sottolineando la necessità di valorizzare capitale umano e lavoratori marginalizzati attraverso formazione continua". Gianfranco Santoro, direttore Dc studi Inps, ha richiamato "l’attenzione sul potenziale delle persone al margine del mercato del lavoro, promuovendo politiche che favoriscano la partecipazione femminile e giovanile".
(Adnkronos) - In Italia piove meno ma in modo più violento. È questo il quadro delineato da un nuovo studio dell’Università di Pisa, firmato da Marco Luppichini e Monica Bini del Dipartimento di Scienze della Terra e pubblicato sulla rivista internazionale Atmospheric Research. La ricerca ha analizzato per la prima volta oltre 200 anni di dati pluviometrici provenienti da archivi storici e reti strumentali moderne per ricostruire l’evoluzione delle piogge in sei grandi aree climatiche italiane. Dai risultati emerge che le minori quantità di pioggia si registrano soprattutto in Pianura Padana e nell’Alto Adriatico, con tre grandi minimi storici attorno al 1820, 1920 e 1980. Gli eventi più estremi, cioè i picchi di maggiore intensità delle precipitazioni, emergono nella stessa area con valori massimi intorno al 1870, 1930 e 2003. Un aumento marcato dell’intensità delle precipitazioni riguarda anche le regioni liguri-tirreniche, comprese Toscana e Lazio, lungo tutto il periodo dal XIX secolo a oggi. Secondo lo studio, la causa principale di questo cambiamento è il riscaldamento globale, che sta modificando il modo in cui circolano le masse d’aria sopra l’Europa e il Mediterraneo. Le perturbazioni atlantiche arrivano meno spesso in Italia perché alcune grandi configurazioni atmosferiche, come l’anticiclone delle Azzorre, sono diventate più forti e bloccano le piogge. Allo stesso tempo, si è indebolito il sistema ciclonico del Golfo di Genova, che normalmente porta molta della pioggia nella penisola. Al quadro si aggiunge un Mediterraneo sempre più caldo che genera umidità ed energia a livello atmosferico: questo non fa aumentare la pioggia, ma rende le singole precipitazioni più intense e violente. “Questa combinazione, meno piogge ma più intense, delinea scenari futuri complessi - spiega Marco Luppichini - da un lato, il calo della precipitazione media riduce la capacità di ricarica delle falde, accentua la siccità estiva e mette sotto pressione i sistemi idrici, soprattutto nelle zone più popolate e agricole come la pianura Padana, le regioni tirreniche e l’entroterra appenninico. Dall’altro, l’aumento dell’intensità degli eventi meteorici amplifica la possibilità di frane, alluvioni improvvise e sovraccarichi delle infrastrutture urbane, con ricadute già oggi osservabili in molte aree del Nord-Ovest e del Tirreno centrale”. Nel dettaglio, negli ultimi due secoli l’andamento nelle sei grandi aree climatiche italiane è simile, anche se con intensità diverse. Nelle Alpi la quantità di pioggia è rimasta nel complesso stabile, ma sono aumentati gli episodi più intensi. La Pianura Padana e l’Alto Adriatico sono l’area dove il cambiamento è più evidente, con forti cali delle precipitazioni totali e un aumento continuo dell’intensità. L’Adriatico centro-meridionale ha visto una diminuzione delle piogge e una forte variabilità dell’intensità, che risale negli ultimi vent’anni. Le regioni liguri e tirreniche mostrano un leggero ma costante calo delle precipitazioni e un aumento regolare della loro intensità. Nell’Appennino centro-meridionale le piogge diminuiscono nettamente dal Novecento, mentre l’intensità cresce in modo irregolare. Anche il Sud e la Sicilia confermano il trend nazionale: dopo un primo aumento, le piogge totali si stabilizzano e calano negli anni Ottanta, mentre l’intensità cresce soprattutto negli ultimi decenni. “Comprendere queste dinamiche è fondamentale per progettare misure di adattamento efficaci - conclude Bini - A causa del riscaldamento globale, gli andamenti che abbiamo rilevato nelle serie storiche potrebbero accentuarsi nei prossimi decenni rendendo lo scenario futuro ancora più instabile, con meno piogge ed episodi più estremi”.